venerdì 28 gennaio 2022

Sinodalità addomesticata

 

Sinodalità addomesticata


  Le schede  preparate in alcune diocesi per dare indicazioni su come condurre le consultazioni  sinodali mi appaiono come un indizio della volontà di addomesticare il tirocinio di sinodalità che si vorrebbe indurre nelle persone di fede.

  Una parte dei problemi delle nostre Chiese, che si stanno fortemente contraendo, deriva dall’evoluzione delle società nelle quali sono immerse, ma una parte rilevante deriva dall’organizzazione ecclesiastica, che riduce la grande maggioranza delle persone di fede a semplice platea  e pretende di incatenare il  residuo in una asfissiante autocrazia. Quest’ultima, la gerarchia  detta santa, nel senso di immodificabile pena sanzioni soprannaturali, quindi meglio si direbbe sacra, non appare intenzionata a cedere la benché minima quota del suo potere in favore di procedure sinodali, vale a dire realmente partecipate.

  Ecco quindi che delle Dieci domande, nelle quali, secondo il Documento preparatorio  diffuso lo scorso ottobre dalla Segreteria del Sinodo dei vescovi, si articola l’Interrogativo fondamentale

Una Chiesa sinodale, annunciando il Vangelo, “cammina insieme”: come questo “camminare insieme” si realizza oggi nella vostra Chiesa particolare? Quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere nel nostro “camminare insieme”?

 ne verranno saltate, nella pratica sinodale nelle realtà di base,  la maggior parte. Nei gruppi sinodali svolti finora nella nostra parrocchia si sono tagliate, ad esempio,   le domande relative a se e come si ascolta  e alla parrèsia / franchezza e si è passati subito alla domanda sulla celebrazione, concentrata su  come vorremmo la messa, che è più che altro la fissa di chi la messa celebra  nel senso che ne è il protagonista, vale a dire il prete.

Verso chi la nostra Chiesa particolare è “in debito di ascolto”?

 si voleva sapere nella seconda delle Dieci domande. Facile rispondere: la gerarchia non ascolta nessuno e noi che ne siamo liberi ascoltiamo solo le persone che ci sono simpatiche o affini, le altre le ignoriamo e se siamo proprio costretti a interloquire con loro in genere litighiamo.

  A volte sembra che si voglia riassumere tutte le Domande  in questa:

Che cosa  è per te la Chiesa?

 In questo modo si riconduce la sinodalità al problema delle definizioni, che, fin dai primi secoli, è il campo privilegiato dalla nostra efferata teologia dogmatica, vale a dire quella che serve a distinguere chi è dentro e chi è fuori.

  Ma questa delle definizioni  è questione estranea all’Interrogativo fondamentale  che ci è stato proposto e, ritengo, che lo sia stata perché così ha disposto il Papa, tra i pochi gerarchi che si mostrano realmente interessati a sentire come la pensiamo.

  Il “per te” è già un grave travisamento. Che significa “per me”, dal momento che parliamo di un fenomeno collettivo? Semmai “per noi”. Questo richiederebbe di parlarne insieme, il dialogo essendo il principio di ogni sinodalità, cosa che ai vescovi sembra fare veramente paura, e infatti raccomandano di fermare qualsiasi tentativo di articolare un “dibattito” nei gruppi sinodali, i quali, in questo modo non sarebbero più veramente tali.

  Nella Chiesa si cammina insieme, viene osservato. Infatti una Chiesa ci appare, come detto, un fenomeno collettivo, un ambiente in cui si sta insieme. Fenomeno  è ciò che si mostra, che appare. Se osserviamo  una Chiesa così com’è, la vediamo come un fatto collettivo. «Come questo “camminare insieme” si realizza oggi nella vostra Chiesa particolare?», ci viene chiesto. La risposta che in genere potrebbe essere data è questa: di solito il camminare insieme  viene inteso nel senso di seguire un qualche gerarca ecclesiastico. Questo è particolarmente umiliante per chi è costretto, pena l’emarginazione o peggio, a seguire. «Quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere nel nostro “camminare insieme”?». Parlando di “Spirito” si può lasciare campo libero all’immaginazione e, allora, c’è chi lo intende come moto viscerale, emozione, chi ci mette dentro il proprio pensiero, quindi un po’ di ragionevolezza, ma in genere, quando nella nostra Chiesa si parla di “Spirito”, si vuole intendere che lo Spirito parla mediante i nostri gerarchi e quindi si è spirituali quando li si segue, con il che, lo si capisce bene, non si va molto avanti nel cambiare quell’umiliante seguire nel quale i più sono confinati.

  Una Chiesa più partecipata manifesta un “camminare insieme” più dignitoso, quindi anche spiritualmente più coinvolgente, intendendo per spirituale  ciò che interiormente dà senso alla vita, ma anche, in definitiva, più efficace, perché c’è più gente che vi lavora, non limitandosi a pascolare  passivamente nei prati liturgici organizzati dal clero. Un clero, va detto, sempre più anziano, sempre meno numeroso, sempre più demotivato, ma anche sempre più autoreferenziale, anche nei più giovani, il che manifesta un evidente difetto formativo. I preti giovani talvolta mi sono apparsi allevati troppo in mezzo al sacro, espresso da nubi di incenso, letteralmente, e molto meno per aver a che fare con il popolo, del quale sembrano sopportarne solo piccole dosi. Questa mi sembra una enorme differenza rispetto alla situazione che vissi da adolescente.  

  Se si cade nella trappola definitoria  e si cerca di rispondere alla domanda, in fondo abusiva nell’attuale processo sinodale,  «Che cosa è per te la Chiesa?», poi immancabilmente, ci si può giurare,  si verrà sommersi dalla immaginifica e intollerante teologia in merito che costituisce il  pesante e tragico  orpello dei secoli passati, in cui ogni sentenza teologica era anche una sentenza di condanna che comminava la morte ai dissenzienti. Insomma ci verrà detto  come DEVE essere la Chiesa e ci verrà rimproverato che ciò che per noi è  la Chiesa è, noi inconsapevoli per ignoranza, eresia, peccato, frattura nel Corpo, e verremo invitati a piantarla lì, a ritornare nell’ovile,  e che solo perché non siamo teologi accreditati ci va bene, saremo perdonati, mentre quegli altri verrebbero fulminati dall’apposito organo di polizia ideologica, altro peso  del nostro brutto passato che purtroppo ci trasciniamo ancora dietro.

 Può un vescovo rettificare  quello che il Sinodo dei vescovi manda a chiedere a tutte le persone di fede, perché rispondano con franchezza? Se lo concepiamo come gerarca autocratico nelle cui mani si è tutti, sì. Ma è appunto questo che sinodalmente dovremmo provare a correggere. La sinodalità popolare  non è tale se rimane nelle mani di un  vescovo, o anche di tutti  i vescovi come sempre accaduto nel passato. In effetti l’Interrogativo fondamentale  e le Dieci domande  in cui si articola appaiono aver voluto veramente aprire  ad una sinodalità partecipata da tutte le persone di fede, in questo senso popolare, in cui regnino benevolenza e parrèsia/franchezza, o detto con il salmo 85, 11, misericordia e fedeltà/verità,  giustizia e pace.

Amore e fedeltà si incontreranno,
giustizia e pace si abbracceranno.

[versione TILC]

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli