domenica 6 febbraio 2022

Sinodalità democratica in parrocchia

 

Sinodalità democratica in parrocchia

 

  Il prossimo 25 febbraio, alle 18, in un incontro del MEIC – Movimento ecclesiale di impegno culturale  del Lazio in Zoom, svilupperò alcune idee sullo sviluppo di una sinodalità democratica in parrocchia (non credo però che avrò mai modo di discuterne nella nostra parrocchia o di sperimentarle). Di solito non se ne ha esperienza e i preti ne diffidano.

  Come ha detto ieri Thomas Sternberg, membro del Cammino sinodale della Chiesa cattolica tedesco e fino a novembre scorso presidente dello ZKT – Comitato centrale dei cattolici e, come tale, membro dei Presidium  di quel Cammino sinodale,

 

La chiesa si manifesta  in tutte le persone che vi operano con l'autocomprensione di una persona moderna e questa è un'autocomprensione democratica. Trovo assolutamente ridicolo pensare che la Chiesa cattolica possa essere un'impresa non democratica.

  I gruppi sinodali che finora abbiamo animato in parrocchia non sono democratici perché non prevedono che si giunga a decisioni condivise: sono state solo estemporanei scambi di opinioni su temi dei quali si è saputo il giorno stesso della riunione.

  Per via democratica i cristiani democratici hanno cambiato le società europee, in particolare secondo i principi di pacificazione e di solidarietà ai quali ai tempi nostri anche la dottrina sociale cattolica fa riferimento. Nel momento in cui si vorrebbe applicarli anche nella vita della  nostra Chiesa si è impediti dal farlo dalla gerarchia che sbarra la via, ripetendo stucchevolmente che “la Chiesa non è una democrazia”. E’ la triste eredità della politica cosiddetta intransigente che circa cinquant’anni, tra Ottocento e Novecento, vietò la democrazia ai cattolici italiani per le assurde rivendicazioni territoriali del Papato riassunte nell’espressione Questione romana. Quest’ultima poi condusse i cattolici italiani e la Chiesa tutta tra le braccia del fascismo mussoliniano, che offrì la tanto sospirata conciliazione.

  Se si vuole realizzare una reale partecipazione di tutti alle decisioni che riguardano tutti, lo si può fare solo per via democratica. Questo significa che non vi è altra via per attuare una vera sinodalità. Nell’interpretazione dei nostri vescovi essa appare come un nostro parlare e in loro ascoltare quello che credono, per poi decidere tra loro quello che riguarda tutti per poi imporcelo a titolo di verità. In realtà, per come si sta sviluppando la nostra sinodalità, l’ascoltare non sembra poi così importante, come del resto era già prima. I vescovi sembrano avere già in mente quello che poi diranno di avere ascoltato. Ma lo decideranno con più precisione quando sapranno dal Papa che cosa dovranno pensare e dire. Il Papa non sembra tanto soddisfatto di quello che si prospetta, ma l’organizzazione è quella che è, e in fondo l’ha assentita lui.

  Come anche ha detto Sternberg ieri, il diritto canonico non consente una vera sinodalità, e allora, se si vuole provare ad attuarla, occorre prescinderne fin dove si può, come appunto si sta facendo in Germania, ma lì con l’assenso della maggioranza dei vescovi.

  In una parrocchia, dove non si deve decidere su verità, ma solo organizzare un lavoro comune di prossimità fatto di cose concrete, spazi ci sono già adesso. Un’organizzazione veramente sinodale può essere costruita a partire dai pur limitati spazi di autonomia consentiti al Consiglio parrocchiale pastorale. Nella nostra parrocchia non sembra funzionare a ciò che so. Farlo funzionare è però obbligatorio nella Diocesi di Roma, per specifiche disposizioni normative. Quindi siamo in difetto. Ho saputo che quando si riuniva c’erano problemi proprio perché non si aveva pratica di sinodalità democratica e le correnti fondamentaliste pretendevano di imporre una sola via, la loro. Così naturalmente non si va da nessuna parte. Si passa  a vie di fatto. Così, invece di cercare di cambiare, si  è sospeso tutto. Del resto il clero diffida delle istituzioni partecipative ed esse non sono così tanto diffuse nei cosiddetti movimenti, una buona parte dei quali ha orientamenti reazionari e hanno di mira la Chiesa del Concilio.

  La democrazia, come oggi la si intende, è un sistema di limiti all’esercizio di qualsiasi potere. Per questa via  si fa spazio ai molti. Rispettando questo presupposto, e innanzi tutto la dignità delle altre persone, si può partecipare in tanti. Su questo principio, che nessun potere possa essere  illimitato, quindi il rifiuto del totalitarismo, non si decide a maggioranza: i deve essere tutti d’accordo. Del resto il Maestro non istituì alcun potere totalitario perché ci comandò l’agàpe, parola che il termine amore non traduce bene e che consiste nello stare insieme con benevolenza e solidarietà, cercando di capire e addirittura anticipare le esigenze delle altre persone che stanno con noi. E’ lo spirito di servizio, che caratterizza l’esercizio del potere democratico come oggi lo intendiamo.

  Nello stare insieme in parrocchia vengono in luce le cose concrete da fare e come collaborarvi. Così non si ha l’impaccio della nostra sofisticata ed efferata teologia che in genere finisce per guastare tutto, e lo dico perché storicamente è sempre andata così quando ci si è affidati ad essa. Ma c’è ancora qualche persona che ha veramente desiderio di impegnarsi nelle cose concrete da fare, non solo a chiacchiere? Al dunque sembrano molto poche. Abbiamo poco tempo che ci residua e non è solo per nostra cattiva volontà. Considerando la vita di chi ha lavoro e famiglia dei quali occuparsi, si è calcolato che rimane solo parte del sabato e la domenica, nella quale però si ha anche piacere di incontrarsi in famiglia, in una cerchia ristretta. Ma non c’è democrazia, né vera sinodalità, se non si trova un tempo sufficiente da condividere con altre persone.

 Al dunque il tempo condiviso è poco e bisogna imparare a impiegarlo bene, in modo produttivo. A questo servono le procedure nelle quali si articola in pratica la democrazia, insegnate dall’esperienza. Ognuno dovrebbe avere qualcosa da fare e tra  le cose da fare ognuno dovrebbe a turno occuparsi della funzione che definiamo presidenza  e che possiamo assimilare alla mansione del direttore d’orchestra, il quale, essendo in una posizione che gli consente di ascoltare tutti gli strumenti, può anche coordinarne l’azione collettiva.

  Tutto ciò che si fa dovrebbe essere posto sotto la regola del provando e riprovando, che significa fare e correggersi secondo i risultati dell’esperienza. Un fondamentalista, invece, proverà e proverà nuovamente andando all’infinito a sbattere contro i muri contro i quali si è schiantato, incapace di cambiare, convinto di avere il monopolio della verità. Non crede ai  muri e quindi non riesce a capacitarsi che gli sbarrino la strada. E’ proprio per questa via che la nostra Chiesa, come la conosciamo, sta iniziando a dissolversi. Certi  muri, certo, dovrebbero cadere, ad esempio tutti quelli costruiti a formare i palazzoni e chiesoni che costituiscono ancora uno degli assili principali dei nostri gerarchi ecclesiastici. Si  iniziò a costruirli dal Quarto secolo, fondamentalmente per dare l’idea di un potere immane e immodificabile, sacralizzato quindi, e da allora non si è più finito. Ai tempi nostri si stanno svuotando di gente, perché non si è dedicata altrettanto impegno nella costruzione sociale, pretendendo che, anche nell’affermarsi delle democrazie europee, le persone accettassero di essere ridotte a mero oggetto  di potere, in una condizione propriamente servile, addirittura di gregge che va dove gli si dice  e non ha voce, non articola pensieri, ma emette solo versi al modo delle pecore. Come ha detto ha detto Sterberg, oggi l’autocomprensione è democratica e  la costruzione sociale, anche quella ecclesiale, può essere solo democratica. Questo non significa mettere Dio ai voti, ma rendere possibile in concreto la critica evangelica di ogni potere, non consentendo alcun potere senza limiti.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli