mercoledì 24 novembre 2021

Come ripartire senza più popolo?

 

Il logo del Sinodo


Come ripartire senza più popolo?

 

   Da ragazzo vissi nell’Italia  cattolica, dove era considerato strano chi si dichiarava non credente. A quell’epoca il problema era quello di darsi da fare in quel mondo per strapparlo dagli incubi della sua vetusta teologia totalitaria e dall’assolutismo della gerarchia ecclesiale. Al centro di quei moti di riforma che agitavano il popolo  era la prassi: vivere  in modo diverso la propria fede prima ancora di saperne rendere ragione. Naturalmente questo era innanzi tutto un lavoro per chi non era imbrigliato nella sudditanza gerarchica, come lo era il clero, o in un’altra obbedienza istituzionale, come i religiosi, intesi come monaci e monache, frati e suore. Questo perché la pressione disciplinare verso questa parte del popolo era molto forte, arrivando a colpire addirittura vescovi di primo piano, come Giacomo Lercaro,  il quale era addirittura un cardinale. Egli, all’inizio del 1968, fu sbrigativamente sottratto ai fedeli bolognesi, dai quali era  molto amato,  per ragioni politiche, di politica internazionale ed ecclesiale, non tanto per aver chiesto agli Stati Uniti d’America di interrompere i bombardamenti a tappeto sul Vietnam del Nord (lo aveva chiesto anche il Papa di allora, Paolo 6°), ma per aver criticato duramente, su basi evangeliche, l’atteggiamento politico di neutralità  della Chiesa in quella guerra, che la diplomazia vaticana e lo stesso Papa avevano adottato seguendo una linea consolidata da decenni.

  La fede religiosa a quell’epoca serviva  ancora per orientarsi nel mondo e anche chi la combatteva la prendeva sul serio in questo.

 Ai tempi nostri sembra che non sia più così. Che cosa l’ha sostituita a livello popolare, delle masse? Ecco, mi pare di poter dire: nulla. Del resto non c’è bisogno di cose simili quando ciascuno fa per sé, confidando in quel patrimonio di diritti fondamentali e sociali che si danno ormai per scontati, e che invece tale non dovrebbero essere considerati, perché sono stati il frutto di un duro impegno collettivo delle generazioni passate. Nel momento in cui questo rassicurante contestato istituzionale viene però sbriciolandosi, perché una delle economie più ricche del mondo mentre rende possibile, praticabile, l’estremo lusso per pochi, non trova le risorse per garantire una esistenza dignitosa a tutti gli altri e prova anche ad accreditare l’idea che sia giusto così, perché non si fa altrimenti, in questa situazione, dico, alle persone non sembra venire in mente che l’ancestrale rimedio dell’aggregazione tribale, il preteso legame di sangue, le immaginarie radici, il mito  del popolo che salta fuori da una qualche terra. Tutto vano, perché fantasiosa irrealtà, mentre le cause della crescente insicurezza, lo insegnò a lungo Zygmunt Bauman, sono sociali, ma di una società molto complessa, globalizzata, nella quale nessuna entità riesce veramente ad essere sovrana, ma dalla quale i ceti dominanti riescono comunque a trarre i loro privilegi, per cui non hanno interesse a costruirne una critica realistica e, anzi, la scoraggiano in chi invece l’avrebbe, perché ha la peggio. Tra i ceti dominanti vi è anche la nostra gerarchia ecclesiale che ancora, a Roma, è arroccata intorno alle basiliche costantiniane che, nel Quarto secolo, il fatale Quarto secolo, costituirono l’espressione della sua nuova, magnificente, condizione di potere pubblico, sacralizzata dalla teologia dogmatica che in quel secolo venne costruita in parallelo. Su questo si è arenata la riforma deliberata durante il Concilio Vaticano 2°.

  Quando entro in parrocchia, l’obiettivo di un modo diverso di vivere la Chiesa, sinodale  come si dice ora, mi pare ancora realistico, non così quando passeggio nella bella piazza davanti alla basilica di San Pietro in Vaticano, certamente un posto suggestivo, specialmente quando suonano le grandi campane delle torri. Da ragazzo mi piaceva entrare nel grande chiesone, ora no, perché, pur essendo stata la sede di tante assemblee plenarie ai tempi del Concilio, ed essendo stata e ancora essendo la sede di tante belle e partecipate liturgie, in realtà significa, con la sua maestosa imponenza  terrestre, la sua gravità, l’impossibilità di una vera riforma. Ma ci possiamo rassegnare a questo?

  Per non scoraggiarsi, allora, la soluzione può essere quella di concentrarsi su realtà piccole, di prossimità, come la nostra parrocchia, ma mancano le persone, non si lasciano più coinvolgere. Del resto troppo a lungo è stato detto loro che, in fondo, era bene fare così. Si è anche interrotta una continuità generazionale, secondo quanto segnalato dalle indagini sociologiche.

  Ci si lamenta che il problema è nelle persone laiche, in realtà esso è in primo luogo nella gerarchia, che, anche dopo il Concilio Vaticano 2° ha continuato ad accentrare ogni potere e ogni iniziativa. Così gli altri fedeli cristiani ci sono, ma mantengono un atteggiamento passivo.

  Dagli anni ’80 una serie di atti del magistero ha progressivamente annullato quasi ogni riforma indotta dal Concilio e la cosiddetta ecclesiologia comunionale,  che doveva correggere la pesante gerarcocrazia gerarchicocentrica delle nostre istituzioni religiose è rimasta più o meno lettera morta.

  Facendosi forza su alcune infelici espressioni che rimasero nei documenti del Concilio per cercare di ottenere un più vasto consenso, le persone laiche sono stata spinte progressivamente fuori  della Chiesa per esercitarvi il loro apostolato, mentre non era assolutamente questo l’ordine di idee che avevano mosso la riforma.

  Ogni tentativo delle persone laiche di partecipare  nella Chiesa è stato diffamato come clericalizzazione del laico, rafforzando l’idea, esiziale, che la Chiesa, in sé, è cosa da preti  e religiosi. Questo ostacolerà senza dubbio il processo sinodale che si è voluto indurre nelle nostre Chiese se non ci si libererà dell’idea che alle persone laiche competa solo il cosiddetto secolo, vale a dire la società fuori della Chiesa, mentre, naturalmente, clero e religiosi potrebbero stare da tutte  le parti, dentro e fuori, ma potendo agire da padroni assoluti dentro.

  Scrisse Bruno Forte in Laicato e laicità, Marietti 1986, un libro che ebbi tra le mani da giovane, quando non era ancora iniziato il nostro lungo inverno ecclesiale:

 

[...] recuperando il primato  dell’ecclesiologia totale, si è riconosciuta la dignità e l’autonomia propria di ogni battezzato, e quindi la responsabilità specifica dei laici.  Ad essi il Vaticano 2°  ha rapportato in modo peculiare la laicità, sulla scia dei tentativi teologici che avevano voluto indicarne il tal senso il proprium […] La laicità è pertanto assunta all’interno della chiesa come una dimensione qualificante  l’intero corpo dei battezzati ad eccezione dei ministri ordinati e dei religiosi.

 Le origini storiche di questo collegamento della secolarità ai laici si situano nella tarda epoca costantiniana, quando ai chierici e ai monaci, dediti alle cose spirituali e sempre più avvicinati fra di loro, vengono contrapposti i laici, compromessi nel secolo. […] Nei primi secoli  dell’esperienza cristiana, però non era così: la chiesa nella sua totalità veniva vista in rapporto di proposta e di alternativa al mondo; la distinzione non era tanto avvertita ad intra fra «spirituali» e cristiani dediti alle cose temporali, quanto  ad extra fra novità cristiana, comune a tutti i battezzati, e società da evangelizzare.

  La riscoperta di questa novità connessa col recupero del primato dell’ecclesiologia totale porta allora  con sé l’esigenza di superare non solo la divisione della chiesa in due classi, ma anche la connessione specifica laici-secolarità: se tutti i battezzati ricevono lo Spirito per donarlo al mondo, tutti sono impegnati sul fronte dell’ordine temporale per annunciare il vangelo e animare la storia. Non è possibile  caratterizzare il solo laicato per il rapporto  con la laicità: superando  la doppia coppia comunità-carismi e ministeri, si restituisce non solo il primato all’ontologia della grazia, ma si vede anche radicata  in essa la missione verso il mondo, e dunque il compito di animazione evangelica del temporale. […]  nessuno è neutrale  di fronte ai rapporti storici in cui è posto, e la pretesa neutralità può facilmente divenire mascheramento, volontario o involontario, di ideologie e interessi. Si deve allora pervenire – nello sviluppo delle premesse poste dal Vaticano 1° - ad una diversa assunzione della laicità in ecclesiologia, in forza della quale essa, senza essere rifiutata com’è nell’atteggiamento integrista, non sia neanche legata ad una sola componente della realtà ecclesiale: è tutta la comunità che deve confrontarsi con il seculum, lasciandosi segnare da esso nel suo essere e nel suo agire. La chiesa intera deve essere caratterizzata da un rapporto positivo con la laicità!

 

 Senza questo presupposto non sarà sicuramente dato un sinodo nel quale l’intero Popolo di Dio sia messo realmente in condizione di essere ascoltato, quindi di parlare, uscendo dalla condizione di semplice platea  in cui lo si vorrebbe confinato, dalla quale si libera uscendo  semplicemente dalla chiesa, non lascandosi più coinvolgere in quella umiliante condizione.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli