giovedì 17 febbraio 2022

Spiritualità sinodale

 Spiritualità sinodale

 

  E’ necessaria una spiritualità sinodale?

  I nostri  vescovi sono convinti di sì.

  Che cosa è la spiritualità? E’ il vedere in ciò che accade, e anche in noi stessi, più di quello che appare e, in particolare, coglierne il senso profondo, come se recasse un segno per noi. La nostra fede ci guida verso un’intensa spiritualità. Ne può essere considerata manifestazione l’episodio evangelico della Trasfigurazione.

 

  Sei giorni dopo, Gesù prese con sé tre discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni fratello di Giacomo, e li condusse su un alto monte, in un luogo solitario. Là, di fronte a loro, Gesù cambiò aspetto: il suo volto si fece splendente come il sole e i suoi abiti diventarono bianchissimi, come di luce. Poi i discepoli videro anche Mosè e il profeta *Elia: essi stavano accanto a Gesù e parlavano con lui. Allora Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi stare qui. Se vuoi, preparerò tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia».

  Stava ancora parlando, quando apparve una nuvola luminosa che li avvolse con la sua ombra. Poi, dalla nuvola venne una voce che diceva: «Questo è il Figlio mio, che io amo. Io l’ho mandato. Ascoltatelo!».

  A queste parole, i discepoli furono talmente spaventati che si buttarono con la faccia a terra. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi! Non abbiate paura!». Alzarono gli occhi e non videro più nessuno: c’era infatti Gesù solo.

[dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 17, versetti da 1 a 8 - Mt 17, 1-8 - versione in italiano di TILC - Traduzione interconfessionale in lingua corrente]

 

  Parliamo di spiritualità  perché siamo convinti che in questo c’entri lo Spirito, quello che deve spiegarci ogni cosa, e, appunto, ce la spiega nell’interiorità consentendoci di non fermarci alle apparenze.

 

Se uno mi ama, metterà in pratica la mia parola, e il Padre mio lo amerà. Io verrò da lui con il Padre mio e abiteremo con lui. Chi non mi ama non mette in pratica quello che dico. E la parola che voi udite non viene da me ma dal Padre che mi ha mandato.

  Vi ho detto queste cose mentre sono con voi. Ma il Padre vi manderà nel mio nome un difensore: lo Spirito Santo. Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quel che ho detto. 

[dal Vangelo secondo Giovanni, capitolo 14, versetti 23-26 - Gv 14, 23-26 - TILC]

 

  Naturalmente vedere quello che non appare  significa immaginarlo. Ma fin dove può spingersi l’immaginazione pensando che sia frutto dello Spirito? Veramente molto in là. La storia ce lo insegna.

  Nella Bibbia troviamo molta di quell’immaginazione.  Essa viene evocata dal linguaggio simbolico del quale è piena la nostra liturgia e che sempre meno viene inteso dai nostri contemporanei.

    La nostra fede ha una caratteristica particolare, che la connota fortemente: la spiritualità centrata sull’agàpe - translitterazione del greco antico ἀγάπη, termine molto importante dell’antico greco evangelico che significa rimanere insieme  come nel pranzo della festa, accogliendosi benevolmente, dividendo in modo solidale il mangiare  e il bere e prevenendo le esigenze degli altri, nel senso di capirle prima che vengano espresse dandosi da fare per soddisfarle. E’ il comando  fondamentale.

 

  Il mio comandamento è questo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici se fate quel che io vi comando. Io non vi chiamo più schiavi, perché lo schiavo non sa che cosa fa il suo padrone. Vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto sapere tutto quel che ho udito dal Padre mio.

  «Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi, e vi ho destinati a portare molto frutto, un frutto duraturo. Allora il Padre vi darà tutto quel che chiederete nel nome mio. Questo io vi comando: amatevi gli uni gli altri».

[dal Vangelo secondo Giovanni, capitolo 15, versetti 12-17 - TILC]

 

 Il greco liceale della mia giovinezza mi consente di accostare il testo originario di quel medesimo brano evangelico (o almeno quello che si ritiene tale in base ai più antichi manoscritti)

 Ατη στν ντολ μ να γαπτε λλήλους καθς γάπησα [egàpesa]μς· μείζονα ταύτης γάπην [agàpen] οδες χει, να τις τν ψυχν ατο θ πρ τν φίλων ατομες φίλοι μού στε ἐὰν ποιτε ⸀ἃ γ ντέλλομαι μνοκέτι λέγω μς δούλους, τι δολος οκ οδεν τί ποιε ατο κύριος· μς δ ερηκα φίλους, τι πάντα κουσα παρ το πατρός μου γνώρισα μνοχ μες με ξελέξασθε, λλ γ ξελεξάμην μς, κα θηκα μς να μες πάγητε κα καρπν φέρητε κα καρπς μν μέν, να τι ν ατήσητε τν πατέρα ν τ νόματί μου δ μν17τατα ντέλλομαι μν να γαπτε [agapàte]λλήλους.

Vi ho evidenziato in esso l’agàpe  che vi è inserita.

Di solito traduciamo agàpe  con  amore, ma si rischia di fraintendere in senso sentimentale: l’agàpe  è qualcosa che si deve mettere in pratica, come appunto quando si prepara un bel pranzo della festa, per rimanere uniti  senza prevaricare ma prendendosi cura gli uni degli altri.

 E’ per questo che ci è stato detto

 

Se uno mi ama, metterà in pratica la mia parola

   

 Siamo anche convinti che, addirittura, il fondamento consista in questa agàpe:

 

Se uno mi ama, metterà in pratica la mia parola, e il Padre mio lo amerà.

άν τις γαπ με τν λόγον μου τηρήσει, κα πατήρ μου γαπήσει ατόν

 

 Ma la vita insieme agli altri non sempre è come nel pranzo della festa. E anche in quest’ultima occasione a volte, lo raccontano le cronache, scoppiano delle liti anche piuttosto intense, specialmente dopo aver bevuto un po’ troppo.

  La realtà della vita sociale è proprio questa: una cosa che ci conviene, che ci è necessaria, ma in genere non facile da vivere. Intenderci con gli altri non è immediato, occorre un sforzo. Gli studiosi nelle scienze cognitive hanno scoperto che abbiamo sviluppato aree del cervello dedicate proprio a queste [si può leggere in merito di Robin Dunbar, Amici, Einaudi 2022, anche in ebook]. Si pensava che la nostra socialità avesse orientato l’evoluzione della specie dotandosi di quei tessuti encefalici, ma ora si ipotizza che sia andata un po’ diversamente. La socialità ci conviene, come specie, ma ci crea un sacco di problemi con gli altri e per fronteggiarli l’evoluzione è stata orientata nello sviluppare quelle aree encefaliche, che consentono quel sofisticato sistema di relazioni interpersonali che ci permettono di resistere alla socialità. Sinodalità  è socialità: non dobbiamo stupirci se, cercando di praticarla  come agàpe sorgano dei problemi. Abbiamo, però, delle risorse neurologiche per fronteggiarli, tuttavia disporne non basta, come non basta avere gli strumenti di un mastro falegname per fare un bel mobile artigianale. La sinodalità  che è socialità secondo agàpe si impara, provando e correggendosi, vale a dire facendo tirocinio.

  Finora non abbiamo avuto molte occasioni, nella nostra Chiesa, per fare tirocinio di sinodalità. Gli incontri dei cammini sinodali  in corso ci spingono proprio a questo.

  Siccome c’entra l’agàpe  bisogna vedervi più di quello che appare, e questo richiede una certa spiritualità. Ma poiché si tratta di un mettere in pratica  occorre anche la volontà di imparare praticandola.

  Qualcosa di analogo accade nell’arte: si immagina e si crea. Senza lo spirito  l’opera d’arte non viene fuori, ma sono poi le mani a darle vita.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli