venerdì 21 gennaio 2022

Contro il totalitarismo ecclesiastico

 

Contro il totalitarismo ecclesiastico

 

 

[da Fulvio De Giorgi, Fabio Caneri (a cura di), Ardigò. Educare le comunità politiche. Coscienza etica e impegno Civile, collana Maestri, Scholé - Morcelliana, 2021, pag.39, 41-42 - Fulvio De Giorgi, Un maestro]

 

  [dagli anni ‘90] Sembrava infatti che, per il vertice ecclesiastico italiano, il paradigma da preferire e da perseguire non fosse quello di laici cattolici formati e informati, bensì uniformati e conformisti. La comunità ecclesiale, dunque, non puntava ad educare, con un lavoro necessariamente lungo e paziente, all’autonomia e alla coscienza critica, evangelicamente critica,  ma puntava ad ottenere - con richiami da caserma e adunate oceaniche - ubbidienza e docilità, da parte di un laicato tenuto perennemente minorenne, anzi bambino. Ciò portò nel tempo ad una desertificazione delle voci più libere e creative, senza che potessero fiorirne altre, più giovani, destinate a succedere loro. Come una guerra lascia vuoti di generazioni e guasti che durano lungamente nel tempo, ciò ebbe effetti di lungo periodo, con un inaridimento di massa del laicato cattolico, con una quasi totale rottura nella trasmissione della fede alle generazioni più giovani e con un evidente (e forse salutare) declino del ruolo della Chiesa italiana nell’ambito della Chiesa universale.

  E se il pontificato di Bergoglio ha trovato ancora qualcosa, forse il merito maggiore va a questa area, lungamente emarginata, di cattolici del consenso critico e del dissenso mite (ma mai annacquato o pavido).

[…]

 In Italia i vertici di una sempre più verticistica compagine ecclesiale lessero i processi in corso, quelli della globalizzazione, come una forma di neoideologia anti-cristiana, come un nuovo totalitarismo culturale, successivo al comunismo ma in qualche modo in continuità con esso per il carattere ateo e materialistico. Elaborarono pertanto una strategia pastorale di risposta, nella forma del «Progetto culturale», che apparve di grande respiro, anche se poi non si rivelò tale. Essa, in ogni caso, nasceva da un notevole sforzo di intelligenza, che tuttavia condusse a una soluzione sbagliata che impedì pure la possibilità che se ne rivelasse l’errore. Leggendo infatti, erroneamente, la globalizzazione neoliberale come un totalitarismo culturale si pensò di opporle un totalitarismo culturale opposto, attestato sulla dottrina cristiana, rigidamente codificata, su valori non negoziabili, su intransigenza comunicativa e mobilitazione sociale di massa, per una semplificatrice soluzione nazional-cattolica alla coesione sociale in difficoltà. Ma la globalizzazione neoliberale non era un neo-totalitarismo, anzi era la decostruzione post-moderna, preventiva e metodica, di ogni orizzonte totale di discorso. E così la pastorale del Progetto culturale fu facilmente neutralizzata, decostruita e metabolizzata, rubricandola come formulazione di interessi cattolici, da accontentare, corporativamente, quanto basta, e da accogliere finché si può, nella misura  in cui non si attaccavano l’individualismo ruggente, il mercato e il profitto.  Si realizzò dunque anche in Italia, in quel periodo quasi ventennale, quello che è stato definito un disastro antropologico: giudizio corretto ma lacunoso e omissivo, perché andrebbe completato con l’ammissione, appunto, di un grande fallimento pastorale. Purtroppo l’intrinseca dinamica centralizzatrice, verticistica e autoreferenziale della pastorale del «Progetto culturale» impediva che ci fossero “gruppi di controllo” che ne segnalassero l’eventuale errore.

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   Il mito del luogo regno del papa Giovanni Paolo 2° copre la realtà di un periodo infelice per il cattolicesimo dell’Europa occidentale e, in particolare, per quello italiano, analogo a quello che si visse, durante il pontificato del papa Pio 10°, nei primi quindici anni del Novecento, durante la persecuzione insensata e efferata, con danni umani enormi, dei moti di rinnovamento religioso diffamati come modernismo.

  Si trattò sostanzialmente, dalla metà degli anni ’80, di una lotta a bassa intensità contro ogni espressione del cattolicesimo democratico, che rivendicava autonomia di pensiero nelle cose sociali, e i teologi viventi di riferimento che potevano essere colpiti in quanto inquadrati nel  clero o in ordini religiosi. Un totalitarismo ecclesiastico, appunto, come ha sintetizzato De Giorgi nei brani che ho sopra trascritto.

  Cogliendo le opportunità della sinodalità  a cui siamo invitati, occorre farsi forza e contrastare duramente quel totalitarismo. Del resto in questo modo ci si allineerebbe ad una millenaria tradizione di sinodalità che vide, almeno fino al Cinquecento, sinodi e concili come sedi di durissime lotte teologiche e ideologiche, senza esclusione di colpi,  fra correnti contrapposte, nonostante il mito irenico che teologi e Magistero in genere ci costruiscono sopra. Bisogna agire e parlare con franchezza, poi, al termine del confronto, forse si potrà arrivare a ricucire, ma senza accettare una soluzione imposta d’autorità.  Naturalmente la pratica della democrazia come oggi la si intende, che dal Concilio Vaticano 2° è stata sempre più praticata anche nelle occasioni di collegialità ecclesiale, probabilmente aiuterà nel prevenire fratture insanabili tra orientamenti divergenti.  

  Le premesse, tuttavia, non sono buone. In realtà le indicazioni metodologiche  che vengono dalla Segreteria del Sinodo dei Vescovi e dalla nostra Conferenza episcopale vanno nel senso di cercare di  ricoprire di apparente e ipocrita uniformità i contrasti che ci sono, impedendo in particolare ogni dibattito.

  Con pazienza e determinazione dobbiamo, invece, cercare di dibattere  le questioni, vale a dire di raccogliere  gli elementi utili per valutarle e di confrontare argomentazioni, non semplici prese di posizioni (dire come ci si schiera). La differenza tra un’argomentazione  e una semplice presa di posizione (“la penso così”) consiste nel fatto che argomentando  si cerca di dare una spiegazione ragionevole dell’orientamento che si propone e si accetta di discutere  i propri argomenti con le altre persone. Argomentando  e discutendo  si può poi arrivare a orientamenti realmente condivisi.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.