venerdì 15 ottobre 2021

Sinodo e sinodalità

 

Il logo del Sinodo


Sinodo e sinodalità

 

 Il Sinodo, nella Chiesa cattolica romana, è stato storicamente, presentato in modo molto schematico:

-fino al Concilio di Trento (svoltosi nel Cinquecento): un’assemblea di vescovi, preti, teologi, e nel Primo Millennio anche persone laiche, in particolare sovrani o loro delegati, per decidere su definizioni della fede, problemi organizzativi e questioni disciplinari; i sinodi venivano convocati quando ve n’era la necessità;

-dopo il Concilio di Trento e fino al Concilio Vaticano 2° (1962-1965): una riunione del vescovo con i preti suoi collaboratori per diffondere direttive e per controllarne l’attuazione. In questa fase fu prescritta la celebrazione periodica di questo tipo di sinodo.

-dopo il Concilio Vaticano 2°: un’assemblea di vescovi, mondiale o regionale, o un’assemblea della diocesi intorno al vescovo per confrontarsi su questioni  relative alla pastorale, vale a dire quell’attività dedicata alla formazione religiosa, ai sacramenti e alla liturgia. Qualche volta gli eventi diocesani con questo carattere sono state denominate  anche assemblee diocesane, convegni diocesani, congressi diocesani.  In questa fase non è stata predeterminata la frequenza dei sinodi, se ne sono tenuti molti ad iniziativa dei vescovi ed alcuni sono durati addirittura anni.  Dal 2018 il sinodo dei vescovi è stato profondamente riformato, prevendendo una estesa fase preparatoria durante la quale si  consultano  gli altri fedeli, come si faceva nei sinodi diocesani, e una collaborazione al magistero del Papa. E’ stato osservato che, in questa fase, si è pensato ai sinodi come occasioni per ricreare il clima molto coinvolgente che si era vissuto durante il Concilio Vaticano 2°.

  Nei primo caso il sinodo è un ufficio collegiale della Chiesa, un po’ come ce ne sono anche nelle istituzioni pubbliche, nel secondo caso è manifestazione del ministero del vescovo come capo della sua diocesi, nel terzo caso il sinodo diocesano è una manifestazione della vita della diocesi, quindi della Chiesa locale,  e, dal 2018, il sinodo dei vescovi della Chiesa intera o presente in vaste regioni.  Solo nel primo e nel terzo caso di può parlare veramente di sinodalità, perché tutti  i partecipanti hanno modo, secondo i rispettivi ruoli, di cooperare alla decisione. In nessuno di quei tre casi di agisce democraticamente perché manca una procedura per coinvolgere anche il resto della popolazione in modo che non possa essere ignorato. Ma nel terzo caso ci si avvicina maggiormente. In esso, infatti, ci si fonda sul riconoscimento di un pari dignità dei fedeli che deriva loro dal Battesimo. L’esperienza di sinodalità  che si fa nel terzo caso è quella che si vorrebbe estendere a tutte le persone di fede e alla vita ordinaria religiosa, anche al di fuori del sinodo come evento. Rende presente, visibile, una Chiesa sinodale, anche se chi partecipa e decide, almeno in linea di principio, non rappresenta nessun altro e nessun’altra collettività in forza di una scelta dal basso, come avviene nelle procedure elettorali pubbliche, anche se è presente a seguito di una scelta dal basso. Questa la significativa differenza rispetto ai parlamenti  contemporanei, nei quali si rendono presenti, attraverso esponenti eletti, forze collettive  che co-decidono determinando la politica nazionale.

 Nel secondo caso e nei sinodi diocesani le scelte le fa il vescovo, e i vescovi e il Papa nel caso del sinodo dei vescovi, anche se è possibile che le direttive facciano menzione che sono il frutto di un più vasto processo sinodale  condiviso.

  Quel riunirsi  ha un valore specificamente religioso, a prescindere da ciò che viene deliberato. Manifesta una comunione, parola che traduce il greco neotestamentario antico koinonìa, e che è l’essere compagni  in un’azione comune, condividendo decisioni, impegno, difficoltà e ogni altra cosa. Si lavora  insieme, si fa conto gli uni sugli altri,  ci si apprezza, ci si soccorre e sostiene.

  Anche al cinema si sta insieme in sala, ci si raduna, ma non ci si riunisce: ognuno fa per sé, gente che va, gente che viene, non ci si conosce neppure. Si vivono più o meno le stesse emozioni, ma non le si condividono. Se segue un cineforum, nel corso del quale si discute sull’opera a cui si è assistito, allora, sì, si comincia a fare un’esperienza di carattere sinodale. Ma è più che altro questione di emozioni. Nella sinodalità propriamente detta sono implicati aspetti soprannaturali che i teologi sono molto bravi a spiegare, molto meno a praticare. In effetti, fino al Cinquecento, i sinodi e i concili - dal punto di vista dello spirito con cui si riunisce non c’è differenza, c’è solo, ai tempi nostri, dal punto di vista giuridico - sono stati travagliati spesso da aspre controversie.

  Anche in parrocchia, le volte che non ci si limita ad ascoltare i preti, ma si prende la parola, non di rado si litiga. Una delle ragioni per cui, in genere, ci si riunisce   è quella di cercare  di risolvere pacificamente controversie, ma se non ci sono procedure predeterminate per mettere ordine, pur consentendo a tutti di partecipare alla decisione, difficilmente ci si riesce, soprattutto quando si fa questione di cose soprannaturali. Il riferimento soprannaturale purtroppo non di rado radicalizza le posizioni.

  La sinodalità  che si vorrebbe indurre nelle nostre comunità di fede non è legata specificamente a momenti decisionali, in cui si esaminano le questioni, si propongono argomenti e poi si delibera, ma la si vorrebbe uno stare insieme conoscendosi e cooperando amichevolmente, senza che nessuno si senta coartato dagli altri a fare ciò che non vuole o non capisce. Questo, per così dire, nella quotidianità. E’ chiaro che è qualcosa di molto distante da quello che c’è ora.

  Significa anche, ad esempio, passare più tempo in parrocchia. Se una persona ci va solo per la messa e poi se ne va, difficilmente riuscirà ad essere molto sinodale. Se si vuole essere sinodali,  nel senso che siamo esortati a capire, bisogna cominciare a interrogarci  sul modo in cui  possiamo portare un nostro contributo all’opera comune, concordare questo nostro impegno con le altre persone della parrocchia, in primo luogo con  i suoi preti, e poi cominciare.

  Avere a che fare con gli altri, anche in un ambiente religioso, non è sempre un’esperienza facile. Dicono i teologi che, se si comincia con lo spirito giusto, poi arriverà un aiuto dal Cielo, ma, di fatto, i problemi rimangono, per ciò che ho potuto constatare. Tuttavia, esercitandosi, è possibile trovare le vie giuste per superarli. Occorre farne un tirocinio, come si fa nell’apprendistato o in un noviziato.

  Quando, anni fa, il nuovo parroco ci guidò, durante una Quaresima, ad una esperienza sinodale accostando persone di gruppi diversi della parrocchia, non andò  tanto bene. Ognuno rimase sulle sue, tenendo a ribadire le proprie posizioni, e la cosa non ebbe seguito.  Non credo che sia cosa eccezionale nei nostri ambienti. L’uso imprudente di un gergo para-teologico complica le cose e le inasprisce.

  Una volta che sia conquistata una certa fiducia reciproca, si potrà poi cominciare a fare dei progetti da sviluppare insieme, quindi anche a deliberarli  insieme. Ma prima, come ho detto, c’è semplicemente lo stare insieme non da estranei ma da amici. Del resto il Maestro non disse proprio così, “vi ho chiamato amici”? Ci scelse perché portassimo frutto  e la sinodalità è appunto uno di questi frutti.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli