giovedì 27 gennaio 2022

Sinodalità contro comunione

 

Sinodalità contro comunione

 

da: Juan Maria Laboa, Atlante  dei concili e dei sinodi nella storia della Chiesa, Città Nuova - Jaka Book, 2008, pag. 14,16

 

  Fin dai primi giorni di vita della comunità cristiane, non appena Gesù morì e gli apostoli si sparpagliarono per annunciare il  Vangelo, le diverse opinioni, le aspre dispute sul valore della Legge ebraica, gli scontri tra cristiani in merito all’interpretazione di alcune dottrine furono costanti. La pace che avrebbe dovuto regnare su queste comunità fu spesso turbata, e fu sempre precaria. Le prime comunità di cristiani, perennemente esposte agli attacchi dall’esterno, non sempre trovarono al loro interno la tranquillità che sarebbe stata necessaria. Giudeo-cristiani e cristiani gentili [provenienti dalle genti, dai popoli diversi dai giudei], gregi e romani, discepoli di Paolo, di Pietro o di Giovanni manifestarono con veemenza i propri punti di vista divergenti. Paolo arrivò a definire «falsi apostoli» e «servi del demonio» altri evangelizzatori cristiani con cui si trovava in disaccordo, e casi simili si ripeterono con frequenza.

  Come è risaputo la cristianità primitiva non formava un’unica Chiesa uniforme e centralizzata. Già san Paolo fa riferimento a diverse «comunità» e nei testi apostolici riscontriamo che non tutte erano irreprensibili, né tutte si comprendevano e si apprezzavano; al contrario , invece, spesso dimostravano apertamente la propria polemica divergenza e contrapposizione. Pensiamo alle posizioni opposte di fronte alle leggi sull’alimentazione che possiamo riscontrare nei passi di 1Corinzi 8-10 e Romani 14, ai pareri divergenti rispetto alla legge in san Marco e san Matteo, e alle sempre nuove incomprensioni tra i cristiani originari del giudaismo e quelli che provenivano dai gentili.

  A parte tutto, la «grande Chiesa» era qualcosa di reale, sentito e vivo per tutti. Tutti cristiani erano coscienti di formare una parte del corpo di Cristo, di appartenere al corpo dei suoi discepoli.

[…]

 Alla fine dei 1° secolo, il presbitero Clemente di Roma fece notare  ai cristiani di Corinto che lo scisma che li minacciava era un attentato contro il corpo di Cristo, per cui dovevano sforzarsi di superarlo. Ignazio di Antiochia (intorno al 110) ha un unico pensiero, quello dell’unità, in un tempo in cui l’eresia e la discordia minacciavano la Chiesa quanto le persecuzioni.

[…]

 Per questi e altri autori dell’epoca come Giustino [l’autore che inventò l’idea di eresia  nota mia, v. citazione sotto(*)] e Ireneo, il vescovo era il segno visibile e il servitore più efficace dell’unità di tutte le Chiese di fronte alle eresie a alle divisioni.

(*) All’inizio del secolo [il 2° secolo  nota mia, dal 100 al 199 dC], le comunità cristiane erano distinte con difficoltà da quelle giudaiche. La rivolta giudaica del 130 dC contribuì in modo decisivo alla loro separazione. Verso la metà del secolo il filosofo Giustino, convertito al cristianesimo, fissa questa distinzione nel suo Dialogo con Trifone. Nel contempo, nelle sue apologie, contribuisce in modo determinante al confronto col mondo pagano, costruendo un’immagine del cristianesimo destinata a dimostrarsi vincente. Per combattere i nemici interni, infine, egli inventa il concetto di eresia come deviazione dottrinale di origine diabolica dal patrimonio comune della fede: un’arma potente per costruire, per converso, un concetto di ortodossia come pilastro della vera Chiesa. [da Giovanni Filoramo, Storia della Chiesa. 1. L’età antica, EDB, 2019, anche in ebook, pag. 49]

 

 

 Nella nostra Chiesa sinodalità  e  comunione  sono concetti che sono stati presi come simbolo da orientamenti contrapposti in materia di esercizio del potere ecclesiastico.

  I sinodali  lo vogliono partecipato, prendendo spunto da come lo si visse nel Primo secolo, gli altri lo vogliono accentrato  in un capo sacrale le cui decisioni non possano essere poste in discussione.

   La formula accentrata del potere ecclesiastico fu costruita nel Quarto secolo a partire da prassi e ideologie che si erano formate dal secondo secolo intorno al ruolo dei vescovo. Dal secondo secolo si affermò il potere monocratico del vescovo, ma limitato alla comunità di riferimento che lo esprimeva con procedure partecipate anche se l’eletto doveva ottenere l’approvazione degli altri vescovi intorno. Le intese tra vescovi di una regione venivano raggiunte con procedure sinodali. Successivamente i vescovi di alcuni centri maggiori assunsero maggiore autorità sugli altri, in particolare quelli di Roma e Costantinopoli, Antiochia, Gerusalemme e Alessandria d’Egitto. Nel quarto secolo si ebbe una polarizzazione intorno a quelli di Roma e Costantinopoli, le capitali dell’Impero romano dopo la riorganizzazione fatta da Diocleziano nel Terzo secolo. Tutti i Concili del Primo millennio furono organizzati dall’imperatore in o intorno Costantinopoli, in ambiente ellenistico. Questi concili furono molto diversi da sinodi che avevano radunato i vescovi nei secoli precedenti, per il ruolo importantissimo che vi ebbero gli imperatori. Le decisioni che ne uscirono furono leggi dell’impero. Nel Quarto secolo i vescovi divennero progressivamente  funzionari imperiali. L’eresia, vale a dire il dissenso dalle definizioni teologiche  contenute in quelle leggi, divenne anche crimine per lo stato. Quando si parla di Chiesa costantiniana, nel senso di Chiesa accentrata intorno al potere politico, ci si riferisce a questo. Costantiniana da Costantino 1°, l’imperatore che, nel quadro di una grandiosa risistemazione del suo impero, inglobò il cristianesimo nell’ideologia dello stato, presentandosi come Vicario di Cristo, titolo poi assunto, nel Secondo Millennio, dai Papi romani.   

  La prima metà del Secondo Millennio fu travagliata dalle acerrime controversie, con importanti risvolti politici, tra Conciliaristi (oggi diremmo sinodali)  e Papisti, riguardo al potere assoluto che il Papato aveva iniziato a rivendicare dall’Undicesimo secolo nella Chiesa, e tra Papato e Imperatori germanici, quanto al potere rivendicato da entrambi sui popoli nel loro dominio. Il Papato romano, rivendicando in esclusiva il titolo di Vicario di Cristo, pretendeva di esercitare un’egemonia anche politica sugli imperatori.

  Nelle e tra le Chiese cristiane non si visse mai una vera e stabile epoca di pace e ciò analogamente a quanto accadeva nella politica coeva. La pace iniziò a divenire un valore anche politico per la nostra Chiesa solo molto di recente, dalla metà degli scorsi anni ’40. In precedenza era solo un valore religioso del quale si attendeva la realizzazione  alla fine dei tempi. Si dava per scontato che le controversie politiche potessero richiedere di entrare in guerra e lo stesso Papato scelse talvolta quella via, in genere alleandosi con altre potenze, almeno fino a quando gli venne tolto il piccolo regno che dall’antichità aveva nel centro Italia, con capitale Roma. Le Crociate furono le principali, sanguinosissime,  guerre del Papato romano. Nel '500 il Papato ebbe un fondamentale nell'organizzare una guerra contro l'Impero Ottomano, nel corso della quale fu combattuta la sanguinosissima "battaglia di Lepanto", il 7 ottobre 1571. L’ultima guerra fu combattuta dal Papato romano nel settembre del 1870: il nemico era il Regno d’Italia, da poco costituito. Fece poi pace con il Regno d’Italia solo nel 1929, stipulandola con il governo di Benito Mussolini nei Patti Lateranensi, detti così perché stipulati nei palazzi del Laterano l’11 febbraio 1929. In questi accordi era compreso un Trattato in virtù del quale il Papato ebbe un piccolo regno territoriale sul colle Vaticano, denominato  Città del Vaticano. Nel 1931, con l’enciclica Il Quarantennale - Quadragesimo anno, nel quarantesimo dal primo documento della moderna dottrina sociale, vale a dire l’enciclica Le novità - Rerum novarum  del 1989, il papa Pio 11° esortò i cattolici a collaborare all’ordinamento corporativo che il fascismo mussoliniano stava allora organizzando e lodò il fascismo per la repressione contro i socialisti.

 

92. Recentemente, come tutti sanno, venne iniziata una speciale organizzazione sindacale e corporativa, la quale, data la materia di questa Nostra Lettera enciclica, richiede da Noi qualche cenno e anche qualche opportuna considerazione. 

93. Lo Stato riconosce giuridicamente il sindacato e non senza carattere monopolistico, in quanto che esso solo, così riconosciuto, può rappresentare rispettivamente gli operai e i padroni, esso solo concludere contratti e patti di lavoro. L'iscrizione al sindacato è facoltativa, ed è soltanto in questo senso che l'organizzazione sindacale può dirsi libera; giacché la quota sindacale e certe speciali tasse sono obbligatorie per tutti gli appartenenti a una data categoria, siano essi operai o padroni, come per tutti sono obbligatori i contratti di lavoro stipulati dal sindacato giuridico. Vero è che venne autorevolmente dichiarato che il sindacato giuridico non escluse l'esistenza di associazioni professionali di fatto. 

94. Le Corporazioni sono costituite dai rappresentanti dei sindacati degli operai e dei padroni della medesima arte e professione, e, come veri e propri organi ed istituzioni di Stato, dirigono e coordinano i sindacati nelle cose di interesse comune. 

95. Lo sciopero è vietato; se le parti non si possono accordare, interviene il Magistrato. 

96. Basta poca riflessione per vedere i vantaggi dell'ordinamento per quanto sommariamente indicato; la pacifica collaborazione delle classi, la repressione delle organizzazioni e dei conati socialisti, l'azione moderatrice di une speciale magistratura. Per non trascurare nulla in argomento di tanta importanza, ed in armonia con i principi generali qui sopra richiamati, e con quello che inibito aggiungeremo, dobbiamo pur dire che vediamo non mancare chi teme che lo Stato si sostituisca alle libere attività invece di limitarsi alla necessaria e sufficiente assistenza ed aiuto, che il nuovo ordinamento sindacale e corporativo abbia carattere eccessivamente burocratico e politico, e che, nonostante gli accennati vantaggi generali, possa servire a particolari intenti politici piuttosto che all'avviamento ed inizio di un migliore assetto sociale. 

 

  Che possiamo concludere? Che non è mai esistita un’epoca dell’oro nella quale nella nostra Chiesa si sia andati d’accordo e i rapporti con la politica siano stati indolori.

 Ma anche questo: storicamente la sinodalità che si è praticata nella nostra Chiesa   non ha mai veramente coinvolto il Popolo di Dio, come ora si vorrebbe fare (in altre confessioni cristiane è stata mantenuta una accentuata sinodalità episcopale e in altre ancora la sinodalità popolare  è divenuta una realtà), ma solo gerarchi ecclesiastici, assistiti talvolta da teologi, e sovrani o funzionari civili,  e solo dagli scorsi anni Sessanta è riuscita a scalfire il totalitarismo ecclesiale intorno al Papato romano, nel quale la nostra Chiesa si era barricata nel corso dell’Ottocento.

 L’accusa di lacerare il Corpo di Cristo, quindi di peccare contro la comunione ecclesiale, viene con molta leggerezza lanciata contro ogni tentativo di allargamento della sinodalità e, d’altra parte, di quest’ultima tra i cattolici si ha scarsissima esperienza fuori delle cerchie dei chierici e dei religiosi. Quando ci si incontra si cerca sempre di riferirsi a qualche testo normativo o comunque autorevole contenente definizioni che possano essere sfruttate o piegate a proprio favore,  per obbligare  le altre persone a seguire un certo orientamento. Poiché di solito l’acculturamento teologico delle persone di fede è assai scarso, al di fuori di chierici e religiosi, si annaspa nel gergo teologico e, in mancanza di riferimenti rigorosi, si tende ad inventare fantasiose sistemazioni ideologiche. Poiché la capacità dialettica è quella che è, alla fine si finisce per scagliarsi anatemi gli uni contro gli altri, in ciò in perfetta consonanza coi costumi degli antichi, iracondi  e bellicosi cosiddetti Padri. Insomma, non sapendo argomentare, si passa a vie di fatto.

  Per realizzare una sinodalità  che non metta a rischio la comunione, non intesa però come sistemazione totalitaria sotto un unico piccolo padre terreno, il capo-tribù,  ma come atteggiamento di benevola, amicale e solidale accettazione delle altre persone anche nelle loro diversità, è consigliabile non accapigliarsi sulle definizioni e attenersi ai concreti problemi in questione, astenendosi dal voler incautamente e da sprovveduti tentare di ristrutturare  le altre persone secondo le proprie fantasie e, soprattutto, di pasticciare con la teologia.

 Il principale problema della sinodalità a livello parrocchiale è, però, che non c’è nessuna questione  concreta, anche minima,  che si vuole lasciare alla sinodalità, per cui, di solito, sul povero Popolo di Dio si riversano solo indigeribili pipponi di stampo spiritualistico, che lasciano tutto com’è.  Certo, chi riesce ad ascoltarli poi non discute e quindi non ci sono controversie: ma le chiese si svuotano.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli