sabato 18 settembre 2021

L'esperienza dell'apertura universale

 L’esperienza dell’apertura universale

[da Paolo Naso, Martin Luther King. Una storia americana, Laterza 2021, anche in -ebook]

 

 I passi successivi [nella vita di Malcom X, rivoluzionario afroamericano convertitosi all’Islam in polemica contro i bianchi statunitensi e la loro religione] furono il viaggio in Egitto  e il pellegrinaggio alla Mecca: un’esperienza eccezionalmente che produsse un cambiamento spirituale e politico rilevante, espresso in una specifica autocritica. Riferendosi al clima di fratellanza che sentiva attorno a sé, Malcom sentiva che il suo settarismo ed esclusivismo razziale appariva incompatibile con il messaggio universalistico dell’Islam, al punto da indurlo a rivedere «molte delle mie conclusioni […]. Posso dire, basandomi sulle esperienze che ho avuto, di nutrire la speranza che i bianchi delle giovane generazione, gli studenti dei college e delle università capiranno le cause del problema e molti di loro si metteranno sulla strada spirituale della verità, l’unica rimasta all’America se vuole evitare la catastrofe verso cui il razzismo inevitabilmente la conduce [dall’Autobiografia di Malcom X]. Il cambiamento più rilevante è quello relativo al “soggetto” della trasformazione sociale, che non è più il nero ma una coalizione ampia e articolata, interreligiosa, interrazziale e politicamente trasversale. E’ Malcom stesso a dirlo con parole molto chiare, che segnano una linea di netta demarcazione tra il leader settario della Nation of Islam [il gruppo politico rivoluzionario statunitense di ispirazione islamica da cui Malcom X era uscito nel 1964] e il musulmano ortodosso che riconosce il valore dell’incontro, del dialogo e dell’azione comune tra bianchi e neri.

 

Da quando ho imparato la verità alla Mecca – ammise – tra i miei più cari amici ci sono persone di tutte le specie: cristiani, ebrei, buddhisti, induisti, agnostici e persino atei. Ho amici tra i capitalisti, i socialisti e i comunisti, alcuni sono moderati, altri conservatori o estremisti e altri ancora hanno la mentalità dello zio Tom: oggi i miei amici sono di pelle nera, bruna, rossa, gialla ed anche bianca [dall’Autobiografia di Malcom X]

 

  Negli anni ’60, durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) i cattolici italiani vissero un’esperienza spirituale universale analoga a quella di Malcom X alla Mecca. Un nuovo mondo  si spalancò loro davanti. Già dalla fine delle elementari potei parteciparvi anch’io: “La Chiesa – ci spiegò il prete della nostra parrocchia che veniva a farci religione – non è l’edificio in cui andiamo a sentire Messa, che è la chiesa  parrocchiale, ma siamo tutti noi che crediamo”. Ero stato portato in chiesa a sentire la Messa come si diceva  una volta, in latino.  Da un certo punto cominciai a sentirla  in italiano e a comprendere. Alle medie e al liceo tutto questo si intensificò, nel clima di effervescente primavera che la nostra Chiesa stava all’epoca vivendo. Ci si era aperta l’immagine della Chiesa universale fatta di tutti i popoli della Terra, fattore di pace e di solidarietà. Si veniva dalla Chiesa totalitaria nella quale era molto sensibile l’imperialismo ideologico e politico degli europei, una Chiesa che oggi diremmo identitaria. L’apertura agli altri cambia profondamente, specialmente se è tendenzialmente universalizzante.

  Negli anni ’80 quel moto fu bruscamente avversato, fondamentalmente perché si temeva di perderne il controllo  e anche di non riuscire a recuperare validi fattori identitari, una volta lasciati quelli che la tremenda storia delle nostre Chiese ci aveva tramandato, quelli che erano stati all’origine degli efferati conflitti religiosi che avevano travagliato la storia religiosa dei cristiani, e in particolare quella dei cristiani europei. La decisione, quanto ai cattolici, è ascrivibile alla gerarchia, che ora, con il senno del poi naturalmente, capiamo aver imboccato una via esiziale, per cui la nostra Chiesa ci appare oggi poco vitale e anche incapace di rivitalizzarsi. Rimane il suo smisurato apparato burocratico dedito all’amministrazione di un ingente patrimonio, composto da immobili e risorse finanziarie, tra le quali un flusso automatico di circa un miliardo di euro che viene ogni anno dallo stato italiano in base ad un accordo concluso nel 1984, proprio nel tempo in cui iniziò quello che Fulvio De Giorgi ha definito come un lungo inverno ecclesiale.  

  L’interruzione della continuità generazionale tra i fedeli, che anche noi abbiamo sperimentato in Azione Cattolica, è ora un ostacolo gravissimo alla ripresa.

  Una Chiesa come la nostra è un organismo complesso: questo ne potenzia le capacità di resistenza in certe difficoltà. Ma essa ci si manifesta ora incapace di vero rinnovamento e questo perché è sostanzialmente diventata un tronco inaridito, la cui solidità è solo apparente e precaria. Il processo sinodale che si vorrebbe iniziare il mese prossimo dovrebbe servire a compiere un miracolo analogo a quello che si produsse ai tempi dell’ultimo Concilio ecumenico, ma le premesse non sono buone. E’ impressionante, soprattutto, che nelle Diocesi, almeno a quanto se ne sa, non si faccia alcun tentativo di coinvolgervi la gente, preparandosi più che altro a sbrigare la preparazione della  dieci pagine dieci  che l’organizzazione centrale del Sinodo ha richiesto. E probabilmente sono già state scritte, con le solite ovvietà tranquillizzanti (per la burocrazia ecclesiastica). Così è, in fondo, per la nostra parrocchia. Come gruppo di Azione cattolica, un’associazione che ha fatto dell’attuazione dei principi dell’ultimo Concilio uno dei suoi obiettivi principali, potremmo pensare di farci parte propulsiva e propositivi di un percorso sinodale, non solo scrivendo  le consuete banalità in ecclesialese, ma cercando di realizzare nuove strutture partecipative in parrocchia e, innanzi tutto,  di spingere per una rivitalizzazione del Consiglio pastorale parrocchiale, cominciando con l’integrarlo con una componente elettiva, come già oggi, e per la verità da molto tempo, è consentito.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli