giovedì 30 dicembre 2021

Manuale operativo di sinodalità 1. L’inizio

 




Per informarsi sul WEB sui cammini sinodali

 

Sito del Sinodo 2021-2023 (generale)

https://www.synod.va/it.html

Siti del cammino sinodale delle Chiese italiane

https://camminosinodale.chiesacattolica.it/

https://www.chiesacattolica.it/cammino-sinodale-delle-chiese-che-sono-in-italia-i-testi-approvati-dal-consiglio-permanente/

Sito della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi

http://secretariat.synod.va/content/synod/it.html


Manuale operativo di sinodalità

1.  L’inizio

 

 Quando si riesce a definire almeno sommariamente il contesto teologico di ciò che oggi si vuole intendere con sinodalità si pensa di essere a buon punto nel realizzarla, e invece non si è nemmeno iniziato.

   La teologia contiene molta immaginazione resa coerente dalla logica. La realtà è fatta di persone e delle loro società, che è tutt’altro. Finché si rimane nel campo della spiritualità personale è possibile che tutto fili liscio, perché noi abbiamo un’una buona capacità di interiorizzare i sogni altrui; quando invece si passa a cambiare le società cominciano i problemi, se non si riesce o non si vuole comprendere ciò che c’è e come veramente sono. Non sto ad argomentare ulteriormente sul punto: è un dato di esperienza. Inutile chiacchierarci sopra, si provi sul campo e si veda come va. Quello che ho detto è la ragione per la quale le riforme religiose non dovrebbero mai essere guidate da teologi, ma solo da loro ispirate. Storicamente purtroppo si è fatto diversamente. Nella nostra Chiesa ci sono stati certamente, ad esempio, Papi dissoluti, ma essi non fecero tanto danno quanto i Papi teologi. Capita anche noi, nella molto più piccola scala delle nostre collettività di prossimità, essenziali per la nostra vita di fede.

  Cominciamo con l’osservare che la sinodalità totale di cui ci parla papa Francesco  c’è veramente da poche parti. Va anche considerato che una vita realmente comunitaria non è praticabile se non in piccoli gruppi, quelli nei quali ci riesce a chiamare tutti per noi, e questo per nostri limiti cognitivi di specie non superabili. Costituiamo certamente collettività immensamente più grandi, caratterizzate dalle loro intense relazioni sociali, ma esse non potranno mai essere comunità, come lo fu il mio gruppo scout, o il nostro gruppo di Ac. Una comunità realizza quello che mio zio Achille, con altri suoi colleghi sociologi, chiamava mondi vitali, e ha un particolare effetto sulle persone, perché dà loro il senso della vita. Quest’ultimo risulta sostanzialmente da un complesso di emozioni, che sono molto importanti per gli esseri umani perché è in base ad esse che si prendono le decisioni non governate da semplici automatismi fisiologici. Questo rende chiaro che le collettività umane sono governate sempre  sulla base di emozioni e che un raccordo delle società più grandi con i mondi vitali è indispensabile. Le società totalitarie, come la nostra Chiesa a lungo è stata dall’Ottocento, cercano anche di controllarli.

  La costruzione della sinodalità va adattata alla collettività di riferimento, sia o non sia una comunità. Naturalmente in una comunità  è più semplice essere sinodali, ma rimanendo a quel livello più che altro si gratifica se stessi, non si producono in particolare quei cambiamenti particolarmente significativi dell’ambiente umano che definiamo storici.

 La nostra collettività di riferimento è la parrocchia.

  Nel diritto canonico viene ora descritta come una comunità, e anche, come già prima delle innovazioni prodotte negli anni ’80, come una istituzione. La nostra è società la quale, secondo stime attendibili, può ipotizzarsi coinvolga circa 8.000 persone di tutte le età, delle quali circa 1.000 vanno  regolarmente in chiesa, e poche decine l’animano  nei vari servizi istituiti, preti e diaconi compresi.  Questi ultimi esprimono il governo della parrocchia, che formalmente è accentrato nell’ufficio del parroco, ma nella pratica non potrebbe svolgersi senza la collaborazione di altri volenterosi.

  La prima cosa da osservare, all’inizio di una costruzione sinodale, è l’atteggiamento verso di essa del gruppo di governo della collettività. Quest’ultimo è un piccolo gruppo, che genera intense relazioni di mondo vitale. Nessuna meraviglia: anche lo stesso governo nazionale è un piccolo gruppo o il Consiglio di sicurezza  delle Nazioni unite, l’organo di governo collettivo che, formalmente,  è il più potente mai costituto nella storia dell’umanità. Quando si propone a un piccolo gruppo di governo di modificare il proprio modello di governo inevitabilmente si incontra una resistenza, e ciò a prescindere dal fatto che sia o non sia costituito da persone virtuose, dal punto di vista della religione o umano in generale.

 Una cosa è organizzare una specie di sondaggio cercando animare gruppi estemporanei che si radunano in base ad un appello e che rapidamente si sciolgono: è quello che s’è fatto finora nel nostro processo sinodale parrocchiale. Ben altra è cambiare veramente il modo di decidere le cose che riguardano tutti. Si ricorda il detto medievale secondo il quale le cose che riguardano tutti, devono essere decise da tutti. Il presidente del Meic, prof. D’Andrea, nella conferenza tenuta il 10 dicembre scorso su Zoom, ha osservato che questo principio è alla base della pratica democratica. Naturalmente, dal punto di vista storico, nella nostra Chiesa in quei tutti non si sono mai comprese veramente tutte  le persone di fede, anche quando si è voluti essere sinodali. Tutti  è stato sempre inteso nel senso delle persone alle quali nella società religiosa veniva riconosciuto un qualche potere collettivo, fossero del clero, religiosi, o anche sovrani o funzionari civili. La sinodalità che ora viene proposta va molto oltre. Tuttavia rimane il problema di incidere sul nostro piccolo gruppo di governo, sul quel mondo vitale  che finora, in definitiva, è stato la parrocchia, senza disarticolare la parrocchia come istituzione capace di suscitare anche una vita comunitaria, e questo è molto importante.

 Bisogna imparare dalla storia: le rivoluzioni, vale a dire i cambiamenti radicali di governo, basate su palingenesi, vale a dire sul proposito di spianare tutto ciò che c’era prima per ricostruire qualcosa di totalmente nuovo, non hanno mai funzionato. Anche qui non sto a dilungarmi, perché è cosa che deriva dall’esperienza storica ed è necessario che ciascuno si informi, in particolare facendo memoria dei suoi studi scolastici. Le società umane, come i viventi che le compongono, evolvono, non rinascono dal nulla. Dal nulla non viene fuori nulla.

 

In principio
Dio creò il cielo e la terra.
Il mondo era vuoto e deserto,
le tenebre coprivano gli abissi
e un vento impetuoso soffiava sulle acque.

[dal libro della Genesi 1, 1-2 – Gn 1,1-2 – versione TILCTraduzione interconfessionale in lingua corrente]

 

  Quando viene spiegato questo brano biblico, si fa osservare che si presenta un inizio che precedeva cielo e terra, in cui non  è che non ci fosse nulla: c’erano gli abissi, c’era il vento e c’erano le acque, un bel po’ di roba. Cerchiamo di seguire quell’antica saggezza che cerca di rendere l’idea di come tutto fu fatto agli inizi e abbandoniamo l’idea, che talvolta ho sentito correre in parrocchia, che occorre far piazza pulita di tutto, nelle persone e nella società, per poter costruire  secondo la nostra fede. Ho sempre molto disprezzato questo assurda pretesa di andare addirittura oltre ciò che si dice che Dio fece in principio,  perché, lo dico francamente a costo di scontentare qualcuno, è da stupidi, ma non solo, da cattivi. Così facendo, infatti si può fare veramente molto male alle persone, con il pretesto della religione. Del tutto a ragione, allora, una religione così verrebbe contrastata.

  Ci dicono che la sinodalità deve essere animata da una profonda spiritualità, ed certamente vero, ma essa va costruita, penso, principalmente su basi bibliche, per non cadere preda di fantasie malvagie, come purtroppo mi pare che sia accaduto non poche volte nella nostra tremenda storia ecclesiale.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli