mercoledì 13 ottobre 2021

Chiesa sinodale - una riflessione sulle origini

 


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Chiesa sinodale - una riflessione sulle origini


Sinodi e Concili fino al 4°  Secolo

 Nel corso della propria storia, i cristiani hanno mantenuto una forte coscienza del loro essere comunità, della comunione tra loro, accresciuta dalle celebrazioni liturgiche e dalle attività caritative comuni. Il popolo dei credenti eleggeva i propri vescovi, i vescovi della regione si riunivano per consacrare il nuovo eletto. Questo era un modo di dimostrare la comunione tra loro, ma anche un’occasione per discutere  i rispettivi compiti, le difficoltà, gli obiettivi comuni.

  Questa corresponsabilità fra i vescovi e fra le comunità si espresse in maniera particolarmente costruttiva e brillante nel percorso  - spesso complicato - dello sviluppo dottrinale del cristianesimo e nella continua evoluzione delle norme e delle esigenze di vita dei diversi gruppi di fedeli. A mano a mano che il numero dei cristiani aumentava, si moltiplicavano i problemi strutturali e di convivenza. I vescovi prendevano coscienza del proprio specifico ruolo e della necessità di affrontare uniti la situazione nel suo sviluppo.

  Sembra che nel III secolo [dal 201 al 300 della nostra era - nota mia] la proliferazione delle eresie dottrinali e l’aumento dei problemi amministrativi abbia reso necessari periodici incontri di vescovi di diverse regioni al fine di constatare la fede delle rispettive comunità e di proclamarla contro quelle dottrine che deviavano dalla fede comune. Nacquero così i sinodi e i concili, i cui antecedenti [i modelli -nota mia] erano il sinedrio ebraico e il senato romano. I cristiani vi manifestavano la propria fede, i teologi vi formulavano le proprie teorie e i vescovi vi prendevano le proprie decisioni.

  A partire da quello che viene generalmente chiamato il concilio di Gerusalemme [che viene dato all’anno 49 della nostra era - nota mia] - un’adunanza di apostoli e di anziani - fino all’ultima assemblea dei vescovi latinoamericani con Benedetto 16° ad Aparecida (Brasile) [nel maggio 2007 - il libro da cui traggo la citazione fu pubblicato nel 2008 - nota mia], si sono susseguiti venti secoli di riunioni, sinodi e concili - generalmente di vescovi, a cui talvolta hanno preso parte anche sacerdoti e laici - durante le quali si tastava il polso della Chiesa, si esaminavano le difficoltà, si adottavano le decisioni, si imponevano precetti e dottrine. Possiamo affermare senza alcun dubbio che il cristianesimo, nei suoi momenti più conflittuali e decisivi, è stato guidato in modo sinodale.

[…]

 La cristianizzazione dell’Impero romano introdusse un importante elemento - sebbene, a volte, deformante - nelle deliberazioni  e nella conferma delle decisioni prese  nei concili: gli imperatori, prima, e i re dei diversi paesi, poi,  Di fatto i primi otto concili ecumenici [quelli del Primo Millennio - nota mia] furono convocati e presieduti da imperatori o dai loro delegati. A decidere erano i vescovi, ma nulla aveva valore senza il benestare imperiale. Non si trattava, è chiaro, di un’imposizione ma, a quanto pare. di un diritto positivamente riconosciuto dalla gerarchia ecclesiastica.

 

[da LABOA, Juan Marìa, Atlante storico dei Concili e dei Sinodi nella storia della Chiesa, Città Nuova e Jaka Book 2008]

 

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    Ci viene proposto di vivere la fede in maniera sinodale. Il Sinodo generale, che si concluderà nell’ottobre 2023 con l’Assemblea dei vescovi del mondo, e quello della Chiesa italiana, che si concluderà nell’ottobre 2025, anno del Giubileo, sono stati convocati appunto per discuterne. Poiché comprendono una fase preparatoria  nella quale su quel tema ci confronteremo nelle nostre realtà di prossimità, anche nelle parrocchie, sono già per tutti noi un esercizio di sinodalità.

  I nostri vescovi ci hanno posto dieci domande su altrettante materia concernenti la vita di fede sinodale. Non si tratta di un sondaggio al quale ciascuno di noi deve rispondere individualmente. Né la risposta dovrebbe essere congegnata e concordata solo all’interno degli organismi di partecipazione previsti e nella dirigenza di associazioni e movimenti. Si vorrebbe che tutti i fedeli fossero coinvolti nel discorrere, valutare e  decidere che comunicare ai nostri vescovi. Addirittura si vorrebbe che potessero venire tra noi per quel lavoro coloro che, per varie ragioni, ad esempio povertà estrema, malattia, scarsa istruzione,  discriminazione sociale all’interno della collettività di riferimento (ad esempio perché provengono da un’altra regione sulla quale ci sono pregiudizi), condizione sociale  (ad esempio per irregolarità delle loro relazioni personali dal punto di vista canonico), sono di solito emarginati.  Questo è stato richiesto espressamente dal Papa e riportato nel Documento preparatorio,  diffuso nello scorso settembre per preparare la fase preparatorio  del processo sinodale.

 Questo modo di procedere, che è quello abituale praticato in Azione Cattolica, non è frequente in altri ambienti, per cui in genere non se ne è acculturati.

  Per molte persone praticanti la routine della vita religiosa, del tutto degna va detto, è fatta di preghiera personale, meditazione su brani biblici, frequenza alla messa e al sacramento della Penitenza (in epoca di pandemia ci sono state difficoltà in questo), sforzo per aderire ai precetti di buona vita insegnati dal Magistero, innanzi tutto  in famiglia, nelle altre relazioni personali, sul lavoro,  e in società cercando di venire in soccorso in qualche modo di chi sta peggio e chiede aiuto.  Alcuni poi praticano particolari forme di spiritualità e devozione in confraternite e movimenti, così come forma di carità più intense in organizzazioni come la Società di San Vincenzo De Paoli  o nella Caritas diocesana.

 Una persona che vive in quel modo la propria vita di fede, vi dedica larga parte della giornata. Si incontra con gli altri per questioni religiose a messa e nelle collettività di spiritualità, devozione o carità di cui ho scritto. Ha nel cuore  e nella mente il Signore in modo costante: inizia e chiude la giornata pregando.  Nell’esame di coscienza sistematico c’è uno sforzo quotidiano per migliorarsi. Va detto: questa è una via di santificazione. Possiamo considerare la sinodalità come un suo sviluppo. Spesso essa  viene presentata come un metodo di co-decisione, ma, in realtà, per ciò che esige, è una via di maggiore impegno, in cui si partecipa all’assunzione collettiva di responsabilità per l’intera Chiesa. Richiede maggiore consapevolezza del senso del nostro essere comunità  nella storia. Corrisponde a una precisa vocazione. Spesso si pensa che solo il clero e i religiosi ricevano una vocazione, ma invece si insegna che tutti hanno la loro e la fede religiosa è anche una risposta ad un essere chiamati. E’ appunto per questo che ci si avvicina maggiormente in quello che viene descritto anche come un cammino sinodale.

«La Chiesa di Dio è convocata in Sinodo. Con questa convocazione, papa Francesco invita tutta la Chiesa a interrogarsi sulla sinodalità un tema decisivo per la vita e la missione della Chiesa», si legge, in apertura, nel sito del Sinodo generale 2021-2023 https://www.synod.va/it.html . Mi sembra detto molto bene. Descrive la vocazione  che ci viene.

  Ma com’è che finora non se ne era parlato?

  In realtà non è proprio così.

  Diciamo che questa materia non è arrivata nella spiritualità e nella sapienza della generalità dei fedeli, non è stata inserita nella formazione di primo e secondo livello, e se ne è discusso, da molto tempo, tra le persone che, per varie ragioni, erano più interessate, ad esempio per il loro corso di studi, o per avere responsabilità direttive in organizzazioni ecclesiali, o semplicemente, come noi in Azione Cattolica, perché si sono trovate inserite in collettività che la praticavano.

  Come si legge nel testo che ho sopra trascritto, tratto da un bel libro che dà conto delle tante forme di sinodalità vissute nella nostra Chiesa, la fede religiosa spinge ad incontrarsi e unirsi, e ciò è accaduto fin dalle origini. Il Magistero ci mette in guardia: non è possibile vivere bene la fede solo in una dimensione privata, come ci spingono a fare gli irreligiosi, che però sono sempre meno. Ho vissuto da ragazzo negli anni ’70 e non avrei immaginato che nella stessa Italia nella quale a quell’epoca la religione era così avversata, essenzialmente per ragioni politiche, per il fatto di essere in qualche modo implicata nelle faccende di governo dello stato, attraverso il partito cristiano, secondo l’espressione del politologo Gianni Baget Bozzo, ai tempi nostri avrebbe goduto di tanto credito, al punto che le parole del Papa, i suoi scritti, finanche le  sue lettere, finiscono nelle prime pagine dei più diffusi quotidiani nazionali. Un’occasione che può rivelarsi estremamente propizia per due lavori che rientrano nel mandato che tutti noi abbiamo ricevuto dal Maestro: diffondere il vangelo e praticarlo.  Praticare  significa incidere nella società in cui viviamo, come, in particolare, le persone laiche hanno iniziato a fare sempre più intensamente dalla metà dell’Ottocento: la nostra Azione Cattolica è stata fondata nel 1906, sulla base di precedenti esperienze associative, proprio con quella missione. Ora però si vorrebbe che quest’attività non fosse concentrata solo in una specie di organizzazione specializzata, ma fosse partecipata in modo molto più esteso, tendenzialmente da tutte le persone di fede.

  Una prima avvertenza: sarà necessario apprendere  cose che forse prima non si sapevano e di cui non si avvertiva la mancanza. Questo perché, quando si inizia a lavorare in società, e l’evangelizzazione consiste proprio in questo, è come quando si sale in stazione su un treno che viene da lontano e va lontano. Bisogna informarsi. Dove va? In quali stazione ferma? Abbiamo il biglietto giusto?

  Nel brano che ho sopra trascritto ci sono notizie fondamentali sulle esperienze sinodali dei primi quattro secoli delle nostra comunità. Il Quarto secolo fu fondamentale, perché a quell’epoca si decisero questioni molto importanti per intendere chi  fosse stato, e fosse ancora, per noi il Maestro.

  L’autore garbatamente ci mette in guardia: non furono tutti rose e fiori, come si dice. In realtà, avvicinandosi alla storia ecclesiastica di quei tempi ci si può scandalizzare, per la veemenza con cui venivano difese le proprie concezioni di fede. Bisogna dire che nel Secondo Millennio andò anche molto peggio.

 Un altro dato emerge: a parte quello che viene definito Concilio di Gerusalemme, che si data al 49 della nostra era, quando Paolo di Tarso, insieme ad altri, fu mandato nella comunità di Gerusalemme, nella quale oltre a Pietro l’apostolo era diventato un personaggio eminente Giacomo, detto il fratello del Signore,  si pensa un suo parente stretto, per discutere degli obblighi rituali della legge dell’antico giudaismo da imporre ai cristiani che non erano ebrei, la serie dei sinodi e concili comincia all’inizio del Terzo secolo a Cartagine, in Africa, e a Roma. Le Chiese africane svolsero all’epoca un ruolo molto importante, Basti pensare che Agostino, uno dei più grandi autori dell’antichità cristiana latina, era di quelle parti e a lungo fu vescovo ad Ippona, nella provincia romana d’Africa;  in quella città morì di febbri, a 76 anni, durante il lungo assedio recato dai Vandali, un popolo germanico che era dilagato nell’antico impero romano. E quei sinodi e concili erano fondamentalmente partecipati da vescovi, altro clero, teologi, nel Quarto secolo personaggi della corte imperiale: le altre persone attendevano solo le decisioni che vi venivano prese. Del resto, gran parte di loro non era più in grado nemmeno di capire  le complesse questioni che vi si dibattevano. Nei primi secoli, ma anche dopo, e in fondo anche oggi, si diede moltissima importanza alle definizioni, come quelle che recitiamo la domenica a messa nel Credo, quello che ci viene dai lavori dei concili del Quarto secolo di Nicea e Costantinopoli, per questo detto niceno-costantinopolitano.

  La formazione di un vero e proprio  clero si fa risalire al Secondo secolo [dall’anno 101 al 200], ma già a quell’epoca aveva assunto molta importanza il ruolo del vescovo, come persona di riferimento per le Chiese locali e anche come protagonista delle controversie sulle definizioni teologiche.

  Sull’organizzazione delle Chiese cristiane del Primo secolo, quindi fino all’anno 100  si sa poco. Si ipotizza che le persone comuni vi avessero un ruolo più incisivo.

  Che cosa ne possiamo ricavare? Che la sinodalità come oggi è proposta è un’esperienza che probabilmente, con questa estensione che si vorrebbe realizzare, non è mai  stata vissuta nelle nostre Chiese.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli