mercoledì 2 marzo 2022

Quaresima di guerra, 2 marzo 2022

 

Quaresima di guerra, 2 marzo 2022

 

[da Aldo Capitini, Italia nonviolenta, 1949, ora in Aldo Capitini, Le ragioni della nonviolenza. Antologia di scritti, ETS 2004]

 

  Per un punto di vista autenticamente religioso c’è sempre uno squilibrio tra l’affermazione spirituale e il m ondo: essa è fatta sempre in vista  di una realtà che non può interamente adagiarsi nelle dimensioni del mondo e far pace con esso, con piacere dei singoli e con soddisfazione generale. Secondo il mondo, secondo il punto di vista di goderselo tranquillamente, almeno  fino ai gran punti dubbi della sventura e della morte, un po’ di violenza non ci sta male per assestare le cose, e tirare a campare. Ma un religioso sa che c’è ben altro, c’è da collocare una dimensione diversa, in cui sventura e morte vengano trasfigurate, ma in cui l’ordinaria amministrazione perda la sua assolutezza e venga fondato un rapporto umano più altro.

       Davanti alla guerra ci sono in corso tre modi di agire:

1. eliminare le cause della guerra, che possono essere economiche, ideologiche, psicologiche ecc. (e non è qui il luogo di parlarne; certo il tema è molto serio, perché non si deve intendere il pacifismo come rassegnazione e accettazione di quella violenza esplicita e implicita che sono l’assolutismo, l’imperialismo, il capitalismo: bisogna lottare sempre per eliminare quei sistemi, e secondo un nuovo metodo di lotta);

2. costituire una coscienza di cittadinanza del mondo, e organi adeguati rappresentativi, costituzionali, giuridici: molti hanno una grande fiducia in questo modo, che corre continuamente il rischio  di appoggiarsi a mezzi violenti per aprire la strada alla «legge»; comunque nessuno vorrà crdere che tutto si esaurisca nel «codice», il quale, anzi, molte volte è strumento di consolidamento di un ordine insufficiente e compressione di libertà e creatività ulteriori;

3. diffondere l’obiezione di coscienza, affidata, sì, all’iniziativa  individuale, ma con sempre maggior coordinamento, reciproco aiuto, approfondimento del metodo.

  Nessuno dei tre modi può arrestare di colpo una guerra che scoppiasse a brevissima scadenza. Sono tre modi che lavorano e penetrano le coscienze, e creano quindi forze. Ma ancora c’è tanto di inerzia del passato, e l’inerzia ha grande peso nella storia. In pochi anni nessuno dei tre modi potrebbe avere tanta efficacia da impedire le guerre, a meno che non si accelerasse immensamente  il ritmo dell’azione spirituale fra gli uomini. Se si dovessero fare previsioni  probabili, ed anche malinconiche, la guerra sarebbe forse impedita quando ci fosse un governo e impero mondiale, che solo avocasse a sé il diritto di farla per reprimere le insubordinazioni. Ma ognuno vede il pericolo di questa «soluzione», di questa pace romana; contro il quale pericolo non c’è che da raddoppiare l’energia per operare nella direzione di quei tre modi detti sopra, secondo la scelta che ognuno sente di fare. La soluzione dell’impero mondiale è rapida, ma, ahimè, ha in mano un’arma micidialissima; e chi di spada ferisce, di spada perisce. Meglio minor fretta, e suscitare in sé le forze della costanza e dello scopo che, soltanto a lavorare per esso, già trasforma l’uomo. Perché essenzialmente non si tratta di guerra o di non guerra, ma di migliorare, trasformare l’uomo di ora.

       E, ripeto quello che ho detto l’altra volta: il fuoco viene sempre acceso da un punto.

 

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 Quando gli storici scriveranno del conflitto continentale dei nostri anni ’20 (la guerra 2022-?), che avrà sconvolto l’Europa in modo tale che non sarà stata mai più quella di prima, noteranno che si fu come trascinati  verso la guerra, senza che sembrasse potercisi opporre. Ad un certo punto, nell’Europa occidentale, si leggerà nei loro testi, tutta l’informazione pubblica fu orientata verso l’intervento a sostegno dell’Ucraina aggredita, con ogni mezzo, quindi anche con la forza militare, e nella Federazione russa fu lo stesso, ma contro l'Ucraina e tutto l'Occidente. Ad un certo punto, quindi, sembrò che non ci fosse altra soluzione che combattere. Ci si era progressivamente assuefatti all’impiego anche delle armi nucleari dette di teatro, quindi meno potenti, ma poi, impiegate quelle, sembrò ovvio, di fronte alle distruzioni da esse causate, passare a quelle di massima potenza, per chiudere la guerra e risparmiare ulteriori stragi (fu il pretesto che gli statunitensi addussero all’impiego delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto del  1945).

  Oggi inizia, per i cattolici il tempo liturgico di Quaresima. È una Quaresima di guerra perché ieri il Parlamento italiano ha approvato una risoluzione che chiede al  Governo di fornire (non di vendere) armamento vario alla Repubblica dell’Ucraina, per resistere contro l’invasione dell’esercito della Federazione russa, che è penetrato nel suo territorio da più fronti. Fornire armi a uno stato in guerra contro un altro è già essere in guerra contro quest’ultimo: è solo questione di tempo l’estensione del conflitto. Il rischio che accada è gravissimo quando la guerra è ai confini dello stato che ha fornito le armi.

  In questa Quaresima sapremo pentirci religiosamente di essere intervenuti in quella guerra fornendo armi?

  L’impressionante apparato massmediatico che ci si sta riversando addosso per assuefarci all’idea che bisogna  combattere la guerra, perché è una  guerra giusta, in difesa di uno stato aggredito,  e senz’altro l’Ucraina è stata aggredita, non lascia prevedere conversioni religiose, o altrimenti motivate, alla pace. La pace, sembra, può esserci solo se la nostra parte vincerà. Questa è naturalmente un’idea molto antica. Quando Capitini, nel brano che ho sopra trascritto, parla di pace romana intende appunto questo: la visione della pace che avevano gli antichi romani, secondo i quali, prima si vinceva e poi, sottomessi tutti i nemici, si organizzava la pace.

  Nella mia gioventù, però, mi venne insegnato che una guerra tra gli Occidentali e i russi non poteva essere vinta, perché entrambi gli schieramenti avevano così tante armi nucleari e il loro impiego, in caso si iniziasse a scagliarsele contro, sarebbe stato così massiccio, che l’umanità si sarebbe estinta sotto la pioggia radioattiva, la ricaduta ovunque della particelle radioattive finite nell’atmosfera dopo le esplosioni, il fall-out radioattivo. Così, non potendo una guerra così essere vinta da nessuno, non poteva nemmeno essere combattuta, e infatti a lungo nessuno la iniziò. Ci fu chi vide in questo un attore provvidenziale.

  Tuttavia la tecnologia è molto progredita e ha sviluppato armi nucleari meno potenti e distruttive, tanto che si è pensato di poterle realmente impiegare per risolvere guerre che si stessero trascinando. Finora però i governi che le controllavano non si sono mai determinati ad ordinarne l’impiego, perché non si poteva essere sicuri che, iniziato con le bombe meno potenti, di teatro  si dice, non si sarebbe poi proseguito con quelle di massima potenza, soprattutto da parte dello stato che se la fosse vista più brutta avendo subito le prime devastazione nucleari. Adesso però sembra che sia diventato diverso.

  Al tempo della guerra fredda,  che Stati Uniti d’America e Unione Sovietica decisero di concludere nella seconda metà degli anni ’80, fu essenziale che le due superpotenze potessero confidare nella capacità della controparte di valutare realisticamente gli eventi e nella sua determinazione di non iniziare la guerra. Quindi, nonostante le radicali diversità ideologiche tra sistema capitalista e comunista, si organizzò un sistema di consultazione rapida, in particolare una linea telefonica dedicata tra i due capi dei governi delle superpotenze, detta telefono rosso. Seguirono poi una serie di trattati per la limitazione della costruzione di nuove armi nucleari e poi per il loro progressivo smantellamento. Negli anni della presidenza statunitense di Donald Trump queste orientamento fu abbandonato e i contatti tra le due amministrazioni sembrarono essersi allentati e soprattutto farsi più tesi. Contemporaneamente la presidenza russa di Vladimir Vladimirovič Putin subì un mutamento corrispondente. All’ideologia brutale del Trump di America First (Prima l’America) è corrisposta l’organizzazione di una fantasiosa mitologia secondo la quale la Federazione Russa sarebbe l’erede storica degli imperi russi del passato con la missione di ricostituirli, anche con la forza, contrastando le pretese di autonomia dei popoli che a quegli imperi erano stati soggetti. Va ricordato che l’ultimo imperatore russo fu spodestato dagli stessi russi nel corso di un complesso movimento rivoluzionario che, a partire dal 1917, portò nel giro di alcuni anni i popoli fino ad allora sudditi dell’impero ad essere membri federali dell’Unione sovietica, costruita come entità organizzata secondo i principi del neo-marxismo ideato dal rivoluzionario Vladimir Il'ič Ul'janov detto Lenin, aspramente criticato da Putin nella sorta di omelia imperialista svolta il 24 febbraio scorso, per aver reso uno stato autonomo l’Ucraina.

  Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, le sanzioni da parte degli Occidentali stanno sciogliendo gli intensi legami economici che legavano la Russia con gli altri europei. Come ho scritto, si tratta di un’arma a doppio taglio. Se la situazione non dovesse risolversi la Russia e l’altra parte dell’Europa potrebbero vivere una fase di profonda depressione economica. Questo potrebbe rendere più plausibile una guerra continentale per risolvere rapidamente la situazione. Naturalmente questa, per quello che ho prima ricordato, sarebbe una illusione.

  La parte più difficile del pacifismo, di impronta religiosa o secondo altri moventi, è che deve partire dalla propria parte. Del resto, in una democrazia le responsabilità più grosse sono proprio lì. Ecco allora che, mentre tutti si orientano alla guerra, c’è chi invoca la pace e si oppone ai preparativi per la guerra della propria nazione. Non viene facilmente perdonato. E’ per questo che la voce della nostra gerarchia, in genere tanto forte quando si tratta di difesa della vita, appare tanto debole? Oggi, inizio di Quaresima, digiuneremo anche  per la pace. Ma, ripeto, sapremo pentirci di stare partecipando ad una guerra?

  Le guerre accadono, certo. Si diviene schiavi della forza, come scrisse molto efficacemente Simone Weil nel suo saggio sull’Iliade come poema della forza, di grande attualità ora. E, quando accadono, ci si arma e si ammazza, come si sta facendo ora in Ucraina, da entrambe le parti in guerra, e tra un po’ anche con le armi fornite da noi, particolarmente efficaci e potenti (la nostra industria delle armi non ha mai cessato di perfezionarle). Ci si sente trascinati  a questo, ma nondimeno bisogna mantenere la capacità di capire che quello che si sta facendo è un male, non lasciandosi illudere dai miti bellicistici di sempre e, soprattutto, che, in quel male che si sta facendo perché si è stati trascinati, un qualche dio sia con noi.

  In questa Quaresima io pregherò non per la pace dei vincitori, ma perché tutti noi, gli italiani, gli ucraini, i russi, e tutti gli altri popoli,  si sia liberati  dalla guerra e perché sia dato, a tutti noi insieme, di riconquistare la pace.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli