martedì 16 novembre 2021

Vie nuove

 

Il logo del Sinodo


Vie nuove

 

  In occasione dei cammini sinodali  in corso per la riforma della Chiesa, quello che riguarda tutte le Chiese del mondo  e quello per le Chiese italiane, si pensa grosso modo di organizzare convegni, tavole rotonde, incontri con la gente, come si è sempre fatto. Nelle parrocchie probabilmente l’importanza maggiore sarà data però alla routine, le messe, la formazione dei giovani per i sacramenti, battesimi, confessioni, funerali, le attività di solidarietà sociale. Di fatto, dei Sinodi non mi pare che si parli, al di fuori degli ambienti dei dirigenti di associazioni e movimenti.

 In realtà, quello che, a tutti, viene chiesto va molto al di là di questa prospettiva piuttosto limitata ed emerge chiaramente da ciò che il Papa va dicendo di questi tempi. Infatti si sta attuando, prima ancora di progettarla compiutamente, una riforma  della nostra Chiesa, e a livello mondiale: un processo grandioso e veramente epocale. Né nel Documento preparatorio  né nel relativo Vademecum diffusi lo scorso settembre è spiegato con sufficiente chiarezza.

 A differenza di ciò che è accaduto nel passato, la sperimentazione  precede la teorizzazione,  e in quest’ultima si vuole imparare dalla prima. Insomma si cerca di dar fondo a tutte le risorse umane delle nostre Chiese. Da dove verrà l’idea giusta per cambiare? Probabilmente non dalle nostre Chiese, che appaiono molto in ritardo e ancora non molto coinvolte in questo processo. La Chiesa tedesca, che da tempo ha in corso un suo proprio sinodo e che di questo modo di procedere ha accumulato lunghe esperienze, probabilmente darà contributi più importanti, così come, per le stesse ragioni, le Chiese latino americane riunite nel Consiglio Episcopale Latino Americano. L’Assemblea generale del Sinodo del vescovi programmato per l’ottobre 2023 potrebbe avere un rilievo molto vicino a quello di un Concilio ecumenico

  Si vorrebbe che, da subito, si iniziasse ad essere  e fare  Chiesa in modo diverso da ora, in particolare noi persone laiche. Ci sentiamo  a posto quando andiamo in chiesa, vale a dire partecipiamo con una certa regolarità alle messe, specialmente quelle domenicali e le altre festive. Il di più  pensiamo che riguardi preti e religiosi, intesi come monaci e monache, frati e suore. Del resto, la chiesa non è forse la casa dei preti? A casa loro fanno ciò che credono. Anche noi non facciamo lo stesso a casa nostra?

 Alcuni teologi propongono di abbandonare il termine laico per definire la gran parte del popolo di chiesa, quella di coloro che non hanno ricevuto il sacramento dell’ordine o non sono stati consacrati come religiosi. In sostanza viene utilizzato per definire i non-chierici. Progressivamente, con lo sviluppo della teologia universitaria, dal Duecento, è passato a significare anche incolto, ignorante. Ed, in effetti, come negarlo?, a volte lo si è, a confronto dei chierici. A nostra scusa, bisogna osservare che spetterebbe a loro istruirci, ma in genere non lo si fa abbastanza, o non lo si fa proprio. Da dopo il Concilio Vaticano 2° la situazione è andata un po’ migliorando, ma complessivamente non va bene. Del resto, si osserva, perché una persona laica dovrebbe saperne di più di ciò che impara da bambino, per fare  la Prima Comunione? A che le servirebbe? Ecco, appunto, in un documento di quel Concilio come la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spesLa gioia e la speranza viene spiegato il perché.  Venne definita pastorale proprio perché dava direttive per intervenire nel mondo contemporaneo: i cristiani, tutti, anche le persone laiche,  dovrebbero ordinarlo  secondo Dio. Il clero e i religiosi si sono dati certamente da fare in questo campo. Ma, fin dall’antichità, fecero la loro parte anche persone laiche: nella definizione delle nostre principali verità di fede, che proclamiamo nelle messe domenicali nel “Credo”, ebbero un ruolo molto importante gli imperatori Costantino 1° e Teodosio 1°, vissuti nel Quarto secolo, che convocarono  e presiedettero Concili ecumenici  importantissimi, quelli di Nicea (325) e Costantinopoli (381). Un imperatore del Sacro Romano Impero, Sigismondo di Lussemburgo, laico anche lui, fece convocare e influì in modo determinante sul Concilio di Costanza (1414-1418), nel corso del quale furono deposti tre Papi che regnavano contemporaneamente. I chierici e religiosi che influirono nel mondo, e che quindi non rimasero solo gente di chiesa, sono una serie sterminata. Innanzi tutto i Papi romani da Leone Magno, il quale regnò nel Quinto secolo, a papa Francesco. Fino a Pio 9° i Papi furono anche sovrani di un piccolo stato nell’Italia centrale con capitale Roma e successivamente si accanirono contro il Regno d’Italia e la sua democrazia, fino a quando non vennero a patti con Benito Mussolini, e poi ordinarono all’Azione Cattolica di costruire un nuovo regime democratico in Italia; negli anni Sessanta diedero il nulla osta per governi di centrosinistra. Il papa Giovanni Paolo 2° sostenne una rivoluzione anticomunista nella sua Polonia, scrivendone il suo manifesto ideologico nell’enciclica Mediante il lavoro – Laborem exercens, del 1981. Uno dei principali partiti politici italiani ebbe come segretario politico, alla sua fondazione, un prete, don Luigi Sturzo, e si rifaceva all’ideologia di democrazia cristiana  formulata da un altro prete, don Romolo Murri.  Nel Seicento, i cardinali Armand-Jean du Plessis  duca di Richelieu e Giulio Raimondo Mazzarino  furono spregiudicati primi ministri dei Re di Francia.

  Dal Seicento il ruolo politico della Chiesa venne attenuandosi e il clero prese a governarla in maniera sempre più totalitaria, mentre le persone laiche si facevano gli affari loro nel mondo, al tempo in cui cadde nel dominio delle potenze europee.  Si cercò anche di spiegare il perché dovesse essere così, ma le spiegazioni che si diedero, e che tuttora ancora si danno, non sono del tutto convincenti. La consacrazione, in particolare sacramentale, darebbe a clero e religiosi una marcia in più. Ma anche il matrimonio, che nella Chiesa latina, è cosa da laici, a parte i diaconi, è un sacramento. E l’incoronazione dei re cristiani era, ed è ancora, inserita in una liturgia che ne prevede la consacrazione: si dice che regnano per Grazia di Dio. I monarchi Savoia, nello Statuto del 1848, fecero aggiungere anche per volontà della nazione.

  Si consacra quando si vuole dire che un compito è talmente importante che occorre avere un particolare aiuto dal Cielo e quindi, per svolgerlo, non basta decidere di dedicarvisi o esservi nominati da qualcun altro. Di solito si consacra quando quello che si fa ha un particolare significato religioso, ma non sempre si tratta delle cose più importanti. Costruire quasi ottant’anni di pace europea sarà bene un risultato importante? Eppure lo hanno fatto, con un ruoli determinanti, cristiani non consacrati. Decidere chi, che cosa, come e perché consacrare sono decisioni che dipendono dai tempi, ma, certo, si è creato una certa tradizione in questo, e ne va tenuto conto, perché da noi si fa così, anche questa, l’onorare le tradizioni è una nostra tradizione. Ad esempio, il matrimonio lo si è consacrato  molto dopo l’aver iniziato a consacrare il clero e i religiosi. E’ un sacramento di cui, si insegna, ministri sono i coniugi, i quali, con la loro decisione d’amore, creano una realtà addirittura indissolubile (il clero assiste). Fare un figlio  è una decisione molto importante, ma non si è mai pensato di consacrarlo, anzi. Si preferisce sorvolare su come lo si è fatto. Poi, certo, c’è il battesimo, che non è un’esclusiva di consacrati: ogni cristiano lo può impartire e a me, non so se si faccia ancora, a catechismo insegnarono come battezzare, e ne fui veramente orgoglioso, perché  ne avevo compreso l’importanza.

 Se ne è discusso anche nel Concilio Vaticano 2°, addirittura in una Costituzione dogmatica  sulla Chiesa, Lumen gentium – Luce per le genti, nella quale si legge, al n.32:

 

   La santa Chiesa è, per divina istituzione, organizzata e diretta con mirabile varietà. «A quel modo, infatti, che in uno- stesso corpo abbiamo molte membra, e le membra non hanno tutte le stessa funzione, così tutti insieme formiamo un solo corpo in Cristo, e individualmente siano membri gli uni degli altri » (Rm 12,4-5).

  Non c'è quindi che un popolo di Dio scelto da lui: « un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo » (Ef 4,5); comune è la dignità dei membri per la loro rigenerazione in Cristo, comune la grazia di adozione filiale, comune la vocazione alla perfezione; non c'è che una sola salvezza, una sola speranza e una carità senza divisioni. Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa per riguardo alla stirpe o nazione, alla condizione sociale o al sesso, poiché « non c'è né Giudeo né Gentile, non c'è né schiavo né libero, non c'è né uomo né donna: tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28 gr.; cfr. Col 3,11).

 

 Poco prima, al n.31, troviamo la formula, che ho riportato nelle mie FAQ  sull’Azione Cattolica che ogni anno diffondo di questi tempi, debitamente aggiornate:

 

Col nome di laici si intende qui l'insieme dei cristiani ad esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio e, nella loro misura, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano.

 

  che riecheggia la vecchia idea delle persone laiche come non-chierici, appiccicandovi però anche la parte della missione propria di tutto il popolo cristiano. Una formula di compromesso, all’evidenza, che si adottò per cercare di ottenere il consenso più ampio possibile, secondo lo spirito sinodale. Essa però fu l’ancora a cui ci si appigliò per continuare a tenere le persone laiche, nella Chiesa sì, ma nelle chiese  come semplice platea passiva, oggetto di cure. In chiesa ancora oggi si entra un po’ da ospiti, in punta di piedi, sempre timorosi di fare qualcosa di eccessivo o di sconveniente.  La sinodalità  della quale parla e scrive papa Francesco vorrebbe farci entrare in chiesa secondo una medesima dignità e corresponsabilità, come persone realmente partecipi di una comunità. Egli ci invita a praticarla subito, questa sinodalità, ancor prima di teorizzarla compiutamente, per vedere come va e studiare come farla al meglio sulla base dell’esperienza fatta.

 Una via nuova, certo.

  Ma quanti ne sanno abbastanza?

 Il primo problema è fare tornare la gente in chiesa, in particolare durante la pandemia.

  Ma il modo più giusto è poi quello della sagra paesana? La religiosità popolare è fatta anche di questo, lo sappiamo. Bisogna dire che, però, noi siamo gente di città. E anche, che, in tempi di ondata pandemica in rialzo, convocare gente a mangiare, bere, cantare e via dicendo, può presentare dei rischi, se non si osservano rigorosamente le precauzioni raccomandate dalle autorità sanitarie, cosa non facile da ottenere quando si sta festosamente insieme. Dunque si dovrebbero trovare altri modi, inserendo anche qualche informazione di più su quello che la nostra Chiesa, insieme a tutte le Chiese del mondo, sta vivendo e organizzando.

 Il primo scoglio degli animatori sociali, spesso fonte di gravi frustrazioni, è quello di motivare le persone a  venire in chiesa al di fuori dei doveri liturgici, del cosiddetto  precetto  festivo.

 Per concludere: sto rivedendo le FAQ sull’Azione Cattolica che fra qualche giorno pubblicherò su questo blog: cercherò di dare una nuova definizione delle persone laiche, sulla scorta di ciò che da qualche mese sto leggendo per prepararmi ai cammini sinodali.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli