lunedì 28 febbraio 2022

guerra immorale

 


Uno dei simboli pacifisti della mia generazione. Significa disarmo nucleare nell'alfabeto delle bandiere usato per le comunicazioni in marina


Guerra immorale


   La mia generazione impedì una nuova guerra mondiale. Lo fece non solo contro la politica di guerra, ma anche contro la teologia di guerra delle Chiese cristiane, quella che condusse lo stesso Montini, come ho letto, a dare dei vigliacchi agli obiettori di coscienza.

  Tuttora la teologia cattolica segue il principio che una guerra può talvolta essere giusta, obbliga le persone cristiane ad adoperarsi per   evitare  le guerre ma non ad impedirle  con l’azione politica. Segue il principio della presunzione, per cui presume  che i poteri politici istituiti siano i soli in grado di capire  quando vi sono le condizioni di una guerra giusta  e ritiene quindi che le persone loro soggette non siano in colpa personale lasciandosi inquadrare negli eserciti in guerra. Per questa via, nell’ultima guerra mondiale, combattuta in Europa tra il 1939 e il 1945, e dal Regno d’Italia dal 1940, ognuna delle nazioni europee in guerra pregò  per la vittoria del proprio stato. La mia generazione, nel complesso, ripudiò questa teologia, come anch’io ancora, profondamente, la ripudio.

  Due popoli cristiani, profondamente legati da etnia, cultura, storia, sono stati trascinati in guerra dai loro governi. Altri popoli cristiani lo sono proprio in queste ore. Da una parte e dall’altra si è preso a parlare di guerra mondiale  con impiego delle immonde armi nucleari, purtroppo piazzate anche in Italia. Nelle piazze vedo che si manifesta per una pace contro una delle parti in guerra. Non era così che fece la mia generazione: si manifestava e lottava politicamente contro  i progetti di guerra della propria  parte.

  In Italia, Aldo Capitini, l’ideatore della marcia della pace Perugia – Assisi, insegnò la nonviolenza secondo l’insegnamento di Mohāndās Karamchand Gāndhi, grande anima (Mahatma ): la lotta contro la prevaricazione sui popoli, che è sempre alla radice della guerra, è doverosa, ma è immorale se non è praticata in modo nonviolento. Con il metodo della nonviolenza Ghandi liberò l’India dalla pervicace dominazione europea, che aveva prevalso in ogni guerra. La nonviolenza non è vigliaccheria, perché ci si espone alla violenza altrui, ma ripudia la profonda ingiustizia della guerra, di ogni guerra. È l’unica compatibile con il vangelo dell’agàpe, che ordine di fare agàpe  anche con i propri nemici.

  Di fronte a qualsiasi teologia che giustifichi in qualsiasi modo la guerra, sento l’obbligo dell’ateismo. Il dio della guerra  è un’impostura, un inganno, e sono impostori i suoi sacerdoti, in particolari se si dicono cristiani.

  Nella Bibbia c’è tanta guerra? È perché essa  non è un libriccino devozionale. I paleoantropologi hanno trovato tracce di guerre in senso proprio, vale a dire ordinate  da poteri sociali costituiti non solo scatenate da istinti animaleschi, fin dalle prime società umane evolute in epoca preistorica. La guerra è un flagello connaturato alla socialità umana. Ma la Bibbia narra di tremende guerre antiche, aprendo però alla prospettiva della pace universale come destino dell’umanità. E’ storia di una religiosità che cambia il mondo liberandolo dalla guerra.

 

Alla fine il monte dove sorge il tempio del Signore

sarà il più alto di tutti e dominerà i colli.

Tutti i popoli si raduneranno ai suoi piedi e diranno:

«Saliamo sul monte del Signore,

andiamo al tempio del Dio d’Israele.

Egli c’insegnerà quel che dobbiamo fare;

noi impareremo come comportarci».

Gli insegnamenti del Signore

vengono da Gerusalemme;

da Sion proviene la sua parola.

Egli sarà il giudice delle genti, e l’arbitro dei popoli.

Trasformeranno le loro spade in aratri e le lance in falci.

Le nazioni non saranno più in lotta tra loro

e cesseranno di prepararsi alla guerra.

Ora, Israeliti, seguiamo il Signore.

Egli è la nostra luce.

[dal libro del profeta Isaia, capitolo 2, versetti da 2 a 5 – Is 2, 2-5]

 

  Giorgio La Pira, grande anima e grande politico, parlava dei tempi di Isaia riferendosi alla sua epoca, in cui una nuova guerra mondiale sembrava non più plausibile. Oggi lo è diventata nuovamente.

  Si è annunciato orgogliosamente di stare distribuendo armi letali  ad una delle parte in guerra. Noi ancora le produciamo. Questo è profondamente immorale.

  Scrisse il filosofo cristiano illuminista Immanuel Kant nell’opera Per la pace perpetua del  1795

 

«Non sarebbe male che un popolo, a guerra finita e dopo aver concluso il trattato di pace, dopo la festa del ringraziamento decretasse un giorno di espiazione per chiedere perdono al cielo, in nome dello Stato, per la grave colpa della quale il genere umano continua a macchiarsi, rifiutando di sottomettersi ad una costituzione legale che regoli i rapporti con gli altri popoli, e preferendo usare, fiero della sua indipendenza, il barbaro mezzo della guerra (mediante il quale tuttavia non si decide ciò che si cerca, vale a dire il diritto dello Stato). I festeggiamenti coi quali si rende grazie per una vittoria conseguita in guerra, gli inni cantati … al Signore degli eserciti, non contrastano meno nettamente con l’idea morale del padre degli uomini; infatti, a parte la già abbastanza triste indifferenza a riguardo dei mezzi coi quali i popoli perseguono il proprio reciproco diritto, esprimono per di più la soddisfazione d’avere annientato un bel numero di uomini, o distrutto la loro felicità».

 

 Aldo Capitini teorizzò il diritto della ribellione religiosa contro la società che ordina la guerra:

 

«La società non è un qualche cosa di staccato da me. E perciò come io, in quanto individuo, ho il dovere di interiorizzarla e di rendermi conto delle sue ragioni, ho anche il diritto di andare eventualmente oltre di essa. Non quando io fossi ribelle, disordinato, ex lege, per natura; ma se seguo le leggi che ritengo giuste, se attuo ciò che è ordine, se continuamente utilizzo l'esperienza tradizionale della società, posso bene, quando sia in gioco un valore, quando nel resto della mia vita sia solito a stare in guardia contro il gusto personale e l'originalità di proposito, innovare, prendere un'iniziativa, dare un contributo, e in questo caso sentire, vivere, e far vivere, che la vera società è oltre quella dell'ordine sociale, della difesa dei diritti, del mantenimento dei pubblici servizi; ma è oltre, nel regno degli spiriti, cioè dei soggetti, cioè dell'amore da instaurare subito a costo di sacrifici. Accanto ad una società che usa la guerra come via alla pace, la violenza come via all'amore, la dittatura come via alla libertà, la religione mi porta ad anticipare di colpo il fine nel mezzo; e ad attuare comunque, qui e subito, pace, amore, libertà. La religione è impazienza dell'attendere il fine; e oggi che l'universo, il tempo, lo spazio, non sono sentiti in dualismo stabile con l'infinito e l'eterno, porremo noi questo dualismo nella società tra il mezzo e il fine?» (da “Elementi di un’esperienza religiosa”, 1937)

 

 E ciò vale anche per la ribellione contro qualsiasi dottrina religiosa che giustifichi  in qualsiasi modo qualunque guerra. Dicono che lo si fa per realismo, ma una religione realista non vale nulla.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli