giovedì 14 ottobre 2021

Essere compagni nella vita di fede

 


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Essere compagni  nella vita di fede

 

  Alle origini, i cristiani impegnati nella propaganda e nella costruzione e cura  delle comunità di fedeli  si chiamavano reciprocamente  compagno, nel greco antico koinonòs. Lo attesta Paolo di Tarso nella seconda lettera ai Corinzi, 8,23, chiamando  compagno, “koinonòs”  il suo collaboratore Tito. L’imperatore Costantino, in via di cristianizzazione, convocando il primo concilio ecumenico svoltosi a Nicea nel 325, definì sé stesso compagno vescovo, koinonòs epìskopos,  per l’unità del mondo.   Fratelli si nasce, amici  si diventa, per essere  compagni  è necessario un particolare impegno nel lavorare per l’unità. Nella visione cristiana questo impegno comprende tutti, tutta l’umanità, come se fosse un’unica famiglia  e quell’unità ha il nome di agàpe, termine del greco antico che richiama l’immagine di un lieto convito al quale nessuno sia escluso. Quel termine è molto importante per la fede cristiana perché è scritto che O teòs agàpe estìn, il Fondamento è agàpe. Questo è il centro della fede cristiana:   si è impegnati ad essere  compagni  al servizio dell’agàpe. Il servizio è il modo cristiano per esercitare il potere:  « I re comandano sui loro popoli e quelli che hanno il potere si fanno chiamare benefattori del popolo. Voi però non dovete agire così! Anzi, chi tra voi è il più importante diventi come il più piccolo; chi comanda diventi come quello che serve.» (dal Vangelo secondo Luca, capitolo 22, versetti 25 e 26 – versione TILC – Traduzione interconfessionale in lingua corrente).

[da una mia riflessione ad un’assemblea di un’associazione professionale di miei colleghi di lavoro]

 

 La parola del greco antico koinonìa è molto importante nella riflessione teologica e, di solito, viene tradotta con il termine italiano comunione, che ricorderete di aver sentito spesso in chiesa.

  Alle origini veniva usata per indicare quelli, tra i seguaci del Maestro, che da un certo momento in poi vennero definiti cristiani,

 

  Dopo l’uccisione di Stefano si era scatenata la persecuzione. Allora molti credenti avevano abbandonato Gerusalemme e si erano dispersi, alcuni in Fenicia, altri a Cipro, altri fino ad Antiòchia [città molto importante nell’antichità “romana”, nella Siria settentrionale – nota mia]. Essi però predicavano la parola di Dio solo agli Ebrei. Tuttavia alcuni di essi, che erano di Cipro e di Cirène, appena giunti ad Antiòchia si misero a predicare anche ai pagani [*], annunziando loro il Signore Gesù. La potenza del Signore era con loro, così che un gran numero di persone credette e si convertì al Signore.

  I credenti della chiesa di Gerusalemme vennero a sapere queste cose: allora mandarono Bàrnaba ad Antiòchia. Egli vi andò e vide quello che Dio aveva operato con la sua grazia. Se ne rallegrò e incoraggiava tutti a rimanere fedeli al Signore con cuore deciso. Bàrnaba era un uomo buono, pieno di *Spirito Santo e di fede. Un numero considerevole di persone allora si convertì al Signore. Bàrnaba poi andò a Tarso per cercare Paolo. Lo trovò e lo portò ad Antiòchia. In questa comunità rimasero insieme per un anno intero e istruirono molta gente. Proprio ad Antiòchia, per la prima volta, i discepoli furono chiamati cristiani.

[Dagli Atti degli apostoli, capitolo 11, versetti da 19 a 26 – At 11, 19-26 – versione TILC]

Nota:

[*] la parola del testo pagani  traduce quella del greco antico λληνιστάς [Ellenistàs], che significa greci, non nel senso di persone di etnia  greca, ma di gente di lingua e cultura greca, vale a dire, in quel contesto biblico, i non giudei. La parola pagano, deriva dal latino paganus, vale a dire abitante di un villaggio, e riflette la situazione dell’Italia dei primi secoli, in cui i cristianesimi si affermarono a partire dalle  città, mentre nelle zone rurali permaneva l’antica religione politeistica. Assunse un senso dispregiativo, nel senso di incivile, che ancora ha nell’uso comune. Sarebbe bene evitare di usarla con leggerezza per indicare quelli che nella nostra società sono non credenti o seguaci di altre fedi, proprio per quel significato dispregiativo che ha.

 

 che si assumevano il compito di collaborare nella predicazione  e nel suscitare e guidare le comunità dei credenti, ad esempio, come ho detto nel brano all’inizio, nella Seconda lettera ai Corinzi, capitolo 8, versetto 23 [1Cor 8,23], che di seguito riporto nella versione in italiano CEI 2008 e nell’originale in greco antico

 

Quanto a Tito, egli è mio compagno e collaboratore presso di voi; quanto ai nostri fratelli, essi sono delegati delle Chiese e gloria di Cristo - ετε πρ Τίτου, κοινωνς μς κα ες μς συνεργός· ετε δελφο μν, πόστολοι κκλησιν, δόξα Χριστοche si legge “èite upèr Tìtu, koinonòs emòs kài eis umàs sunergòs èite adelfòi emòn, apòstoloi ecclesiòn, doxa Cristù]

 

   Nel cercare di comprendere che cosa comporta una Chiesa sinodale può essere utile riflettere su quell’essere compagni per l’azione in società evocato dalla parola greca koinonòs utilizzata negli scritti del Nuovo Testamento. Vi propongo questa interpretazione: è una Chiesa in cui tutti  sono attivi in quell’opera comune, ma non solo questo: agiscono cooperando, non ognuno per sé secondo la propria mentalità indipendentemente dalle altre persone di fede. Per cooperare bisogna intendersi e per intendersi occorrere parlarsi,  ma parlarsi argomentando, cercando, in quel discorrere, di capire meglio, aiutandosi l’un l’altro. Accanto  al perfezionamento della propria spiritualità interiore, che, in genere, è l’oggetto principale della formazione religiosa che soprattutto i più anziani hanno avuto e che ancora si dà, c’è anche questo, che è molto importante nel quadro dell’insegnamento sociale  della Chiesa perché si fa rientrare in ciò che definiamo carità e che traduce la parola greca del Nuovo Testamento agàpe. Ad esempio in una espressione molto significativa della Prima lettera di Giovanni, capitolo 1, versetto 4 [1Gv 4,8], che riporto nella versione di CEI 2008 e nel testo in greco antico

 

Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore - μ γαπν οκ γνω τν θεόν, τι θες γάπη στίν. [o me agapòn uk ègno ton Teòn, òti o Teòs agàpe estìn]

 

  dove agàpe  evoca l’idea un lieto convito, dove nessuno rimane escluso, ma anche, per estensione, quel vivere da compagni  di cui si diceva, provvedendo gli uni agli altri secondo le necessità della vita.

 

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli