giovedì 25 novembre 2021

Progettare la sinodalità parrocchiale

 

Il logo del Sinodo


Progettare la sinodalità parrocchiale

 

 Esaminando il problema di come avviare e portare a termine fruttuosamente la fase della “consultazione del Popolo di Dio”  dei processi sinodali in corso per tutte le Chiese del mondo e per le Chiese italiane, il primo obiettivo da proporsi dovrebbe essere quello di non confinarla nel ristretto ambito dei vari gruppi organizzati che interloquiscono abitualmente con il clero, e anche partecipano alle lotte di potere ecclesiastico, ma di suscitare una reale partecipazione anche degli  fedeli, in particolare di quelli che per vari motivi sono stati spinti ai margini o si sono allontanati.

   La partecipazione presuppone una sufficiente informazione su ciò che si è programmato di fare e sugli scopi dell’attività. In genere la prima fonte informativa per la generalità delle persone che abitualmente vengono ancora in chiesa è costituito dalle messe domenicali. Ma come raggiungere gli altri, quelli che hanno perso dimestichezza con noi? È logico pensare che possano essere coinvolti dai conoscenti che hanno saputo che ci si propone di organizzare e ne sono stati interessati. Certo, potrebbe aiutare mettere striscioni informativi ben visibili da fuori, come facciamo nelle giornate della raccolta del sangue. Ma solo questo non può bastare.

  Bisogna dire che qualcosa del Sinodo è apparso sulla stampa, ma si è trattato di notizie superficiali e sono mancati approfondimenti, salvo forse per Avvenire.

  Nella nostra parrocchia, al di fuori del nostro gruppo di Azione Cattolica, dove chi era interessato ha potuto avere informazioni dettagliate sui sinodali, si è cominciato a sentire parlare di Sinodo solo domenica scorsa. È stato annunciato che nel pomeriggio di domenica 5 dicembre si terrà un’assemblea parrocchiale su questi temi. Sul sito Web della parrocchia ancora non è visualizzabile alcun contenuto su quell’iniziativa.

  Bisogna chiedersi, però, che cosa sanno i fedeli della parrocchia sui cammini sinodali e sui loro obiettivi. Quell’assemblea parrocchiale probabilmente dovrebbe essere considerata come una prima tappa di un lavoro che dovrà essere proseguito con continuità nei mesi seguenti, il termine della fase diocesana della consultazione è stato prorogato al 15 agosto, ma, per far arrivare il risultato delle nostre attività in diocesi perché possa essere utilizzato per riferirne in sede nazionale, bisognerà trarne le conclusioni molto prima.

  La prima cosa da chiarire è che l’iniziativa sinodale è di papa Francesco, il quale ha spiegato che il suo scopo principale è una riforma del modo di essere e fare chiesa. Il presupposto è naturalmente che la Chiesa così com’è non vada bene e nell’esortazione apostolica La gioia del Vangelo Evangelii gaudium di papa Francesco, del 2013, è spiegati perché. Nella fase della consultazione, dunque, bisognerebbe programmare lo studio collettivo e il confronto su quel documento.

  Papa Francesco ha anche presentato come scopo dei cammini sinodali quelli di riprendere l’attuazione dei principi deliberati durante il Concilio Vaticano 2º, svoltosi a Roma tra il 1962 e il 1965, quindi diverso tempo fa. Ha constatato che essa è ancora insoddisfacente, in particolare per quanto riguarda le modifiche della struttura dell’organizzazione ecclesiastica e delle prassi ecclesiali per consentire una maggiore partecipazione di tutte le persone di fede a tutte le attività ecclesiali, in particolare a quelle che riguardano l’apostolato, vale a dire la diffusione e pratica del vangelo nella società in cui viviamo immersi, comprese le fasi decisionali.

  In effetti questo era stato uno dei temi principali di quel Concilio, ma, in ordine ad esso, però, a partire dal 1986, si produssero battute d’arresto, motivate dal timore del Papa allora regnante e della sua Curia di perdere il controllo delle comunità cattoliche, le quali in sede locale avevano manifestato una certa effervescenza. Se ai più giovani della nostra parrocchia fosse concesso di tornare per un po’ alla nostra parrocchia quale era a cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80 stenterebbero a riconoscerla, tanto era più partecipata da persone di tutte le età. In sostanza si usò lo strumento disciplinare per frenare la parte del clero e dei religiosi che aveva attivato sperimentazioni di partecipazione, vennero rinforzati i confini tra clero e religiosi da una parte e gli altri fedeli dall’altra, situazione che il Concilio aveva inteso superare inaugurando una ecclesiologie comunionale, e venne nuovamente irrigidita l’autonomia dei vescovi, a favore di un controllo molto accentrato nella Santa Sede, a Roma. Il risultato è che, dal punto di vista organizzativo, nella Chiesa, e anche in parrocchia, tutto va più o meno come prima del Concilio e le novità strutturali sono state vissute prevalentemente nelle aggregazioni che con nuovi margini di autonomia gravitano intorno alle strutture ecclesiastiche principali, ma rimanendo al suo esterno, pur cercando di influirvi.

  Una spia di queste difficoltà può essere considerata, nella nostra parrocchia, l’apparente scadimento della funzionalità del Consiglio pastorale parrocchiale, che, a ciò che so, da anni non si riunisce più, surclassato dalla nuova Equipe pastorale, nominato dal parroco,  che ha finalità operative, ma non è un organismo partecipativo. Quel Consiglio, previsto dal codice di diritto canonico, è tra le principali sedi di compartecipazione all’apostolato istituite in attuazione del Concilio e dovrebbe comprendere anche membri eletti dai e tra i parrocchiani. Come tale è espressamente previsto dai nostri vescovi, nel Documento preparatorio e nel relativo Vademecum elaborati per organizzare la consultazione sinodale, come l’agente locale del processo. Il Consiglio ha una certa autonomia regolamentare, che, nelle parrocchie che negli anni scorsi hanno organizzato propri sinodi, è stata utilizzata, ad esempio, per stabilire le regole per l’elezione dei propri membri elettivi. Bisogna dire che, a ciò che mi è stato riferito, l’esercizio del nostro Consiglio si era fatto molto difficile a motivo della radicale e apparentemente inconciliabile diversità di vedute tra orientamenti di fondamentalismo integralista e altre tendenze, per cui un accordo non si trovava, e, aggiungo, non si troverà. L’unanimità in queste condizioni non è alla nostra portata se non su soluzioni di compromesso, che consentano comunque una certa area di attività comuni rispettando la dignità e spazi di autonomia delle persone. In passato, del resto, il nostro principale problema non è stato il pluralismo, ma la pretesa di annullarlo.

  In definitiva, l’unico modo nel quale oggi, ancora, si può partecipare alle attività parrocchiali è diventato quello dell’adesione ad uno dei gruppi che l’abitano, guardandosi piuttosto in cagnesco e diffidando profondamente gli uni degli altri, modalità partecipativa che appare essere sgradita alla generalità dei parrocchiani, che, infatti, non partecipa. Le persone temono, in particolare i più giovani, di subire, oltre alla tradizionale pretesa di egemonia del clero, anche quella, a volte più asfissiante, di una qualche persona laica che sia riuscita ad emergere nel gruppo di riferimento o del gruppo stesso. Del tutto a ragione, ai tempi nostri si è insofferenti di certe forme umilianti di dipendenza. Questo sviluppo non è assolutamente in linea con il modello partecipativo tratteggiato, più che altro nelle basi teologiche quindi assai alla lontana, durante il Concilio Vaticano 2º, ma fatica ad essere corretto, per la strenua resistenza di molti, che considerano la partecipazione alle attività parrocchiali al di fuori del gruppo di riferimento, quindi del controllo del suo para-clero, come potenzialmente contaminante. Questa è la visione integralista della vita religiosa, nella quale si sfruttano in modo immaginifico situazioni bibliche vetero-testamentarie figurandosi di essere qualcosa di simile ai  bellicosi israeliti durante la sanguinosa fase di conquista della terra promessa e in quella, parimenti sanguinosa, di contrapposizione all’ellenismo. E ciò, sostanzialmente fantasiosamente giudaizzando – talvolta in modo che mi è parso  poco rispettoso dell’ebraismo nostro contemporaneo -, tenendo poco conto della spettacolare universalizzazione del vangelo mediata, nel corso dei primi tre secoli della nostra era appunto dalla cultura ellenistica. Questo problema della divisione acerrima tra di noi potrebbe minare seriamente l’efficacia della prossima assemblea sinodale, come avvenne durante la Quaresima del 2016, in occasione di una nostra precedente esperienza di sinodalità parrocchiale.

 Bisogna considerare una caratteristica molto importante  del processo sinodale indotto da papa Francesco, vale a dire che lo si vuole far partire dal basso, appunto da una fase di consultazione popolare. Questo nello spirito del Concilio di partecipazione alle gioie e sofferenze della società del nostro tempo, che apre la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo La gioia e la speranza – Gaudium ed spes. Pastorale, nel lessico della teologia cattolica non significa effimero, legato a tempi determinati, come alcuni insinuano per sostenere l’obsolescenza di quel documento, uno dei principali del Concilio, ma che non si parte da questioni di definizioni, ma dall’osservazione realistica di ciò che c’è intorno a noi, nel rispetto dell’autonomia della creazione, per la quale la teologia, a prescindere da quell’osservazione, non ha tutto ciò che serve per la missione che a tutti noi battezzati è stata affidata dal Maestro. È chiaro, quindi, che è molto importante che le persone che partecipano al cammino sinodale parrocchiale siano messe in condizione di esprimersi liberamente e sinceramente e che, quindi, l’assemblea parrocchiale non si risolva solo in una specie di lezione nella quale qualcuno non si limiti a informare, per creare i presupposti indispensabili per una reale partecipazione al dialogo, ma voglia anche dire ai partecipanti che dire e pensare.

  Una prima proposta operativa potrebbe essere, dunque, sul metodo, e, in particolare di strutturare l’assemblea parrocchiale come un organismo partecipativo popolare permanente, con carattere di continuità, ben distinto dai gruppi particolari che sono attivi in parrocchia, con un proprio statuto, proprie articolazioni organizzative che ne realizzino una certa autonomia, in modo che alle persone sia consentita l’effettiva partecipazione ad un’attività specificamente parrocchiale, non ulteriormente connotata, in condizioni di libertà di espressione rispetto a clero e para-clero e da altre forme di pressione.

 Poiché, poi, l’informazione di base sul processo sinodale, e in particolare sui temi dell’esortazione La gioia del Vangelo, che di quel processo può essere considerata una sorta di manifesto, è verosimilmente ancora insufficiente, e poi si ha veramente poca pratica di sinodalità, perché in genere ci si limita ad essere platea liturgica in condizioni di passivitá, gli incontri, nel quadro di quel nuovo organismo parrocchiale, che dovrebbe fare riferimento non direttamente al parroco o al clero che con lui collabora, ma al Consiglio pastorale parrocchiale, che con l’occasione si potrebbe rivitalizzare, innanzi tutto chiarendo chi ha diritto di interloquirvi e poi rinnovando il suo regolamento per garantirvi una certa democraticità nel rispetto della dignità e della libertà di espressione altrui, dovrebbero essere diversi. Ciò consentirebbe di completare il circuito formativo, uniformando le conoscenze da condividere, senza che ogni persona sia sostanzialmente costretta a fare da sé, e, come detto, di fare effettivo tirocinio di pratica sinodale. La formazione da condividere dovrebbe comprendere un po’ di storia della Chiesa, che in genere non si fa nella formazione di base, perché l’iniziativa sinodale si presenta come la prosecuzione di ciò che è stata iniziata negli scorsi anni Sessanta, quando molti dei meno anziani non erano ancora nati.

Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli