venerdì 31 dicembre 2021

Manuale operativo di sinodalità -2- La trappola della spiritualità

 

 




 

Per informarsi sul WEB sui cammini sinodali

 

Sito del Sinodo 2021-2023 (generale)

https://www.synod.va/it.html

Siti del cammino sinodale delle Chiese italiane

https://camminosinodale.chiesacattolica.it/

https://www.chiesacattolica.it/cammino-sinodale-delle-chiese-che-sono-in-italia-i-testi-approvati-dal-consiglio-permanente/

Sito della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi

http://secretariat.synod.va/content/synod/it.html

 


Manuale operativo di sinodalità

-2-

La trappola della spiritualità

 

    Spiritualità significa concentrarsi su se stessi con due scopi: rendere coerente la propria etica personale, vale a dire costruirsi una coscienza, o conseguire un effetto di serenità e quindi di benessere. Credete questo: per quest’ultimo non è necessario che abbia base religiosa. Spesso è però proprio a ciò  che si punta quando si cerca la spiritualità.

  In ambito clinico è un dato ormai acquisito che le tecniche di mindfulness ottengono risultati psicologici sorprendenti con la sola la concentrazione della mente sul respiro e sul proprio corpo, senza alcun riferimento soprannaturale: certo, li si può conseguire anche seguendo i maestri di spiritualità religiosa, ma con molto più sforzo e in più tempo. Ad esempio con l’esicasmo, la ripetizione costante di una frase-mantra  in modo da farla coincidere con la respirazione: Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore - Kύριε Ἰησοῦ Χριστέ, Υἱὲ Θεοῦ, ἐλέησόν με τὸν ἀμαρτωλόν – pronuncia translitterata: Κyrie Jesù Christé, Üié Theù, eléisòn me tòn amartolòn”. Un’altra tecnica molto utilizzata in religione è basata sulla deprivazione relazionale, sul silenzio, riempito con la concentrazione su se stessi. Si sostiene che in quel silenzio si udrebbe la voce del Cielo. Ad alcuni evidentemente accade, come dicono. A me, francamente, mai. Comunque, a volte si ha bisogno di fare silenzio, di chiudersi nella propria interiorità. Allora può accadere di fare un bilancio più realistico della propria situazione e di riuscire in questo modo a programmare meglio che fare. Un viaggio da soli può avere questo effetto, con una sensazione di liberazione dai flussi sociali in cui si è come incastrati e trascinati. Altre volte si è semplicemente soli e ci si intristisce. E’ per questo che in genere ci piace stare in compagnia. Ma sinodalità non è solo stare in compagnia, non si punta la proprio piacere, o almeno non di dovrebbe, in essa si ha di mira la missione, da conseguire  in relazione. Non vi è alcuna vera relazione nel solo silenzio. Dunque, il silenzio  è l’antitesi della sinodalità e, se tutto torna o resta silenzio, la si demolisce.

  Tecniche di spiritualità vengono correntemente utilizzate nelle religioni per controllare le persone. Gli Esercizi spirituali secondo Ignazio di Lojola, un’esperienza spirituale molto bella e coinvolgente – va detto-, ne possono essere un esempio, perché è una spiritualità che può mettere gli esercitandi  nelle mani di chi li predica. Chi li avuti predicati da una grande anima come fu Carlo Maria Martini non li riconoscerà nel quadro che ne ho dato, ma bisogna essere consapevoli che possono essere anche questo.

  Nelle istruzioni di sinodalità che sono state diffuse dalla Segreteria del Sinodo dei vescovi e da quella della Conferenza episcopale italiana, quanto al Sinodo delle Chiese italiane, si consiglia molta spiritualità, e naturalmente da pastori d’anime non si poteva che attenderselo. La sinodalità mette in questione anche le coscienze e, dunque, la spiritualità ha una sua indicazione anche in quell’ambito. Ma non bisogna eccedere e ridurre tutto solo a questo, perché la sinodalità non è solo questo, e non principalmente. La sinodalità è relazione. Il rischio è che, nei gruppi sinodali, e in ogni attività correlata di costruzione della sinodalità ecclesiale, ci si riversi addosso su larga scala una massa di indigeribili pipponi  che farebbero perdere tempo senza alcun risultato di costruzione di relazioni utili.

  A volte il tempo sembra non passare mai, ad esempio quando si è in fila allo sportello, e ciò anche quando si è tra amici e si cerca di fare qualcosa di interessante, ma non lo si ancora trovato. Lo si sperimenta soprattutto da giovani, finché non si sa che fare. E da giovani accade spesso. Più avanti le cose da fare, tra lavoro e famiglia, diventano tante e il nostro tempo si restringe. Cosa che in genere i nostri pastori non capiscono bene. Sembra che per loro il tempo in cui non stiamo in chiesa  con loro sia per noi solo sollazzo e dissipazione.  Quando si è deciso che fare, ecco che si scopre che il tempo inizia a volare e non basta mai. E’ solo la nostra percezione dello scorrere del tempo che cambia, certo: la realtà è che il tempo è sempre troppo breve. Alla mia età, sono un sessantenne, lo si capisce molto, troppo, bene.

  La mia esperienza pratica è che, quando ci si riunisce per organizzare qualcosa di collettivo, è come se il tempo collassasse e quando viene il proprio turno si finisca per poter dire solo poche battute. Lo ricordava un conferenziere in un incontro del Meic  su Zoom  di due settimane fa: nell’ultimo Sinodo il Papa ha preteso che si contingentassero gli interventi, tre minuti per ogni cardinale!, in modo da dare a tutti la possibilità di esprimersi nei tempi massimi previsti per l’assemblea. Inoltre ha ordinato che ogni due o tre interventi si facessero diversi minuti di silenzio. Immagino l’angoscia di quei prelati! Non si sarebbe potuto allungare il tempo dell’assemblea? Evidentemente no. Probabilmente anche perché, sulla base della passata esperienza, non si riteneva che dare più tempo per gli interventi facesse poi tutta questa differenza. Spesso nella sinodalità del clero i giochi, per così dire, sono già fatti ancor  prima di votare. A che serve, allora, chiacchierare nell’assemblea plenaria? Questi costumi spiegano poi l’insofferenza dei clericali per i costumi parlamentari. Del resto, anche in quell’ambito, anni fa un importante esponente politico, constatato che anche lì le decisioni si prendevano fuori dell’assemblea, nella quale ci si limitava a contare i voti, e i parlamentari di minor importanza, la gran massa, detti da noi peones, nel senso di braccianti  sotto padrone, dovevano solo votare e non chiacchierare, propose di deliberare in commissioni alle quali partecipassero solo i segretari dei partiti rappresentati in parlamento. Una decina di persone invece di novecento!  Così però non sarebbe più democrazia, che esige  di limitare i poteri delle oligarchie consentendo di metterli in discussione. La stessa cosa è con la sinodalità.

  Nella sinodalità ecclesiale il rischio è aumentato  a causa della spiritualità eccessiva che vi si vuole infilare dentro ed è precisamente quello che, perso tanto tempo con i pipponi  spirituali e con il silenzio liturgico, poi non si voti proprio e, prima di tutto, non si discutano gli argomenti rilevanti per le decisioni. La spiritualità così ammazza la sinodalità. Una persona, naturalmente, ne può ricavare un arricchimento per la propria coscienza e, a volte, anche una sensazione di pace spirituale, ma con ciò non si è assolutamente conseguito alcuno scopo della sinodalità, che consiste nel costruire relazioni reali, non immaginarie. E’ appunto ciò che mi pare sia accaduto durante la prima assemblea sinodale che si è fatta in parrocchia. Dopo le premesse spirituali  ognuno è stato invitato a dire la propria e tutto è rimasto come prima, non abbiamo discusso gli argomenti gli uni degli altri (del resto secondo le linee guida della CEI), nessuna nuova relazione  è stata creata e ci si è lasciati da estranei come prima, se prima si era estranei, o con il medesimo livello di conoscenza reciproca di prima, se ci si conosceva. I preti presenti nei gruppi nei quali ci si è divisi dopo l’assemblea plenaria prima hanno dichiarato che dovevano parlare solo le persone laiche e loro tacere – errore!- (come se il Popolo di Dio  fossero solo le persone laiche), chiamandosi fuori, e poi, sollecitati, hanno fatto sostanzialmente delle predicazioni. In questo modo la separazione verticale tra preti e persone laiche è rimasta: appunto, tutto è rimasto come prima.

  Il Sinodo delle Chiese del mondo ha come titolo: “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”. L’obiettivo è molto chiaro: costruire una Chiesa sinodale mediante una partecipazione che tenda all’intesa benevola (comunione) per svolgere più efficacemente la missione  per la quale siamo stati mandati in giro nel mondo, tra l’altra gente. E’ un Sinodo sulla sinodalità  s’è osservato, ma direi meglio: è un Sinodo per la sinodalità, vale a dire un sinodo nel quale si inscena la sinodalità, quindi  si iniziano a costruire relazioni solide. Il Sinodo sulla e per la sinodalità è già Chiesa sinodale in atto.

  Sì, certo, ora osserverete che anche nella spiritualità si generano relazioni, ma,  nella mia esperienza, anche quando accade, sono piuttosto labili e connotate da molti elementi immaginari. Si sogna  di essere in relazione, come quando siamo convocati dal Papa e andiamo in una grande piazza con migliaia di altre persone e ce ne torniamo a casa con l’idea di essere stati con il Papa. E un’impressione fallace. Abbiamo solo sognato di esserlo. Noi e lui.

  Parliamo di Chiesa sinodale e immaginiamo qualcosa che ci sembra chiaro. Ma andiamo sul pratico. Come si fa  una parrocchia sinodale? Se la gente viene e, lasciandosi, non pensa di rivedersi né cerca almeno di mettere nella propria rubrica telefonica i recapiti di qualche altra persona che ha incontrato, possiamo dire che questo sia l’inizio di un sinodalità parrocchiale, anche se ci si è riuniti in parrocchia?

  Io sono di quelli che vanno in chiesa, ma chi sono quelli che ci vanno con me? Frequentiamo da anni la stessa Messa, ma non abbiamo mai pensato di approfondire la conoscenza.

  Adesso ricordo un fatto che spero non offenda nessuno, ma che mi è rimasto in mente, per dare un’idea di quello a cui mi riferisco.

 C’era negli anni Settanta un partito di governo nel quale si cercava di costruire quello che oggi, nella nostra Chiesa, definiamo sinodalità, insomma di fare unità. C’era una comune ideologia, divisa in tanti gruppi. Ci furono alcuni che vennero in quel partito provenendo da altre formazioni e altri che uscirono perché insoddisfatti. Un parlamentare di quel partito, osservando sconsolato la cosa, se ne uscì, in un’intervista  su una rivista settimanale molto letta con questa frase: “Gente che va, gente che viene: questo partito è diventato come il cesso della stazione”.

 I sociologi definiscono le stazioni ferroviarie e gli aeroporti come  non luoghi, appunto posti dove la gente va e viene senza mai stringere vere relazioni personali. I rispettivi  cessi  sono non luoghi  al quadrato, perché, naturalmente, ognuno se ne sta sulle sue. Ebbene, le nostre chiese qualche volta  appaiono un po’ come dei  non luoghi, a prescindere dalla spiritualità che individualmente vi si pratica, e, anzi, nonostante essa. Decenni fa era molto peggio perché il celebrante parlava per la gran parte della liturgia una lingua ignota ai più e allora c’era il costume che le persone praticassero, nel frattempo, una spiritualità personale servendosi di appositi libriccini devozionali. Ma anche ora non è che vada poi molto meglio: in definitiva ci viene messo in mano uno spartito e recitiamo le formule indicate con una “R.”. Ecco che allora le persone che vanno in chiesa si mettono  a criticare le prediche dei celebranti, troppo lunghe, troppo corte, troppo complicate, troppo povere, e i canti e le musiche, chi vorrebbe addirittura il gregoriano con il suo latino incomprensibile ai più, chi i canti della sua infanzia, chi quelli di sempre, chi qualcosa di meno stantio: ma è per questo che si va in chiesa? E per che cosa  ci si va, in concreto? Decidiamolo lasciando però da parte i pipponi  di maniera che anche da parte nostra si cerca di solito di tirar fuori quando si viene interrogati sull’argomento.

 Cerchiamo di scoprirlo meglio.

  Se per noi in chiesa  conta solo la spiritualità, lasciamo perdere la sinodalità. Non è per noi.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli