mercoledì 16 febbraio 2022

 

Sinodalità dei capi o di popolo

 

 [da Juan Marìa Laboa, Altante dei concilio e dei sinodi nella storia della Chiesa, Città Nuova / Jaka Book, 2008, pag.20]

 

 A partire dalla metà del 2° secolo [anno 150], quando il canone delle Scritture e la Regola della fede  erano già stati fissati, assistiamo alla celebrazione delle prime assemblee episcopali nel senso di regolari relazioni tra i vescovi di una singola regione - più o meno estesa , sia per trattare argomenti  della vita quotidiana dei cristiani sia per affrontare  problematiche più complesse e straordinarie.

  Risulta indicativa e chiarificatrice la riflessione sui diversi  fattori  che influenzarono e condizionarono la convocazione e la celebrazione dei primi concili.

  Anzitutto, bisogna tener conto del fatto che i vescovi stavano prendendo coscienza di essere una comunità di carattere apostolico, che si prolungava nel tempo per mezzo del susseguirsi di successioni episcopali, tra loro collegate attraverso il misterioso ma indelebile vincolo di unione tra gli apostoli e i vescovi. Sant’Ireneo [35-107: fu vescovo di Antiochia in Siria ] spiegò nei suoi scritti come il vescovo, grazie alla successione  che avviene in ogni Chiesa, sia il testimone vivente della tradizione apostolica all’interno di una singola comunità. San Cipriano [210-2058, fu vescovo di Cartagine, nel nord Africa] dedusse da questa considerazione il principio dell’autorità apostolica dei vescovi. Inoltre, questi primi scrittori ecclesiastici sostennero con determinazione la convinzione che i vescovi costituissero un “ordine episcopale” solidalmente responsabile del gregge affidato loro dal Signore. Da questa consapevolezza traevano la convinzione di poter adottare decisioni comuni.

  I sinodi locali e regionali costituiscono la conseguenza più rilevante e pratica di questa consapevolezza: i vescovi vi esercitavano il loro ministero in comune e prendevano autorevoli decisioni in merito a questiono su cui la tradizione precedente non si era pronunciata o non lo aveva fatto con sufficiente chiarezza.

 

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 Il primo sinodo documentato, dopo quello datato nell’anno 49 narrato negli atti degli apostoli detto Concilio di Gerusalemme, fu quello di Cartagine del  225. Quell’esperienza sinodale, come le successive della Chiesa cattolica, fino ai Sinodi cattolici dell’epoca nostra prima dell’ottobre dello scorso anno, compreso il Concilio Vaticano 2°, furono assemblee di capi religiosi, studiosi di religione e, fino al Quattrocento, di capi civili. La teologia cattolica corrispondente si riferisce a quel modo di essere sinodali.

  Gli attuali cammini sinodali che riguardano tutte le Chiese cattoliche del mondo, la nostra Chiesa nazionale e la Chiesa tedesca sono diversi: riguardano tutto il popolo, non solo come oggetto di governo, ma come soggetto attivo.

  L’antica teologia sostiene che il popolo abbia il senso della fede, per il quale sarebbe capace di intuire  la verità senza tanto rifletterci sopra. Una affermazione non proprio evidente. Non si capisce come mai nel secondo Millennio sia stata necessaria tanta efferata violenza per purificarlo  di ciò che veniva considerato eretico. D’altra parte è solo in quel modo che si può giustificare una sinodalità aperta, quindi non solo limitata ai capi religiosi e agli studiosi.

  Il popolo  comunque non è una realtà unitaria, ma un soggetto complesso, organizzato a strati,  come ci dicono gli antropologi e i sociologi. Questa dimensione emerge poco o nulla nella Bibbia, ma oggi, con la libertà di pensiero e di parola consentita dalla democrazie contemporanee, è piuttosto evidente.

  Né basta fare appello allo Spirito per risolvere tutto. Infatti ogni persona ode dallo Spirito quello che vuole udire. Come smentirla? In passato si passava alle vie di fatto e si cercava di eliminare il dissenso con il dissenziente.

  Secondo la teologia cattolica corrente sembra che la raccomandazione genuina dello Spirito sia quella di obbedire alla gerarchia, composta dal Papa e dai vescovi. Ma, messa così, la sinodalità di popolo è difficilmente realizzabile. D’altronde, secondo papa Francesco, essa è indispensabile per cominciare a produrre una riforma  dal basso che dall’alto non si è mai riusciti nemmeno ad iniziare. Nelle sue strutture fondamentali la nostra Chiesa è come la si progettò tra l’Undicesimo e il Quattordicesimo secolo, sulle fondamenta gettate nel Quarto secolo.

  Una sinodalità di popolo, va detto, iniziò a svilupparsi e risale fondamentalmente al Dodicesimo / Tredicesimo secolo. Essa fu però in genere duramente avversata quando non si riuscì a inquadrarla in ordini religiosi. La profonda diffidenza che circonda ogni esperienza associativa progettata dalle persone laiche per vivere comunitariamente la fede né è insieme residuo e testimonianza. Ma lo  è anche la resistenza a far partecipare le persone laiche alle decisione che le riguardano nella Chiesa, anche a quelle minime. Addirittura ora, da persone trattate sempre  in questo modo, ci si aspetta che inneschino moti di riforma generale.

  Direi che sarebbe meglio cominciare da realtà di base come le parrocchie, dove viene lasciato (relativamente) più spazio all’immaginazione e dove spesso i parroci, diciamo i mandatari dei gerarchi (gerarca è chi esercita un potere sacro) e gerarchi loro stessi, detentori di potestà sacre secondo teologia e diritto canonico, hanno più familiarità con noi, questa consuetudine potendo a volte manifestarsi come una maggiore fiducia.

 Bisogna prendere coscienza, tuttavia, che, anche in questa realtà di prossimità, occorre progettare, non basta lasciarsi andare all’emozione spiritualista. E, per progettare, occorre imparare  a stabilire relazioni nelle quali si riesca ad adottare decisioni collettive veramente condivise e sentite come impegnative da tutti. Sembra facile, ma non lo è. L’antropologo Robin Dunbar, nel suo recente libro Amici, ha spiegato che l’evoluzione, proprio per risolvere i problemi di convivenza, ci ha dotati di aree del cervello dedicate. Infatti la socialità ci ha dato vantaggi competitivi, per cui oggi siamo tra le specie viventi più potenti (ce la giochiamo forse con formiche e batteri), ma ci ha causato diversi crucci, perché vivere con gli altri, rispettandoli nella loro alterità, non è sempre piacevole. Tanto che ancora oggi siamo tentati di ricorrere alla guerra mettendo in capo tutti gli strumenti di sterminio a cui dedichiamo tanto nostro ingegno.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli