Cambiare prima noi stessi e poi la Chiesa?
Giuseppe Dossetti era convinto che bisognasse prima cambiare se stessi secondo il vangelo e poi la Chiesa.
Io non ne sono tanto convinto. Noi intendiamo il vangelo come lo intende quella Chiesa che costituisce il nostro mondo vitale, che è fondamentalmente quella di prossimità, non quella descritta dai teologi dogmatici o dai giuristi canonici. Ad esempio la parrocchia.
Quando si pensa ad una riforma ecclesiale si parte da un disagio sociale che si sperimenta in quell'ambito e che ci riguarda anche personalmente. Riformare una Chiesa della quale si è parte viva significa, allora, anche riformare le proprie relazioni con le altre persone e, nella misura in cui esse contano nel modo in cui ci si auto-comprende, anche se stessi. Le cose devono essere contestuali.
La spiritualità che viene consigliata per gli incontri sinodali che stiamo sperimentando è strutturata prevalentemente sull'interiorità, infatti sono sconsigliati i "dibattiti". Ma in questo modo serve a poco.
Ci si presenta, si dice brevemente come si vive il tema che viene proposto, ad esempio quello dell' "ascolto" (che nella nostra parrocchia abbiamo saltato), e si chiude lì. Non ne esce un progetto comune sul modificare le prassi di ascolto, che sono parte di quella più complessa attività che definiamo "dialogo" e che consiste nello stabilire relazioni tra persone che parlano e si ascoltano per decidere insieme che fare.
Nella visione dei nostri gerarchi ogni decisione compete loro, per diritto divino: per questo sono "gerarchi", vale a dire titolari di un potere "sacro", che significa voluto dal Cielo e quindi non riformabile. Così stando le cose, è chiaro che non ci deve aspettare nessuna riforma da una gerarchia. Infatti il Papa questa volta ha deciso di coinvolgere noi, Popolo di Dio, e ci ha invitati ripetutamente a osare. Mio zio Achille, sociologo bolognese, in una conferenza tenuta negli anni '80 ad una scuola di politica tenuta prima di cadere in disgrazia con la gerarchia, che poi con lui si condusse nel modo efferato di sempre, osservando una tradizione che risale alle origini, disse che bisognava osare non rispettare il "cerimoniale di corte". Ai tempi nostri lo si può fare senza rischiare la vita né la reputazione sociale. È il tempo giusto per riformare.
Oggi in Italia la Chiesa, come società, mi sembra fatta di gruppi in lotta per il potere, che si combattono aspramente, però dissimulandolo, facendo le mostre di essere benevoli e solidali. Vogliono conquistare il Papato e in questa guerra ora combattono anche i "movimenti" sorti dopo il Concilio Ecumenicio Vaticano 2º negli anni Sessanta, che hanno creato un loro clero, con anche vescovi e cardinali di riferimento, quindi sono diventati parte della gerarchia. Il Papato è il potere assoluto, almeno secondo i codici. Sotto certi aspetti il Papa appare un prigioniero nella sua gerarchia, anche se un bel po' di potere c'è l'ha come quello di convocare sinodi nei quali il "popolo di Dio" abbia una qualche voce.
Il nostro problema non è quello di evitare la lotta per il potere, che ci sarà sempre e sarà tanto più efferata quanto più assoluto è il potere in gioco, ma di creare un contesto istituzionale nel quale tra i concorrenti rimanga un effettivo spazio di dialogo, una certa libertà di espressione e il "diritto ad esistere". Quella competizione, che inevitabilmente ci sarà, non dovrebbe poter essere una specie di guerra di sterminio, come nella tremenda storia delle nostre Chiese non di rado fu,
Inutile cominciare dalle istituzioni di vertice, che si dicono titolari di un potere sacro, quindi dai gerarchi. In quanto gerarchi non sono riformabili per definizione. In Italia, grazie alla riforma del Concordato Lateranense del 1984 sono divenuti autonomi dal popolo dal punto di vista finanziario, essendo collegati in presa diretta con l'Erario mediante i proventi dell' 8 per mille. Possono andare avanti senza di noi, come sta avvenendo nel nord Europa, dove il popolo di fede si sta dissolvendo ma la gerarchia è viva e vegeta.
Meglio farlo in realtà di base come le parrocchie, che in Italia sono ancora società vive, partecipate dal popolo, ma anch'esse attraversate dalle lotte di cui dicevo, in misura più o meno sensibile (da noi in maniera molto seria). Vivendo insieme, però, si impara ad apprezzarsi e questo aiuta. Nella nostra parrocchia c'è tuttavia molta gente che ci viene abita lontano e ci viene solo per partecipare a una qualche articolazione di movimento che da noi c'è ma non sempre altrove. Gente che non conosciamo veramente e dalla quale non siamo conosciuti. Una regola fondamentale per un processo di riforma sinodale dovrebbe essere che una parte del tempo in cui si viene in parrocchia debba essere speso in attività comuni anche a gente degli altri gruppi. In altre parole, non dovrebbe essere consentito di limitarsi ad "abitare" la parrocchia, come in un condominio,sfruttandone locali e attrezzature ma ignorando le altre persone. Bisognerebbe decidere insieme che occorra anche partecipare. Non dovrebbe essere solo il nostro gerarca di prossimità a deciderlo, vale a dire il parroco (che è propriamente gerarca in quanto secondo il diritto canonico esercita un potere sacro; nulla a che vedere con i gerarchi intesi come gli alti gradi del partito nazionale fascista, che venivano per estensione ed imitazione definiti tali), ma da noi stessi insieme al parroco e agli altri preti, anche loro titolari di poteri sacri. in particolare la decisione dovrebbe essere presa nel Consiglio Pastorale parrocchiale, che però da noi non funziona.
Ecco, direi che noi persone laiche dovremmo ora concentrarci sull'obiettivo di ottenere la manutenzione del Consiglio pastorale parrocchiale, presieduto dal parroco che deve convocarlo. Quindi in ogni occasione, sull'antico esempio di Catone per Cartagine, concludiamo sempre con "... E infine chiedo la convocazione del Consiglio Pastorale Parrocchiale". Il motore della sinodalitá parrocchiale dovrebbe essere questo organismo, obbligatorio nella Diocesi di Roma.
Mario Ardigo - Azione Catttolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli