sabato 22 gennaio 2022

Manuale operativo di sinodalità - 10.7 - Il metodo 7

 




Per informarsi sul WEB sui cammini sinodali

 

Sito del Sinodo 2021-2023 (generale)

https://www.synod.va/it.html

Siti del cammino sinodale delle Chiese italiane

https://camminosinodale.chiesacattolica.it/

https://www.chiesacattolica.it/cammino-sinodale-delle-chiese-che-sono-in-italia-i-testi-approvati-dal-consiglio-permanente/

Sito della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi

http://secretariat.synod.va/content/synod/it.html


Tessere socialità con la pazienza di chi lavora  maglia



Manuale operativo di sinodalità

-

10.7

-

Il metodo 7

 

1. Una po’ di storia in breve. Il Concilio ecumenico Vaticano 2° si svolse a Roma tra il 1962 e il 1965. La sua convocazione fu annunciata dal papa Giovanni 23° nel 1959. Non coinvolse solo Papa e vescovi, ma tutti i fedeli. Quando vi fu coinvolta, la Chiesa era ancora organizzata secondo un pesante totalitarismo teologico, ideologico e istituzionale. Al centro di quel Concilio vi fu proprio la Chiesa e il suo totalitarismo ecclesiastico. Si volle aprire degli spazi di impegno anche per tutte le altre persone di fede. In base ai deliberati del Concilio fu ampliata la facoltà di creare associazioni e movimenti caratterizzati da una certa autonomia. La nostra Azione Cattolica fu riorganizzata facendo dell’esercizio dei valori e del metodo democratici uno dei suoi principali elementi caratterizzanti. Nelle parrocchie e nelle diocesi furono introdotti organismi di partecipazione, per altro con funzioni esclusivamente consultive, in cui tutte le persone di fede, comprese le donne, potevano collaborare. Per circa vent’anni si cominciò ad uscire dal precedente totalitarismo ecclesiastico. La Chiesa, lo ricordo bene, manifestava una viva effervescenza. Nella nostra parrocchia s formò un  numeroso gruppo di giovani, animato dal viceparroco don Franco. Si avviò l’esperienza delle mamme catechiste, in cui fu molto coinvolta anche mia madre. Dall’inizio degli anni ’80, con la deliberazione del nuovo codice di diritto canonico (1983), l’esortazione apostolica I fedeli laici - Christifideles laici (1988), con la lettera Il concetto di comunione - Communionis notio (1992) della Congregazione per la dottrina della fede, la delibera del Catechismo della Chiesa cattolica (1992) come legge  dottrinale valida anche per la teologia, la lettera apostolica [Il Signore costituì] I suoi Apostoli - Apostolos suos (1998) e, infine, in Italia, l’avvio del Progetto culturale (1997), si produsse il sostanziale congelamento di quei moti di rinnovamento. Si produsse così quello che alcuni definiscono un lungo inverno  nella Chiesa italiana, dal quale il fecondo cattolicesimo democratico nazionale ne uscì praticamente annientato, nella Chiesa e nella società italiana. Invano dal 2005, a partire dalla Lettera ai fedeli laici  della Commissione episcopale per il laicato Fare di Cristo il cuore del mondo, si tentò di indurne la ripresa. Già quell’anno la devastazione antropologica  prodotta nel mondo cattolico nazionale appariva in stato terminale. Questa fu la situazione che trovò il Papa attualmente regnante, agli inizi del suo ministero nel 2013. La svolta degli anni ’80 è riconducibile essenzialmente alla teologia di Joseph Ratzinger, il quale regnò da Papa dal 2005 al 2013. Quando Ratzinger assunse la guida della Congregazione per la dottrina della fede, l’organismo di polizia teologica e ideologica del Papato, riscuoteva una indiscussa fama come uno tra i massimi teologi cristiani del suo tempo tra tutti gli altri teologi di ogni confessione. Egli era stato tra i teologi non vescovi che erano stati protagonisti, come esperti, del Concilio Vaticano 2°. All’epoca condivideva il moto di aggiornamento pastorale  che era stato promosso dal papa Giovanni 23°. Nell’epoca successiva, quando si era passati alla fase attuativa dei principi ecclesiologici deliberati in quel concilio, temendo per l’integrità del corpo ecclesiale che appariva attraversato da fratture insanabili, aveva cominciato a manifestare l’esigenza di contenere e disciplinare i moti di rinnovamento ecclesiale. L’orientamento principale era quello di suscitare comunione  intorno al ministero del Papa e alla Chiesa universale manifestata dal collegio episcopale. Con il Progetto culturale  si propose di costruire, dopo la fine del partito cristiano fondato sull’idea di unità politica dei cattolici, la Democrazia Cristiana, una proposta ideologica e politica basata sulla dottrina sociale che, adottata da tutte le formazioni sociali del cattolicesimo italiano, consentisse di fronteggiare il modello sociale e politico del neo-liberismo individualistico che si venne affermando dagli anni ’80 nel mondo e, dall’inizio degli anni ’90, anche in Italia, producendo una rivoluzione tra i partiti politici che avevano retto le sorti nazionali. Come ha scritto Fulvio De Giorgi in Fulvio De Giorgi, Fabio Caneri (a cura di), Ardigò. Educare le comunità politiche. Coscienza etica e impegno Civile, collana Maestri, Scholé - Morcelliana, 2021:

 

Leggendo infatti, erroneamente, la globalizzazione neoliberale come un totalitarismo culturale si pensò di opporle un totalitarismo culturale opposto, attestato sulla dottrina cristiana, rigidamente codificata, su valori non negoziabili, su intransigenza comunicativa e mobilitazione sociale di massa, per una semplificatrice soluzione nazional-cattolica alla coesione sociale in difficoltà. Ma la globalizzazione neoliberale non era un neo-totalitarismo, anzi era la decostruzione post-moderna, preventiva e metodica, di ogni orizzonte totale di discorso. E così la pastorale del Progetto culturale fu facilmente neutralizzata, decostruita e metabolizzata, rubricandola come formulazione di interessi cattolici, da accontentare, corporativamente, quanto basta, e da accogliere finché si può, nella misura  in cui non si attaccavano l’individualismo ruggente, il mercato e il profitto. 

 

  I vescovi italiani imposero  un’apparenza di comunione a tutte le formazioni che caratterizzavano il cattolicesimo nazionale e che continuarono ad animarlo anche dopo la gelata. Tuttavia quelle di orientamento reazionario o neo-reazionario (basate sulla nostalgia di un neo-passato, un passato in realtà mai accaduto, ma solo sognato) apparvero avere un accesso privilegiato al Papa, durante il regno del papa Giovanni Paolo 2°. L’Azione Cattolica non fu certamente tra esse. Essa si proponeva di educare persone dalla fede adulta e i vescovi italiani in genere manifestarono una certa idiosincrasia per quell’idea, diffidandone come generatrice di indisciplina e di disunione. Fu l’epoca in cui venivano apprezzate le adunate oceaniche e plaudenti ai piedi del Papa, che davano l’immagine (ma solo quella) di un cattolicesimo identitario, popolare, compatto e numeroso. Non fu quello il metodo dell’Azione Cattolica italiana, che pure storicamente lo aveva praticato, radunando masse di fedeli in piazza San Pietro e altrove, forte dei suoi tanti aderenti, i quali anche da quando il loro numero raggiunse minimi storici, si contavano pur sempre intorno ai trecentomila. Perché non continuò a farlo? Veniva rimproverata per non aver continuato su quella via. Ha scritto De Giorgi nel libro che ho sopra citato:

 

Sembrava infatti che, per il vertice ecclesiastico italiano, il paradigma da preferire e da perseguire non fosse quello di laici cattolici formati e informati, bensì uniformati e conformisti. La comunità ecclesiale, dunque, non puntava ad educare, con un lavoro necessariamente lungo e paziente, all’autonomia e alla coscienza critica, evangelicamente critica,  ma puntava ad ottenere - con richiami da caserma e adunate oceaniche - ubbidienza e docilità, da parte di un laicato tenuto perennemente minorenne, anzi bambino. Ciò portò nel tempo ad una desertificazione delle voci più libere e creative, senza che potessero fiorirne altre, più giovani, destinate a succedere loro. Come una guerra lascia vuoti di generazioni e guasti che durano lungamente nel tempo, ciò ebbe effetti di lungo periodo, con un inaridimento di massa del laicato cattolico, con una quasi totale rottura nella trasmissione della fede alle generazioni più giovani e con un evidente (e forse salutare) declino del ruolo della Chiesa italiana nell’ambito della Chiesa universale.

 

 Dagli anni ’80 l’Azione Cattolica italiana fu tacciata di essere obsoleta, superata, da grandi neo-movimenti ecclesiali di orientamento neo-reazionario che la accusavano di aver provocato il tramonto  del cattolicesimo nazionale.  Nelle polemiche intraecclesiali di quegli anni merita di essere ricordato che egli anni ’80 si svolse una durissima polemica tra l’Azione Cattolica, che continuava a seguire la via della mediazione culturale, per capire la società in cui si viveva e per inculturarvi  i valori evangeli con il metodo del dialogo, e Comunione e Liberazione, originata da esperienze di Azione Cattolica negli anni ’60,  che sostanzialmente si proponeva come la nuova  Azione Cattolica, proponendo di praticare il metodo della presenza, vale a dire di contrapporre alle altre formazioni della società italiana una propria identità comunitaria di tipo quasi  neo-tribale, in quanto basata su una cultura comunitaria vissuta, praticata, proposta per la sola adesione, senza possibilità di mediazione. Si arrivò a lanciare all’Azione Cattolica accuse di eresia sotto specie di protestantesimo. A Milano, davanti al vescovo Martini, fu anche introdotto un processo ecclesiastico per diffamazione promosso da un’associazione cattolica, la Rosa Bianca, a cui per inciso aderiva David Sassoli, lamentando la diffamazione di Giuseppe Lazzati in un articolo pubblicato dal periodico di Comunione e Liberazione. La vicenda si chiuse con il ritiro dell’esposto da parte della Rosa Bianca, a seguito di una mediazione. Così ne riferì Repubblica:

 

ROMA Chiuso il caso-Lazzati. I 16 aderenti del movimento cattolico Rosa bianca hanno ritirato dal tribunale ecclesiastico di Milano la denuncia presentata contro Il Sabato in difesa della memoria storica dell' ex rettore dell' università Cattolica, accusato di protestantesimo dal settimanale ciellino. La difesa del professor Lazzati fatta sabato scorso dal cardinale di Milano, Carlo Maria Martini, nell' aula magna dello stesso ateneo cattolico, è stata considerata dai difensori dell' ex rettore come parola conclusiva della polemica in corso col giornale di Cl. I 16 della Rosa bianca, oltre a dichiararsi completamente soddisfatti per quanto il cardinal Martini ha detto su Lazzati (Visse integralmente l' insegnamento del Vangelo operando in mezzo al mondo), hanno fatto sapere che non si preoccupano più dell' impegno assunto dal settimanale di pubblicare un articolo che rivaluti la figura del rettore. La promessa della pubblicazione del pezzo riparatore era stata fatta dalla direzione del Sabato dopo la mediazione dell' arcivescovo di Milano della scorsa settimana. La Rosa bianca per la redazione dell' articolo aveva proposto lo storico Pietro Scoppola o uno dei suoi più stretti collaboratori, ricevendo, però, un immediato, anche se cortese, rifiuto. L' accordo, infine, era stato raggiunto sul nome dell' attuale prorettore della Cattolica, monsignor Pietro Zerbi. Dopo il chiaro intervento del cardinal Martini afferma Vinicio Russo, uno dei firmatari dell' esposto ci sentiamo completamente soddisfatti, in quanto le parole dell' arcivescovo per noi rappresentano la migliore riabilitazione che si potesse immaginare. Si è trattato di un autorevole ed insindacabile intervento, che, di fatto, ha rimesso le cose a posto. E, di conseguenza, come Rosa bianca, abbiamo deciso di ritirare l' esposto senza attendere l' articolo del Sabato.

 

 In quel clima, dal 1983, nella nostra parrocchia si insediò uno dei nuovi movimenti comunitari e mi parve che progressivamente lo si sia voluto proporre come unica via  per fare Chiesa  da noi. Questo mi parve provocare problemi con la gente del quartiere, che spesso se ne mostrava insofferente. Cominciò quindi ad arrivare gente da fuori, solo per vivere in quel movimento. Successivamente nella nostra parrocchia si insediò un altro movimento di neo-spiritualità che, come il primo, iniziò a richiamare gente da fuori.

  Va detto che l’Azione cattolica parrocchiale, benché sia federata con le strutture diocesana e nazionale, per l’articolazione caratteristica statutaria dell’associazione è profondamente radicata nella parrocchia, non è una frazione  ma parte autonoma  in una struttura federale che cresce dal basso. Non impone né una spiritualità né una teologia proprie caratteristiche.  E’ retta con metodo democratico.

 Inutile rivangare ulteriormente il passato. Basti dire che tra il 1983 e il 2015 l’Azione Cattolica parrocchiale non si sentì particolarmente apprezzata, anche se certamente riuscì a sopravvivere fino a che, ad un certo punto, l’orientamento di chi dirigeva la parrocchia cambiò, e ancora oggi vive. Tuttavia, come in altre situazioni ecclesiali, è stato interrotto il ricambio generazionale, non essendo stata più proposta come via per l’approfondimento della vita e della cultura di fede. Mancano quindi i più giovani, la fascia fino ai trent’anni. E questo mentre la parrocchia, come anche accadeva altrove, perdeva tanti giovani dopo la Prima Comunione o la Cresima, che comincia ad essere definito ormai il sacramento dell’addio.

2. Le conseguenze sulla nostra sinodalità.  Le informazioni di storia ecclesiastica che ho dato, e che ho tratto oltre che dalla mia memoria personale e da diversi libri, tra  i quali, oltre a quello di Fulvio De Giorgi che ho sopra citato, segnalo quello di Giuseppe Ruggieri, Chiesa sinodale, Laterza 2016 (anche in ebook), vanno tenute presenti nel progettare e programma la sinodalità parrocchiale.

  Delle circa 1.000 persone che può stimarsi frequentino abitualmente la parrocchia, circa un terzo può ritenersi vi vengano per partecipare principalmente per frequentare movimenti che vi si sono insediati, non per vivere la parrocchia, nella quale spesso neppure risiedono. Queste persone sono molto impegnate nei movimenti di riferimento, che assorbono molto del loro tempo con una spiritualità molto impegnative, e si sono dimostrate fin qui poco propense a lavorare con le altre persone della parrocchia, con le quali non di rado appaiono in una certa polemica, in particolare criticandone gli stili di vita troppo poco impregnati di religiosità. Per ciò che me ne è stato riferito, la progressiva impraticabilità, e quindi l’obsolescenza, del Consiglio pastorale parrocchiale è conseguita essenzialmente dall’impossibilità di trovare un campo comune di impegno. Gli aderenti a quei movimenti non di rado presentano il momento della loro adesione come una vera e propria rinascita e quindi mi pare che vivano come un ritorno alla situazione di prima, che li aveva delusi, ogni commistione con l’altra gente, anche di fede.

  Delle altre persone, può stimarsi che, attualmente, solo qualche decina abbia tempo, in termini di ore/settimana, per lavorare nel campo della sinodalità, in particolare in su un qualche progetto concreto, che non consista solo in chiacchiere.

 Queste le forze in campo.

  Del resto, nei Vangeli si narra che il Maestro iniziò raccogliendo intorno a sé dodici uomini, in una società che in genere, disposta ad accettare la sua benefica opera di guaritore prodigioso, si mostrava non sempre ben disposta ad accogliere il suo invito alla conversione al suo vangelo. Noi siamo sicuramente messi molto meglio, perché, nonostante spesso si pensi diversamente, viviamo in una società profondamente impegnata dell’etica cristiana, vale a dire nella quale, certo, si fa il male su larga scala, come del resto  è sempre avvenuto, ma per distinguere il bene dal male si fa ancora riferimento ai principi cristiani. Inoltre la maggioranza della gente, quando cerca di immaginare il soprannaturale, un’idea di un dio, immagina secondo l’immaginario dei cristiani, il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, la Madonna, i Santi. Non è poco, se ci si determina a lavorarci sopra con una certa sapienza.

  E’ consigliabile quindi organizzare la sinodalità dal piccolo per estenderla più in grande non per convocazione massiva, ad esempio mediante un annuncio  pubblico, o per lo meno non solo mediante esso, ma tessendo  pazientemente relazioni forti, vale a dire che rechino un impegno spiritualmente motiva di ore/settimana  da spendervi sopra, al modo di chi lavora a maglia  e procede punto per punto  confezionando anche lavori grossi, come una grande coperta.

  Non basta proporre di riunirsi per discutere  di sinodalità, è necessario organizzarne il tirocinio sulla base degli interessi che si manifestano nelle persone disposte a impegnarvisi. Esse, poi, impratichendosi di sinodalità, potranno essere la base di ulteriori gruppi sinodali. Chi si impratichisce può anche insegnare.

  E’ importante, nei gruppi sinodali iniziali, chiarire quali sono gli interessi sul quali le persone sarebbero disposte a dare ore/settimana. Per evitare che le persone rimangano confinate nel gruppo di interesse, ma imparino a relazionarsi anche con le altre che operano altrove, e in particolare con quelle che hanno deciso di impegnare tempo nei servizi parrocchiali, si potrebbe deliberare che una parte del tempo, in ore/settimana che ciascuna persona è disposta a impiegare nella sinodalità nel campo di specifico interesse, ad esempio in un gruppo parrocchiale di lettura per autoformazione, sia impiegata anche nell’attività svolta da un altro gruppo sinodale o in uno del servizi parrocchiali, ad esempio affiancando le persone che fanno le catechiste ai ragazzi più grandi, in modo, in particolare, a spiegare in questo ambiente la sinodalità praticata e da contribuire a inculturarla.

  Ma che fare con le persone che frequentano la parrocchia e che di sinodalità non vogliono sentir parlare, addirittura ritenendola pericolosa  e contaminante  per la propria spiritualità? E’ questione che andrebbe affrontata nel Consiglio pastorale parrocchiale, che da noi, però, non è operativo. Sarebbe una buona idea riattivarlo. Non bisogna aver paura che  poi al suo  interno ci si scontri, purché si discuta, perché lavorando insieme, conoscendosi meglio, penso che alla fine si arriverebbe ad intendersi, soprattutto se si rivedesse la composizione dell’organismo in modo da bilanciare il peso delle varie componenti, in modo che nessuna possa prevaricare e si inserissero persone note per la loro capacità di mediazione (cosa di cui io ad esempio sono poco capace). Si potrebbe pensare a occasioni non specificamente sinodali, ma comunque di compresenza per qualche attività interessante, come ad esempio un viaggio. I tempi di pandemia, purtroppo, ostacolano cose del genere, ma può prevedersi che, nella bella stagione, si avrà una ciclica regressione dei problemi sanitari consentendo una più vasta socialità. L’importanza è  come accadde tra l’89 e il ’90 tra Europa occidentale e quella orientale, aprire varchi nei muri e potersi incontrare. Tra persone religiose, quindi animate da alte concezioni della socialità, alla fine inevitabilmente si arriverebbe a individuare qualcosa da fare in comune. Non sarebbe male cercare di ottenere di limitare l’autoritarismo interno alle formazioni che operano in parrocchia, come condizione ineludibile per continuare ad abitarla. Parliamo di totalitarismo ecclesiastico, ma certe volte mi sono trovato di fronte a casi di totalitarismo di movimento non meno aspro (e dannoso). Occorre cercare un terreno organizzativo comune nei principi deliberati durante l’ultimo Concilio, in base ai quali va escluso che sia consentito a chiunque di provare a rifare  le persone da capo, distruggendo quello che erano prime e tiranneggiandole per cambiarle secondo un qualche modello. Questo è lavoro per lo Spirito, tanto invocato a sproposito talvolta, non per qualche autoreferenziale e autocratico capetto.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli