domenica 12 dicembre 2021

La mente e la sinodalità

 







La mente  e la sinodalità

 

 Crediamo  con la mente o con il cuore? I saggi della Bibbia non fanno differenza. Le scienze contemporanee danno loro ragione!

  Ecco come un amico che sa di biologia e di filosofia mi ha spiegato la cosa:

 

L'encefalo non è il centro di comando; piuttosto, comanda ed è comandato. Gli organi si comandano tutti gli uni gli altri: ad esempio, nella seconda fase del ciclo mestruale l'ipofisi encefalica controlla (stimolandolo) l'ovaio, che poi a sua volta controlla (inibendo) l'ipofisi e l'ipotalamo; dunque encefalo e ovaio si controllano e governano a vicenda; è per questo che oggi si parla di sistema neuro-endocrino-immunitario. Vi sono poi casi in cui l'encefalo non entra per nulla nella catena di comando; ad esempio, il pancreas controlla sostanzialmente per conto suo la glicemia, essendo provvisto di recettori propri e producendo alternativamente insulina o glucagone a seconda della concentrazione del glucosio nel sangue. Infine, in molti casi l'organismo è controllato dall'esterno; ad esempio, la temperatura ambientale provoca reazioni diverse come la sudorazione o i brividi; il feto induce le contrazioni del parto; i nostri batteri intestinali possono indurci a mangiare zuccheri perché loro ne hanno bisogno. Ovviamente, se passiamo ad altre specie, l'assenza di un centro unico di comando è ancora più evidente: qual è il cervello delle margherite? La ricerca del centro di comando è tanto improduttiva che, storicamente, esso è stato localizzato in organi diversi: ad esempio, secondo Aristotele il cervello serve a raffreddare il sangue. 

 

  Di solito si pensa che si creda  con la mente  e che questa risieda nel cervello, all’interno del cranio, il capo. Questa idea è alla base delle metafore organiciste  della struttura delle società, in base alle quali essa ha un capo, nella testa appunto, e poi altri organi che gli ubbidiscono svolgendo altre funzioni: tutti sono indispensabili per la salute del corpo, ma ciascuno nel proprio ordine, secondo le proprie funzioni.

  Ne troviamo una nella prima lettera di Paolo ai Corinzi, al capitolo 12, versetti da 12 a 31 – 1Cor 12,12-31:

 

Cristo è come un corpo che ha molte parti. Tutte le parti, anche se sono molte, formano un unico corpo. E tutti noi credenti, schiavi o liberi, di origine ebraica o pagana, siamo stati battezzati con lo stesso Spirito per formare un solo corpo, e tutti siamo stati dissetati dallo stesso Spirito. Il corpo infatti non è composto da una sola parte, ma da molte. Se il piede dicesse: «Io non sono una mano, perciò non faccio parte del corpo», non cesserebbe per questo di fare parte del corpo. E se l’orecchio dicesse: «Io non sono un occhio, perciò non faccio parte del corpo», non cesserebbe per questo di essere parte del corpo. Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? O se tutto il corpo fosse udito, dove sarebbe l’odorato? Ma Dio ha dato a ciascuna parte del corpo il proprio posto secondo la sua volontà. Se tutto l’insieme fosse una parte sola, dove sarebbe il corpo?  Invece le parti sono molte, ma il corpo è uno solo.

  Quindi l’occhio non può dire alla mano: «Non ho bisogno di te», o la testa non può dire ai piedi: «Non ho bisogno di voi». Anzi, proprio le parti del corpo che ci sembrano più deboli, sono quelle più necessarie. E le parti che consideriamo meno nobili e decenti, le circondiamo di maggior premura. Le altre parti considerate più nobili non ne hanno bisogno. Dio ha disposto il corpo in modo che venga dato più onore alle parti che non ne hanno. Così non ci sono divisioni nel corpo: tutte le parti si preoccupano le une delle altre. Se una parte soffre, tutte le altre soffrono con lei; e se una parte è onorata, tutte le altre si rallegrano con lei.

Voi siete il corpo di Cristo, e ciascuno di voi ne fa parte. Dio ha assegnato a ciascuno il proprio posto nella chiesa: anzitutto gli apostoli, poi i *profeti, quindi i catechisti. Poi ancora quelli che fanno miracoli, quelli che guariscono i malati o li assistono, quelli che hanno capacità organizzative e quelli che hanno il dono di parlare in lingue sconosciute. Non tutti sono apostoli o profeti o catechisti. Non tutti hanno il dono di fare miracoli, di compiere guarigioni, di parlare in lingue sconosciute o di saperle interpretare. Cercate di avere i doni migliori

 

  Sviluppando quella metafora,  Papa e vescovi ritengono di costituire manifestare il capo  del corpo ecclesiale, stabilendo poi una supremazia gerarchica  sulle altre parti.

  Il papa Eugenio Pacelli – Pio 12°  ne trattò in un’enclica del 1943 intitolata  Del Corpo Mistico di Cisto - Mystici corporis Christi, nella quale si legge «Si deve, sì, ritenere in ogni modo che quanti usufruiscono della sacra potestà, sono in un tal corpo membri primari e principali, poiché per loro mezzo, in virtù del mandato stesso del Redentore, i doni di dottore, di re, di sacerdote, diventano perenni.» Su questa concezione incise profondamente la Costituzione dogmatica sulla Chiesa Luce per le genti – Lumen gentium, deliberata durante il Concilio Vaticano 2°:

 

32. La santa Chiesa è, per divina istituzione, organizzata e diretta con mirabile varietà. «A quel modo, infatti, che in uno- stesso corpo abbiamo molte membra, e le membra non hanno tutte le stessa funzione, così tutti insieme formiamo un solo corpo in Cristo, e individualmente siano membri gli uni degli altri » (Rm 12,4-5).

Non c'è quindi che un popolo di Dio scelto da lui: « un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo » (Ef 4,5); comune è la dignità dei membri per la loro rigenerazione in Cristo, comune la grazia di adozione filiale, comune la vocazione alla perfezione; non c'è che una sola salvezza, una sola speranza e una carità senza divisioni. Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa per riguardo alla stirpe o nazione, alla condizione sociale o al sesso, poiché « non c'è né Giudeo né Gentile, non c'è né schiavo né libero, non c'è né uomo né donna: tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28 gr.; cfr. Col 3,11).

  Se quindi nella Chiesa non tutti camminano per la stessa via, tutti però sono chiamati alla santità e hanno ricevuto a titolo uguale la fede che introduce nella giustizia di Dio (cfr. 2 Pt 1,1). Quantunque alcuni per volontà di Cristo siano costituiti dottori, dispensatori dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all'azione comune a tutti i fedeli nell'edificare il corpo di Cristo. La distinzione infatti posta dal Signore tra i sacri ministri e il resto del popolo di Dio comporta in sé unione, essendo i pastori e gli altri fedeli legati tra di loro da una comunità di rapporto: che i pastori della Chiesa sull'esempio di Cristo sono a servizio gli uni degli altri e a servizio degli altri fedeli, e questi a loro volta prestano volenterosi la loro collaborazione ai pastori e ai maestri. Così, nella diversità stessa, tutti danno testimonianza della mirabile unità nel corpo di Cristo: poiché la stessa diversità di grazie, di ministeri e di operazioni raccoglie in un tutto i figli di Dio, dato che « tutte queste cose opera... un unico e medesimo Spirito» (1 Cor 12,11).

I laici quindi, come per benevolenza divina hanno per fratello Cristo, il quale, pur essendo Signore di tutte le cose, non è venuto per essere servito, ma per servire (cfr. Mt 20,28), così anche hanno per fratelli coloro che, posti nel sacro ministero, insegnando e santificando e reggendo per autorità di Cristo, svolgono presso la famiglia di Dio l'ufficio di pastori, in modo che sia da tutti adempito il nuovo precetto della carità. A questo proposito dice molto bene sant'Agostino: « Se mi spaventa l'essere per voi, mi rassicura l'essere con voi. Perché per voi sono vescovo, con voi sono cristiano. Quello è nome di ufficio, questo di grazia; quello è nome di pericolo, questo di salvezza ».

 

 Naturalmente i teologi dogmatici, con metodo analogo a quello utilizzato dai giuristi, hanno costruito un’interpretazione sistematica  di quei due testi apparentemente contraddittori, elidendone l’apparente contrasto. Non sono un teologo e quindi a questo non mi dedico.

  Mi limito ad osservare che la metafora organicista  del Corpo mistico non corrisponde alla realtà del corpo fisico descritto dalle scienze biologiche contemporanee. Prende come riferimento qualcosa che non c’è e che tuttavia viene comunemente creduto; lo fa per rendere un’immagine  schematica di ciò che vuole intendere. In questo, viene prima  la teologia dogmatica, vale a dire ciò che si vuole venga creduto, e poi  quello che comunemente si crede  del funzionamento del nostro corpo, che però ora si sa che non corrisponde alla realtà. Del resto, come è stato osservato, siamo più disposti a confidare in ciò che crediamo che in ciò che sappiamo.

 E qui possiamo riprendere il tema di partenza, quello della mente.

 Dal punto di vista biologico, la mente è un effetto prodotto dall’intero nostro organismo. Non dobbiamo quindi pensare che la mente sia la sede della razionalità, che funzioni un po’ come uno dei nostri computer. La razionalità è una conquista che si raggiunge quando, uscendo dalla nostra interiorità, si entra in dialogo con le altre menti.

  Nell’effetto mente  contano moltissimo le emozioni, anch’esse un prodotto del nostro organismo: esse sono tanto importanti da essere alla base della nostra volontà. La nostra, l’ha spiegato il premio Nobel Daniel Kahneman è una mente emotiva. E, come tale, può essere facilmente ingannata, molto più facilmente di quanto siamo disposti a credere. E infatti gli esperimenti che la psicologia cognitiva conduce in merito ci appaiono paradossali, poco credibili. Bisogna fare uno sforzo notevole per convincersi che colgono nel segno, che ci rimandano un’immagine veramente realistica di come funziona ala nostra mente.

  I monaci orientali, compresi quelli di una corrente delle Chiese ortodosse cristiane, hanno sviluppato tecniche di meditazione spirituale basate sul respiro. La psicologia clinica statunitense le ha sfrondate della coloritura religiosa e le ha proposte ai malati per superare momenti critici: è, ad esempio, la mindfulness elaborata dal  Jon Kabat-Zinn Funzionano anche private dei connotati religiosi. Determinano una condizione di benessere che può incidere anche su parametri clinici non psicologici.

 Associare una concezione della gerarchia sociale che si propone alla biologia corporea così come in genere si crede  che funzioni, nonostante che non funzioni realmente così, può essere considerato come uno di questi inganni.

  Bisogna dire che, per sopravvivere in un mondo di cui sappiamo sempre poco nonostante che se ne sappia molto di più di un tempo, noi abbiamo bisogno  di quel genere di inganni, per avere rapidamente una visione semplificata, schematica, della realtà che ci consenta di andare avanti.

  Nel teatro e nel cinema ci lasciamo volentieri ingannare. Nonostante che i veri attori  in campo siamo al massimo una decina o poco più – la nostra mente non riesce più a orientarsi in una storia nella quale ci siano più di una trentina di personaggi -, ciò che viene messo in scena, anche su palcoscenici veramente limitati come a teatro, riesce anche a renderci l’idea  di moltitudini. Così la storia, il messaggio che gli autori vogliono trasmetterci, ci risulta intellegibile.  Questa è ciò che definiamo la magia  del teatro.

  Però bisogna intenderci: ciò che è solo artificio  per metterci in grado di  orizzontarci in una realtà complessa è cosa diversa da quella realtà, e ogni schema deve essere costantemente adattato  secondo le nostre esigenze in quella realtà, altrimenti non funziona più bene e contro quella realtà ci sfracelliamo.

  Così, nonostante la metafora organicista del Corpo, non dobbiamo pensare che non sia possibile, per natura, una organizzazione non centralista, totalitaria, della nostra Chiesa o che, addirittura, una Chiesa non totalitaria non sarebbe più tale.

  Ha osservato quel mio amico di cui dicevo all’inizio:

 

Se si riesce a far capire come funziona effettivamente un organismo si può conservare la metafora paolina dell'organismo (1 Cor 12), senza farne la giustificazione dell'assetto gerarchico comando/obbedienza. Tra l'altro, in Paolo non compare una decisa gerarchia, se non nel dire che prima (proton) vengono gli apostoli, poi via via gli altri; e se afferma che alcuni carismi sono più grandi (meizona), subito dopo attacca con l'inno alla carità, e non certo con l'inno al papato; inoltre, il capo è comunque Cristo.

 

 Il problema, allora, è come rendere una certa armonia  nell’organismo sociale, un po’ come c’è in quello biologico. Questo è appunto al centro della sinodalità, come oggi viene proposto di praticare per apprendere. Però, poiché in realtà un modello di questa neo-sinodalità non preesisteva, si tratta più che altro di sperimentarne  varie forme, fino  a trovare quello che funziona.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli