martedì 8 febbraio 2022

Pensare il nuovo

 

Pensare il nuovo

 

 Sto leggendo Amici. Comprendere il potere delle nostre relazioni più importanti, Einaudi 2022 (anche in e-book), dell’antropologo e psicologo evolutivo inglese Robin Dunbar.

  Tra i vertebrati ci siamo molto avvantaggiati di forme molto sofisticate di socialità. Realizzarla crea però grossi problemi: per fronteggiarli l’evoluzione ci ha dotati di aree del cervello molto efficaci in questo campo. Ci hanno resi capaci di linguaggio e di pensiero. In noi si è così sviluppata una mente, che ci ha staccati dal presente, nel quale sembrano confinati gli animali, anche quelli a noi molto vicini, in particolare gli altri primati. Ricordiamo il passato e prefiguriamo il futuro. Nelle immagini che ne abbiamo nella mente, realtà e fantasia non sono nettamente distinte. Nelle elaborazioni mentali le emozioni svolgono un ruolo molto importante.

  Al contempo, Dunbar ci avverte che, come ha dimostrato con i suoi studi, la nostra mente non ci consente più di circa 150 relazioni intense, quelle che definiamo amicizie. Ne ha dato dimostrazione sperimentale piuttosto convincente.

  Chi è l’amico? E’ stato detto che è la persona a cui vi avvicinereste senza esitazioni se vi capitasse di vederla alle tre del  mattino nella sala di attesa di un aeroporto: si renderebbe immediatamente conto di chi siete e in quale rapporto siete con lei, così come anche voi fareste con lei.

  Come abbiamo fatto ad evadere  da queste piccole comunità di circa 150 persone, nelle quali siamo realmente ancora rinchiusi? Con le immagini create dalla mente. La religione è appunto fatta essenzialmente di questo. E’ un complesso di immagini strutturate che ci ha consentito di iniziare a pensare l’infinito, il tutto, la moltitudine, il passato  e il futuro lontanissimi. Ora non è più il solo strumento che abbiamo per quella funzione, ma è ancora molto importante e pervade tutti i campi del pensiero nei quali si cerca di immaginare la stabilità. Il diritto ha ancora connotati religiosi. Un pensiero si presenta come religioso quando cerca di fondare la stabilità, prescindendo dalla generale evoluzione e trasformazione che caratterizzano tutto ciò che c’è quando lo si osserva realisticamente.

  Nelle religioni è quindi molto importante la tradizione, ciò che si è ricevuto in società nel passato. Gli avi  e le forze della natura furono le prime manifestazione della divinità.

  Bisogna però considerare che la storia  umana è un seguito di trasformazioni sociali, talvolta molto rapide, come sta appunto avvenendo ai tempi nostri. Tutto cambia intorno a noi e chi non si adatta alla nuova situazione soccombe. Da qualche anno si parla di resilienza  per definire la caratteristica di una persona o di una collettività di mantenere una certa integrità pur in contestati traumatici, adattandosi.

  Le religioni si sono mostrate molto efficienti in questo campo. Non per la loro capacità di durare intatte, ma per quella di durare trasformandosi. Esse, in particolare, riescono molto bene a integrare l’emotività personale, dando senso  alla vita.

 Le istituzioni sono strutture sociali create per rendere stabile la società. Fino ad epoca recente in Occidente si servivano anche delle religioni. Oggi molto meno. In una società che sta cambiando rapidamente, anch’esse sono messe in questione. In un certo senso stiamo vivendo la fine di un mondo, quello ordinato secondo confini rigidi, nel quale la sicurezza era legata all’idea di sentirsi a casa propria  in un certo contesto geografico e sociale. Il mondo è molto più intrecciato in una rete di relazioni che sono divenute vitali.

  Le immagini religiose che ci sono servite nel passato possono funzionare anche nella nuova situazione che si sta producendo? No, senz’altro no. E lo stesso deve dirsi per le istituzioni religiose, così come per tutte le altre istituzioni. Occorre pensare  e poi sperimentare  qualcosa di più adatto ai tempi.

 Ad esempio, nel passato, anche recente, il problema della guerra era meno pressante da un punto di vista religioso, per cui, tutto sommato, quando scoppiavano guerre, in ogni stato si benedicevano i propri eserciti nazionali senza troppi problemi di coscienza. In un mondo globalizzato  come quello in cui viviamo, nel quale, ad esempio, gran parte degli oggetti di uso comune in Italia vengono dal lontano Oriente, un conflitto generalizzato produrrebbe conseguenza catastrofiche come mai è avvenuto nel passato. La tradizionale dottrina sulla guerra giusta e anche quella sul guerriero cristiano, che è a posto con la coscienza servendo la propria nazione anche andando ad ammazzare altra gente - cristiani compresi,   non vanno più bene.

  Pensare  il nuovo in modo che dia senso  a ciò che viviamo, e un senso in cui ci sia ancora posto per la maggior parte possibile di noi, deve essere lavoro collettivo o altrimenti non funziona. Non è qualcosa che possiamo trarre dal passato, perché quasi nulla di ciò che caratterizza ciò stiamo oggi sperimentando c’era prima, né qualcosa che è alla portata di gruppi di poche persone, o addirittura di una sola: va sperimentato su larga scala per vedere se e come funziona. La sinodalità  alla quale anche la nostra Chiesa si vorrebbe aprire serve appunto a questo.

 Pensare alla religione come a qualcosa che evolve,  che cambia, può sconcertare qualche fedele. Ma la nostra, in particolare,  è una fede in cui si è ricevuta la promessa che tutte le cose saranno fatte nuove.

 

Allora Dio dal suo trono disse: «Ora faccio nuova ogni cosa». Poi mi disse: «Scrivi, perché ciò che dico è vero e degno di essere creduto». [Apocalisse 21, 5]