martedì 15 febbraio 2022

Amicizia e sinodalità

 

Amicizia e sinodalità

 

 Nel libro di Robin Dunbar, Amici, Einaudi 2022, è esposto in forma divulgativa il risultato di anni di ricerche, insieme ad altri studiosi, sul tema dell’amicizia.

  Abbiamo una limitata capacità di farci degli amici. Li organizziamo per cerchie: a quelli che collochiamo nelle più esterne dedichiamo meno tempo. Circa 5 sono i migliori amici. Circa 15 i buoni amici. Circa 50 gli amici. Possiamo entrare in relazione, in modo da ricordarcene almeno il nome, con circa 150 persone. Mantenersi degli amici  richiede di prendersi cura della relazione con loro, costa tempo. Le relazioni disinteressate sono limitate a coloro che consideriamo amici. Al di là ci aspettiamo un contraccambio. Condividiamo questa struttura amicale  con gli altri primati. Averla ci ha dato dei vantaggi competitivi. Abbiamo sviluppato alcune aree del cervello che servono a quelle relazioni. Le più intense, quelle alle quali dedichiamo più tempo, le abbiamo con circa cinque persone.

  Com’è che nel mondo di oggi circa otto miliardi di persone sembrano comporre un’unica società? E’ una rete in cui i piccoli gruppi sono collegati agli altri per mezzo di mediatori, persone, miti, istituzioni. Anche la religione fa la sua parte.

  Non è detto che i migliori amici  siano persone viventi nel nostro mondo. Nelle esperienze religiose si vivono relazioni intensissime con persone immaginate, che non si vedono.  Possono farsi talmente intense da escludere ogni altra. Più una relazione è intensa, meno tempo si ha per le altre. Questo è un limite fisiologico, che deriva da come funziona la nostra mente.

  Di solito abbiamo un piccolo nucleo di amicizie forti e un più vasto numero di altra amicizie o conoscenze. In certe condizioni, ad esempio quando si arriva in una nazione straniera, si sta con i propri simili e allora le amicizie forti aumentano, ma diminuiscono molto le altre relazioni. Le sette religiose tendono a confinare le persone in un nucleo di relazioni forti più ampie, ma così facendo esse non hanno più tempo per tutto ciò che c’è intorno. Il piccolo gruppo, che è in genere la dimensione in cui sperimentiamo le relazioni che danno senso alla vita, diviene così una sorta di prigione. Ciò che c’è al di fuori viene vissuto come qualcosa da cui difendersi, che mette in pericolo le relazioni, ricche di senso, che si vivono dentro.

  Nel corso dell’incontro sinodale sui compagni di viaggio, una persona che partecipava al mio gruppo ha detto, quando si è discusso della necessità di aprirsi al quartiere, che non ne aveva tempo, era tutto assorbita dalla sua comunità.

  Quando presentiamo la sinodalità come una amicizia  dobbiamo essere consapevoli che non lo potrà essere veramente  senza l’ausilio di mediatori, in particolare senza costruire delle strutture sociali, delle reti, che ci consentano di superare i nostri limiti fisiologici. La teologia è una di esse. Ma anche le istituzioni, vale a dire i sistemi di relazioni formalizzate, come quando giriamo per strada in macchina e sappiamo come si deve circolare.

  Se vogliamo costituire una sinodalità che ci consenta di realizzare buone relazione aperte  alle circa ottomila persone del quartiere per le quali la fede è importante, o anche alle circa mille che frequentano la chiesa parrocchiale, o le circa duecento che sono coinvolte in qualche altra attività svolta nei locali della parrocchia, non dobbiamo illuderci di poterci affidare solo alle emozioni, quelle che sperimentiamo nel gruppetto dei migliori amici, o anche solo in quello dei buoni amici. Dobbiamo metterci d’accordo per istituire quella strutture, ad esempio una rete di piccoli gruppi che lavorano senza ignorarsi, ma in modo coordinato, avendo di mira obiettivi comuni e, soprattutto, che siano aperti a creare contatti, collegamenti, con altri gruppi, senza temerli e senza etichettarli con pregiudizi. Non basta  vedersi ogni tanto.

  Ed è molto importante coinvolgere le persone che abitano vicine: la parrocchia  dovrebbe essere appunto la comunità costituita dalla persone che abitano vicine. Negli esperimenti sociali di Dunbar è emerso che le amicizie sfumano quando ci si allontana fisicamente, diventano più deboli a seconda dei chilometri di distanza, e anche quanto minore è la frequentazione.

  Se avete partecipato ad uno dei nostri gruppi sinodali parrocchiali, ricordate il nome di qualcuno degli altri partecipanti che prima non conoscevate? Una esperienza può veramente dirsi sinodale  solo se, essendovi coinvolte, si allarga la cerchia dei conoscenti e poi, man mano, alcuni di essi passano in quella degli amici. Fermo restando che la nostra fisiologia non ci consentirà di avere veri conoscenti oltre il numero di circa 150, che è detto numero di Dunbar, proprio da Robin Dunbar, il quale ne ha ottenuta la conferma sperimentale.

 Insomma, non basta l’emotività, ma occorre costruire una apposita cultura sinodale e, in religione, ciò richiede di pensare anche ad una teologia. La teologia sulla sinodalità che abbiamo si basa su esperienze del passato in cui essa era limitata ai capi ecclesiali, agli studiosi loro consiglieri, e, fino al Quattrocento, anche a certi capi civili. Noi la vorremmo molto più aperta.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli