lunedì 13 dicembre 2021

Un'umanità nuova

 








Un’umanità nuova

 

    Non sempre la teologia mostra chiara consapevolezza che siamo un’umanità veramente nuova.

  Innanzi tutto siamo in tanti di più. Negli anni ’70, quando frequentai le scuole superiori, si pensava con timore a quando saremmo stati in otto miliardi, ed invece eccoci qua, andiamo avanti anche così. Ma non solo: sempre più società hanno conquistato un certo benessere diffuso: l’esempio più eclatante è quello della Cina continentale, dove il raggiungimento di un moderato benessere per tutti è diventato uno dei principali obiettivi del sistema di governo, e si è dichiarato di aver raggiunto l’anno scorso una importante tappa intermedia, con l’eliminazione delle sacche di povertà estrema. Riguarda quasi un miliardo e mezzo di persone. Infine, la condizione di pace tra i sistemi politici, oltre che al loro interno, è considerata ora come un obiettivo politico concreto non solo desiderabile, ma anche conseguibile storicamente. Nel recente passato la guerra venne invece considerata come un potente fattore di rigenerazione sociale. E anche le confessioni cristiane sembravano aver poco da dire in merito. Addirittura, in epoca medievale la guerra  per la riconquista della cosiddetta Terra santa fu considerata una via penitenziale verso la santità personale, nonostante che essa non corrispondesse assolutamente a nessun comando evangelico. In altre parole, il Maestro non ci ordinò di conquistare né Gerusalemme né Roma, né Nazaret né Betlemme, né nessun altro posto del mondo, ma

καθς γάπησέν με πατήρ, κγ μς γάπησα, μείνατε ν τ γάπ τ μ - kathòs egàpesen me o patèr, kagò umàs egàpesa, mèinate en te agàpe te emè -Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi: rimanete nel mio amore

[…]

 

    Ατη στν ντολ μ να γαπτε λλήλους καθς γάπησα μς· - àute estìn e emè ìna agamáte allèlous kathòs egàpesa umàs -  Il mio comandamento è questo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.

[dal Vangelo secondo Giovanni, capitolo 15, versetto 9 e 12 – testo in greco antico, translitterazione in italiano, traduzione secondo TILC – Traduzione interconfessionale in lingua corrente]

 Dove agápe, che traduciamo in italiano con amore, non significa tanto un sentimento, ma la pratica della benevolenza, della solidarietà e della sollecitudine reciproche, dove si cerca di anticipare le esigenze degli altri, come si fa con gli invitati ad un lieto convito.

  Lagàpe ci è stata ordinata come fattore di trasformazione sociale, per essere, collettivamente, diversi. La pace, come oggi la si teorizza e si cerca di costruire, è strettamente collegata al comandamento dell’agápe e, quindi, alla presenza dei cristiani nel mondo.

  Negli anni 70 si prevedeva che un’umanitá di otto miliardi di persone sarebbe finita sconvolta da guerre totali terminali, perché non si pensava che si potesse andare d’accordo in così tanti, tutti così tanto attaccati ai propri egoismi collettivi e disposti a tutto per soddisfarli. Possiamo facilmente constatare che i profeti di sventura, come li definì papa Roncalli – Giovanni 23º, non videro giusto. Eppure la possibilità che finisse molto male c’era sicuramente! Perché (ancora) non è andata così? È che realmente si è stati diversi dal nostro tremendo passato. Eppure trattando di sinodalità è proprio da quel passato, inteso come fonte di una tradizione normativa, che si cerca di trovare i principi per organizzare il nuovo. Questo è il metodo di una teologia dogmatica che si è fatta insegnare il metodo di lavoro dalle scienze giuridiche: ciò non risale alle origini, ma agli inizi del Secondo millennio, quando teologia e diritto divennero insegnamenti universitari e, in Occidente, adottarono come proprio gergo il latino delle scienze (lingua che rimase tale fino ad inizio Ottocento), divenendo incomprensibili alla gran parte del popolo. La liberazione della fede dal latino curiale fu ciò che consentì la ripresa di un protagonismo popolare nella vita religiosa, ciò che nella nostra Chiesa avvenne molto tardi, negli scorsi anni sessanta, dopo oltre secoli di spietata repressione clericale.

  Eppure, ecco che vedo alcuni ai quali, al sentir pregare e cantare in latino, si inumidisce il ciglio. E questo anche se non siamo proprio sicuri che il Maestro intendesse quella lingua. Non ci è detto in che lingua parlò con Ponzio Pilato, quando gli fu messo davanti. Invece nei Vangeli sono riferiti su parole in aramaico,lingua corrente nella Galilea e Giudea di allora.

  In merito, trascrivo un interessante articolo di Rinaldo Fabris, pubblicato su Avvenire del 7 aprile 2020, con il titolo Aramaico, ebraico, greco, latino... in che lingua Gesù parlò con Pilato?”

 

In che lingua parlava Gesù? E i protagonisti dei grandi eventi che portarono alla sua morte in croce? La questione, da tempo al centro del dibattito tra gli studiosi, può essere assunta proprio nei giorni della Settimana Santa, come filo rosso per comprendere alcune dinamiche fondamentali dell’annuncio della Buona Novella dall’inizio fino a noi.

Le quattro lingue della Palestina

Va detto innanzitutto che al tempo in cui si svolsero gli eventi descritti nei Vangeli quattro erano le lingue parlate in Palestina. Quella ufficiale (ma anche la meno diffusa: usata solo da un ristretto numero di funzionari pubblico) era il latinoQuella religiosa era l’ebraico, parlata nelle sinagoghe, dove si leggevano i testi della Torah, e dai farisei che erano gli ebrei più osservanti. Quella della vita quotidiana era invece l’aramaico, che il popolo aveva adottato dopo il ritorno dall’esilio babilonese (VI sec. a.C.). E infine il greco della koiné, che era un po’ come l’inglese di oggi, parlata ovunque. Ebraico e aramaico erano lingue semitiche, imparentate tra loro come ad esempio l’italiano e il napoletano, dato che l’aramaico (nell’VIII secolo a.C. lingua delle comunicazioni internazionali nella Mesopotamia) era diventata una sorta di dialetto.

Gesù parlava solo l'aramaico?

Tra queste quattro lingue è ormai certo che quella usata da Gesù per la predicazione e per i colloqui con i discepoli fosse l’aramaico. Come ricorda Rinaldo Fabris, nel suo “Gesù il Nazareno” (Cittadella Editrice), sono almeno una ventina i passi dei Vangeli canonici (scritti in greco) in cui vengono citate parole o espressioni aramaiche. Per limitarci a quelle che riguardano la Settimana Santa: “Abba” (Padre), usato da Gesù nel Getsemani; “Eloi Eloi lemà sabachtani” (Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato) cioè le ultime parole di Cristo sulla croce secondo Marco e Matteo; il toponomastico Golgotha (“Luogo del cranio”) per indicare l’altura della crocifissione; e infine l’appellativo “rabbunì” (maestro mio) con cui Maria di Madgala chiama Gesù dopo la risurrezione. E a proposito di vittoria sulla morte, possiamo citare ancora il “talità qum”, (ragazza alzati) con cui Cristo riporta in vita la figlia di Giairo.

Del resto è naturale: cresciuto ed educato in una modesta famiglia della Galilea che abitava a Nazareth, villaggio di poche centinaia di abitanti, Egli certamente aveva come lingua materna l’aramaico occidentale che si parlava nella sua terra. Tra l’altro connotato da accento diverso da quello in uso a Gerusalemme, come attesta il “riconoscimento” di Pietro, nella notte dell’arresto di Gesù (Mt 26,73) proprio a motivo di come parlava.

L'aramaico, scelta di incarnazione

Questo fatto ci dice già una cosa importante. La concretezza dell’incarnazione vale per tutti gli aspetti della vita.Gesù si esprime in un idioma che tutti possono comprendere e poco importa se non è la lingua dei dotti. Anzi proprio questa vicinanza ai “piccoli”, al punto da parlare in “dialetto”, conferma se mai ce ne fosse bisogno la sua “rivoluzione” delle periferie, come direbbe papa Francesco. Il quale, parlando ai genitori dei bambini che stava battezzando nella Cappella Sistina il 7 gennaio 2018, raccomandò: “La trasmissione della fede soltanto può farsi in dialetto, la lingua intima delle coppie. Nel dialetto della famiglia, nel dialetto di papà e mamma, di nonno e nonna”. E non è un caso che un grande santo e teologo come Tommaso d’Aquino abbia predicato il quaresimale del 1273 in dialetto napoletano.

Le ipotesi sull'ebraico e il greco

Ciò che resta ancora incerto è se Gesù sapesse parlare nelle altre lingue. Almeno l’ebraico e il greco. Quanto all’ebraico, bisogna registrare un simpatico siparietto durante la visita di papa Francesco in Medio Oriente nel 2014. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, durante un incontro ufficiale, disse al Pontefice: «Gesù ha vissuto qui, parlava ebraico». «Aramaico», lo corresse Francesco. Al che Netanyahu, immediatamente, precisò: «Parlava aramaico ma conosceva l’ebraico, perché leggeva le Scritture». Al di là dei cordiali sorrisi che chiusero l’episodio, viene da chiedersi: è proprio così? Secondo Fabris, “sulla base delle scarne informazioni del Vangeli non si è in grado di dare una risposta categorica alla domanda se Gesù sapesse leggere e scrivere”. E anche l’episodio riferito da san Luca, in cui nella sinagoga di Nazareth Egli prende e legge il rotolo del profeta Isaia, “non può essere addotto come prova che egli è in grado di leggere il testo ebraico della Bibbia”. Probabilmente infatti, argomenta lo studioso, quel racconto è il frutto di una rielaborazione dell’evangelista al quale interessa dire che Gesù è il Messia.

Tuttavia questo punto non è pacifico fra gli esegeti. Stefano Tarocchi, biblista e preside emerito della Facoltà Teologica dell’Italia centrale, nota infatti che “diversi altri racconti dei Vangeli favoriscono la teoria secondo cui Gesù era in grado di servirsi anche dell’ebraico quando la situazione lo richiedeva”. Soprattutto le conversazioni e discussioni con capi religiosi ebrei. “Questi dialoghi di solito avvenivano in ebraico anche tra chi aveva come prima lingua l’aramaico. Per essere credibile come interlocutore, con molta probabilità Gesù usava l’ebraico quando era impegnato in discorsi teologici con i farisei, gli scribi e gli altri capi ebrei”.

Quanto al greco, alcuni esegeti hanno ipotizzato che Gesù potesse conoscerlo, dato che vicino a Nazaret c’erano Sepphoris, capitale della tetrarchia di Erode Antipa, e Tiberiade, centro commerciale di una certa importanza, dove i mercanti greci arrivavano facilmente. Ma Fabris esclude un’ipotesi del genere, così come la possibilità che egli abbia conversato o insegnato in greco.

In che lingua parlarono Pilato e Gesù durante il processo?

Più possibilista è invece Tarocchi, citando la conversazione con il centurione romano di Matteo 8,5-13. “Anche Pilato nel processo – afferma - avrebbe usato il greco, non il latino, come ha invece immaginato Mel Gibson in The Passion. Non è nemmeno ipotizzabile che un governatore romano abbia potuto conoscere ed usare l’aramaico”. Tuttavia il dialogo potrebbe essersi svolto con l’intermediazione di un interprete (anche se nei Vangeli non se ne fa menzione), perché quello a Gesù non era certamente l’unico processo che Pilato fece nella sua carriera e la registrazione di un particolare così scontato può essere stata considerata superflua.

L'importanza del greco per l'evangelizzazione

Il greco però sicuramente entra in scena – e pesantemente – dopo la risurrezione. Soprattutto grazie alle lettere di Paolo, che sono i documenti più antichi del Nuovo Testamento, tutto scritto nell’”inglese” dell’epoca.

A questo punto il cambio di priorità, e dunque di paradigma anche linguistico, appare evidente. Alla logica dell’incarnazione si affianca quella dell’universalità del messaggio evangelico, che essendo destinato a tutti gli uomini, ha bisogno di un veicolo comunicativo il più possibile conosciuto. Il greco, appunto, che diviene così la lingua della “fase due” dell’evangelizzazione, dopo il primo annuncio del Nazareno. A quel punto l'idioma originale parlato da da Gesù diventa secondario, quasi ininfluente. "Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio", esclameranno i presenti alla predicazione degli Apostoli, il giorno di Pentecoste. La voce di Cristo raggiunge ognuno nel suo linguaggio, secondo la doppia regola dell'incarnazione e dell'universalizzazione del messaggio della salvezza. E non è un caso che la Bibbia sia oggi il libro tradotto nel maggior numero di lingue al mondo.

 

   Tutti concentrati sulla ricostruzione a fini di politica ecclesiale di una tradizione che   a volte appare  un po’ fantasiosa, spesso siamo distolti dal considerare quali rilevantissimi elementi di novità e di rottura con preesistenti tradizioni religiose i cristianesimi delle origini costituirono e, va aggiunto, come anche i successivi cristianesimi furono. Del resto, in fondo al libro dell’Apocalisse non ci è stato promesso di far nuove tutte le cose? Considerando realisticamente la storia dei cristianesimi, e non con i paraocchi ideologici, proprio il costante rinnovamento ci appare come l’elemento tradizionale più forte nella nostra tradizione religiosa.

 Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli