lunedì 15 novembre 2021

Metodi di sinodalità - 11 - Dinamica di gruppo

 


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Metodi di sinodalità – 11 –

Dinamica di gruppo

 

 Un gruppo sinodale, vale a dire nel quale sia possibile produrre una reale interrelazione tra i suoi partecipanti, non può che essere un piccolo gruppo, quindi composto di non più di una trentina di persone, e questo per nostri limiti cognitivi di specie che ci rendono incapaci di interazioni profonde in gruppi più ampi.

  Il limite c’è, ma poiché è naturale, vale a dire costitutivo di come siamo, tendiamo a non accorgercene. Del resto nelle istituzioni  abbiamo trovato il modo di superarlo. Un esempio? Il Governo italiano è composto da 24 persone e ne dirige decine di milioni. Le norme giuridiche di struttura istituzionale realizzano varie forme di coordinamento tra i vari gruppi istituzionali, in modo da ordinarne l’azione pubblica. Ne troviamo un esempio nella seconda parte della nostra Costituzione repubblicana.

https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione

  Anche la nostra Chiesa è strutturata secondo istituzioni e norme. Un tempo queste ultime erano un complesso di documenti piuttosto difficile da studiare e da capire: dal 1917 la Chiesa, seguendo l’esempio degli stati,  si è data un Codice di diritto canonico, che raduna  in modo razionale le regole più importanti.     Quello attualmente vigente è stato deliberato dal Papa nel 1983, per adeguarne la legislazione ai principi formulati negli anni Sessanta dal Concilio Vaticano 2°, obiettivo che, a detta di non pochi studiosi, non è stato pienamente raggiunto.

https://www.vatican.va/archive/cod-iuris-canonici/cic_index_it.html

 I Papi vi ha apportato diverse modifiche  e papa Francesco, in particolare, ha riformato profondamente la procedura giurisdizionale (le modifiche entreranno in vigore nel mese di dicembre 2021), ha modificato struttura e funzionamento del Sinodo dei vescovi, ha ammesso le donne ai  ministeri laicali del Lettorato  e dell’Accolitato  e ha istituito il nuovo ministero laicale del Catechista.

  Quando si parla di riforma ecclesiale  ci si riferisce anche a cambiamenti di quel sistema molto complesso di norme e istituzioni che rende possibile pensare  nei particolari le attività delle nostre Chiese locali e della Chiesa universale, stabilire chi può decidere che cosa e come. E, tuttavia, nonostante la numerosa umanità che si riconosce in ciò che intendiamo con Chiesa, rimane il fatto che si agisce sempre per piccoli gruppi, che poi entrano in relazione tra loro in un fermento che tende sempre a superare le forme istituzionali stabilite, connotandole in senso personalistico. Una cosa è, ad esempio, parlare del parroco come figura istituzionale, che è replicata migliaia di volte in tanti posti, e le norme ci danno un’idea generale di ciò che le compete di fare, per quanto tempo, come, e per chi,  e altra è parlare del nostro  parroco, don Remo e di noi. 

  C’è una sinodalità delle istituzioni, anche delle grandi istituzioni ecclesiali, che si è espressa, ad esempio, nei Concili ecumenici  e locali, e che troviamo anche nei lavori del Sinodo dei vescovi e in quelli diocesani. In quest’ambito con sinodalità  si vuole intendere che si vuole fare uno sforzo particolare per raggiungere il più ampio consenso senza usare violenza o altre forme di coercizione. Storicamente molte volte non ci si è riusciti e si è passati, come dire, a vie di fatto. In questi casi si è preferito tentare di eliminare i dissenzienti, criminalizzandoli. Nel Concilio Vaticano 2°, svoltosi a Roma dal 1962 al 1965, invece, si raggiunse, nelle varie votazioni che si fecero, un consenso veramente molto ampio, anche se certamente non l’unanimità, nonostante che l’oggetto dei suoi lavori fosse specificamente la Chiesa, un tema che storicamente si era rivelato molto controverso. Ciò ha determinato, non di rado, l’utilizzo di formule di compromesso, di dire una cosa senza escludere l’altra, che poi, nella fase attuativa hanno creato problemi e incomprensioni. A detta di diversi studiosi è questa la ragione per cui quel Concilio ha inciso ancora poco sulle istituzioni ecclesiali. Tuttavia si ricorda che si è già dato il caso di Concili  il cui recepimento ha tardato a venire: di solito si fa l’esempio del primo Concilio considerato ecumenico, quello di Nicea del 325,  i cui deliberati si affermarono solo dopo diversi decenni. Ma non fu il solo.

  La sinodalità  nelle istituzioni di base, nei nostri ambienti religiosi di prossimità, mio zio Achille ne scrisse come dei nostri mondi vitali, quello che danno senso alle nostre esistenze, è però altra cosa. Richiede una profonda intesa, come quella che si può realizzare solo nei piccoli gruppi. Appunto perché si vuole innanzi tutto produrre senso, non un sistema di governo, anche su scala limitata.

  Il piccolo gruppo  è un ambiente sociale in costante fermento e, se non è tale, è un gruppo morto. Perché, bisogna esserne consapevole, i gruppi di questa specie possono realmente morire. Accade anche alle istituzioni, sebbene siano costruite per durare oltre le vite e le intese personali dei loro partecipi, ma più spesso esse si trasformano. La loro storica ci parla delle loro trasformazioni. Se non riescono a trasformarsi, diventano inutili per il governo delle società di riferimento e, divenendo obsolete, vengono abbandonate, anche quando non vengono abbattute. Ad esempio, gira ancora tra noi una nobiltà di stirpe, ci sono, come nei secoli passati, principi, duchi, conti e marchesi, ma nel nostro contesto repubblicano sono solo un fenomeno di costume, non hanno più alcun rilievo politico. La 14° delle Disposizioni transitorie e finali  della nostra Costituzione lo prevede espressamente: “I titoli nobiliari non sono riconosciuti”.

  La parrocchia è un’istituzione ecclesiastica, nel senso che ho sopra precisato, ma viene definita, anche dal Codice di diritto canonico vigente, in linea con il Concilio Vaticano 2°, come una comunità:

 

Canone 515 - comma1°. La parrocchia è una determinata comunità di fedeli che viene costituita stabilmente nell'àmbito di una Chiesa particolare, la cui cura pastorale è affidata, sotto l'autorità del Vescovo diocesano, ad un parroco quale suo proprio pastore.

 

 Tuttavia, per farne realmente  una comunità non basta scriverlo in una norma giuridica che regola l’istituzione.

  Una comunità si realizza mediante relazioni interpersonali profonde che si possono creare solo nei piccoli gruppi. Tuttavia, in genere, la parrocchia non è  un piccolo gruppo, ma è un ambiente sociale molto più ampio. Questo richiederà di articolarne la struttura in piccoli gruppi tra loro coordinati. Il modo di coordinarli non è ancora scritto nelle regole sull’istituzione e non conviene nemmeno farlo, se non a grandi linee, perché il coordinamento deve farsi tenendo conto delle caratteristiche di quei piccoli gruppi, ma vi deve essere. Le norme sul Consiglio pastorale parrocchiale prevedono un’Assemblea parrocchiale, che da noi non si è mai tenuta e che non potrebbe realmente funzionare se tutti  i parrocchiani un bel momento decidessero di venire in parrocchia per riunirsi. In teoria i fedeli cristiani che vivono nella parrocchia possono stimarsi in circa ottomila. I praticanti, intesi come le persone che vengono in chiesa  con una qualche regolarità, possono stimarsi in circa mille. Questo rende chiaro che, anche attuando una sinodalità comunitaria, dovrà farsi ricorso a una struttura istituzionale per ottenere un sufficiente coordinamento. Ad oggi il coordinamento è assicurato solo dal clero, posto che del Consiglio pastorale parrocchiale  si sa poco e probabilmente non è più una realtà molto viva, sebbene sia un’istituzione partecipativa prevista dal Codice di diritto canonico, mentre l’Equipe pastorale non è un organismo partecipativo, ma solo ausiliario del clero. Questa struttura porta al prevalere del carattere gerarchico, che è poco consono alla sinodalità, che comporta sempre una qualche collaborazione della comunità nelle decisioni che la riguardano.

  Quanto ai piccoli gruppi si pone il problema della loro animazione.

  La materia è studiata dal ramo della psicologia che si occupa della  dinamica di gruppo. Dagli anni ’70 è divenuta parte del curricolo formativo degli operatori pastorali professionali, ad esempio di quelli che studiano catechetica. Probabilmente rientrerà anche nella formazione culturale del nuovo ministero laicale del catechista. Attualmente nelle parrocchie mi pare che, preti a parte, si debba improvvisare, in mancanza di una specifica formazione.

 L’animatore  è quella figura che consente al piccolo gruppo di superare le crisi  alle quali periodicamente e fisiologicamente va incontro.

 Bisogna dire che, nell’attuazione di una sinodalità matura, ad un certo punto il ruolo dell’animatore verrà assunto da persone scelte dal gruppo stesso, una volta che si formerà una certa tradizione  nella vita sociale del gruppo. Allora i più anziani formeranno i più giovani e questi ultimi li sostituiranno quali animatori. Questa è, in genere, la situazione dei gruppi di Azione Cattolica. In un gruppo sinodale parrocchiale, che quindi si formi al di fuori delle denominazioni associative esistenti e anche con lo scopo di superare le divisioni da esse indotte, probabilmente all’inizio occorrerà incaricare animatori  non scelti dai membri del gruppo, che però dovranno darsi tra i principali obiettivi quello di realizzare un’animazione ad opera di persone scelte dal gruppo stesso. Altrimenti la sinodalità non si realizzerà veramente e il gruppo diventerà dipendente dall’animazione per così dire esterna.

  Il primo scoglio di fronte al quale ci si trova nell’animazione di un piccolo gruppo è quello del tempo che i partecipanti intendono porre a disposizione dell’attività di gruppo. Partecipare alle istituzioni, in modi che sono di necessità altamente formalizzati, fa risparmiare tempo, ma, anche, si impegna poco di sé nelle relative attività. Quanto ci mettiamo a votare, nelle elezioni politiche o amministrative?

 Il tempo è ciò che di più prezioso abbiamo e, istintivamente, non siamo disposti a impiegarlo per attività poco gratificanti o poco utili. In particolare: non basta essere religiosi e addirittura persone di chiesa per decidere di spendere tutto il tempo che occorre per partecipare in modo sinodale  ad un gruppo religioso.

  Di questi problemi sono informato fin da giovane perché ne ho letto sui libri di testo di mia madre di quando studiava catechetica nella vicina Università salesiana.  In particolare ho sempre avuto tra le mani un libretto che ho trovato molto utile, di Gennaro Luce, Dinamica di gruppo, LMS 1977. E’ scritto in termini semplici e si trova ancora in commercio, usato. Ma vi sono molti altri testi equivalenti e più aggiornati.

  Si deve sempre avere un motivo forte  per partecipare a un piccolo gruppo con relazioni molto intense. Tra i motivi più frequenti vi sono status, servizio, vantaggi personali, tradizione, amicizia, l’attività specifica svolta collettivamente, e più frequentemente un misto di vari motivi.

 Motivare  alla partecipazione può essere un scoglio duro per una persona che decida di fare l’animatrice di un piccolo gruppo.

 Gli ostacoli alla partecipazione che di solito si manifestano sono: timore (anche delle relazioni con altre persone che si conoscono poco), ignoranza, mancanza di tempo, mancanza di valori, scarso interesse per ciò che il gruppo si propone di fare.

  Inoltre bisogna fare attenzione a non sprecare il tempo collettivo: dopo due riunioni che non vanno bene, in cui non si creano interesse ed empatia sociale, la gente comincia a disertare.

  E, in particolare, non basta leggere  di sinodalità, ma occorre appassionarvisi. Nel lessico di papa Francesco, bisogna essere appassionati non appassiti, perché la vita senza passione è come la pasta in bianco senza sale.

 Chi visse i tempi della prima fase dei tentativi di dare attuazione al Concilio Vaticano 2° ancora ne sente in sé l’entusiasmo. E’ ciò che si vorrebbe rigenerare, per ora senza tanto successo in Italia, con i cammini sinodali  che sono in corso.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli