venerdì 3 settembre 2021

La lettera del Rabbino capo della Comunità ebraica di Roma al direttore di La Repubblica in merito agli argomenti esposti dal Papa in una catechesi del 25 agosto 2021, commentando un brano della Lettera a Galati, sull'osservanza dei precetti della Legge ebraica e ai commenti che ne sono seguiti

 

La lettera del Rabbino capo della Comunità ebraica di Roma al direttore di La Repubblica in merito agli argomenti esposti dal Papa in una catechesi del 25 agosto 2021, commentando un brano della Lettera a Galati, sull'osservanza dei precetti della Legge ebraica e ai commenti che ne sono seguiti

 

Caro Direttore,

  mentre le nostre preoccupazioni sono concentrate sul Covid e i fatti afghani, sembrerebbe strano distrarci su una piccola recente polemica interreligiosa. Ma l'argomento è di qualche interesse e sono utili delle spiegazioni. La cosa nasce da un recente commento papale alla lettera ai Galati di Paolo, in cui si parlava del ruolo della legge, la Torah, rispetto alla fede [di seguito trascritto]; ne è seguita una protesta. A difesa di Paolo e di chi l'ha citato è stato tirato in ballo anche il Baal Shem Tov (m. nel 1760), il mitico fondatore del Chasidismo in Europa Orientale, con una sua frase sul senso delle azioni; da lui si può cominciare con un'altra sua frase. Ai tempi del Baal Shem Tov non c'erano trasporti pubblici e bisognava affidarsi a cocchieri sconosciuti. Il Maestro, che viaggiava molto, aveva una regola per decidere chi fosse affidabile. Se il cocchiere, passando davanti a una Chiesa, si faceva il segno della croce, ci si poteva fidare da lui. Per il Baal Shem Tov un semplice atto di fede, anche se non ebraica, era una patente di credibilità. Tanto conta, per i grandi Maestri dell'ebraismo, la fede. La religione ebraica è fatta di regole da osservare, insieme a un sistema di credenze. Dalle lontane origini fino a oggi, si discute nell'ebraismo sul valore che possa avere l'osservanza dei precetti senza un'adeguata partecipazione spirituale, senza credere. I Maestri che prima e dopo il Baal Shem Tov hanno sottolineato l'assoluta importanza della fede sono tanti. Ma nessuno di questi si è mai sognato di dire che se non c'è fede non bisogna osservare, e che l'osservanza serva solo a preparare a una nuova fede. Il problema se lo pose il cristianesimo nascente, soprattutto quando dovette trovare una formula per differenziarsi dalla matrice ebraica. La soluzione proposta da Paolo fu, molto semplicemente, che non solo dovesse prevalere la fede, ma che l'osservanza fosse ormai superata; bisognava credere e non si era sottoposti alle leggi della Torah. In questa sua scelta Paolo richiamava dei temi discussi nell'ebraismo dei suoi tempi, era convinto che tempi nuovi richiedessero riforme radicali, ma dicendo che la Torah era abrogata si metteva fuori dall'ebraismo e creava una religione differente.

  Ma oggi che ci importa di queste discussioni di duemila anni fa? È perché possono essere l'oggetto di predicazione al vasto pubblico, aprendo scenari problematici. Perché riproporre in termini semplificati le contrapposizioni antiche comporta il rischio di confermare stereotipi ostili, nel caso particolare quello dell'ebraismo come religione abrogata e formalistica, tutta doveri, senza spirito, o semplice preparazione, "pedagogia" alla nuova fede. Trattare questi temi richiede attenzione e valutazione delle ricadute. Stupiscono anche certe difese di ufficio, in cui si arriva a dei paradossi. A chi ha protestato per il modo in cui sono state spiegate le parole di Paolo, è stato risposto che Paolo voleva solo dire che per lui la Torah senza fede non ha valore, e in questo affermava un principio ebraico. Certamente Paolo ha solidi riferimenti alla tradizione ebraica, ma il suo pensiero è anche rivoluzionario. Non si può dire che il suo pensiero è ebraismo proprio quando propone la sua rilettura radicale della Torah, che gli serve da introduzione a una nuova fede; né affermare oggi che chi difendeva la Torah era un "missionario fondamentalista", termine che in questi giorni andrebbe ben diretto altrove. Il Baal Shem Tov metteva la fede in primo piano, anche la fede dei non ebrei, ma la Torah non la relativizzava. Sarebbe utile usare la lezione del Baal Shem Tov non per fargli dire cose che non ha mai sognato di dire, ma per insegnare il rispetto reciproco, che in questo caso non c'è stato.

 

Riccardo Di Segni

Rabbino Capo, Comunità ebraica di Roma

[pubblicata su La Repubblica  del 2-9-21]

 

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PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 25 agosto 2021

 

Catechesi sulla Lettera ai Galati -

6. I pericoli della Legge

 

Fratelli e sorelle, buongiorno!

  La Lettera ai Galati riporta un fatto piuttosto sorprendente. Come abbiamo ascoltato, Paolo dice di avere rimproverato Cefa, cioè Pietro, davanti alla comunità di Antiochia, perché il suo comportamento non era buono. Cos’era successo di così grave da obbligare Paolo a rivolgersi in termini duri addirittura a Pietro? Forse Paolo ha esagerato, ha lasciato troppo spazio al suo carattere senza sapersi trattenere? Vedremo che non è così, ma che ancora una volta è in gioco il rapporto tra la Legge e la libertà. E dobbiamo tornare su questo tante volte.

  Scrivendo ai Galati, Paolo menziona volutamente questo episodio che era accaduto ad Antiochia anni prima. Intende ricordare ai cristiani di quelle comunità che non devono assolutamente dare ascolto a quanti predicano la necessità di farsi circoncidere e quindi cadere “sotto la Legge” con tutte le sue prescrizioni. Ricordiamo che sono questi predicatori fondamentalisti che sono arrivati lì e hanno creato confusione, e hanno anche tolto la pace a quella comunità. Oggetto della critica nei confronti di Pietro era il suo comportamento nella partecipazione alla mensa. A un giudeo, la Legge proibiva di prendere i pasti con i non ebrei. Ma lo stesso Pietro, in un’altra circostanza, era andato a Cesarea nella casa del centurione Cornelio, pur sapendo di trasgredire la Legge. Allora affermò: «Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo» (At 10,28). Una volta rientrato a Gerusalemme, i cristiani circoncisi fedeli alla Legge mosaica rimproverarono Pietro per questo suo comportamento, ma lui si giustificò dicendo: «Mi ricordai di quella parola del Signore che diceva: “Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo”. Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?”» (At 11,16-17). Ricordiamo che lo Spirito Santo è venuto in quel momento nella casa di Cornelio quando Pietro è andato lì.

  Un fatto simile era accaduto anche ad Antiochia in presenza di Paolo. Prima Pietro stava a mensa senza alcuna difficoltà con i cristiani venuti dal paganesimo; quando però giunsero in città alcuni cristiani circoncisi da Gerusalemme – coloro che venivano dal giudaesimo –allora non lo fece più, per non incorrere nelle loro critiche. È questo lo sbaglio: era più attento alle critiche, a fare buona figura. E questo è grave agli occhi di Paolo, anche perché Pietro veniva imitato da altri discepoli, primo fra tutti Barnaba, che con Paolo aveva evangelizzato proprio i Galati (cfr Gal 2,13). Senza volerlo, Pietro, con quel modo di fare – un po’ così, un po’ colà… non chiaro, non trasparente – creava di fatto un’ingiusta divisione nella comunità: “Io sono puro… io vado per questa linea, io devo andare così, questo non si può…”

  Paolo, nel suo rimprovero – e qui è il nocciolo del problema – utilizza un termine che permette di entrare nel merito della sua reazione: ipocrisia (cfr Gal 2,13). Questa è una parola che tornerà tante volte: ipocrisia. Credo che tutti noi capiamo cosa significa. L’osservanza della Legge da parte dei cristiani portava a questo comportamento ipocrita, che l’apostolo intende combattere con forza e convinzione. Paolo era retto, aveva dei suoi difetti – tanti, il suo carattere era terribile – ma era retto. Cos’è l’ipocrisia? Quando noi diciamo: state attento che quello è un ipocrita: cosa vogliamo dire? Cosa è l’ipocrisia? Si può dire che è paura per la verità. L’ipocrita ha paura per la verità. Si preferisce fingere piuttosto che essere sé stessi. È come truccarsi l’anima, come truccarsi negli atteggiamenti, come truccarsi nel modo di procedere: non è la verità. “Ho paura di procedere come io sono e mi trucco con questi atteggiamenti”. E la finzione impedisce il coraggio di dire apertamente la verità e così ci si sottrae facilmente all’obbligo di dirla sempre, dovunque e nonostante tutto. La finzione ti porta a questo: alle mezze verità. E le mezze verità sono una finzione: perché la verità è verità o non è verità. Ma le mezze verità sono questo modo di agire non vero. Si preferisce, come ho detto, fingere piuttosto che essere sé stesso, e la finzione impedisce quel coraggio, di dire apertamente la verità. E così ci si sottrae all’obbligo - e questo è un comandamento - di dire sempre la verità, dirla dovunque e dirla nonostante tutto. E in un ambiente dove le relazioni interpersonali sono vissute all’insegna del formalismo, si diffonde facilmente il virus dell’ipocrisia. Quel sorriso che non viene dal cuore, quel cercare di stare bene con tutti, ma con nessuno…

  Nella Bibbia si trovano diversi esempi in cui si combatte l’ipocrisia. Una bella testimonianza per combattere l’ipocrisia è quella del vecchio Eleazaro, al quale veniva chiesto di fingere di mangiare la carne sacrificata alle divinità pagane pur di salvare la sua vita: far finta che la mangiava, ma non la mangiava. O far finta che mangiava la carne suina ma gli amici gliene avevano preparata un’altra. Ma quell’uomo timorato di Dio rispose: «Non è affatto degno della nostra età fingere, con il pericolo che molti giovani, pensando che a novant’anni Eleazaro sia passato alle usanze straniere, a loro volta, per colpa della mia finzione per appena un po’ più di vita, si perdano per causa mia e io procuri così disonore e macchia alla mia vecchiaia» (2 Mac 6,24-25). Onesto: non entra sulla strada dell’ipocrisia. Che bella pagina su cui riflettere per allontanarsi dall’ipocrisia! Anche i Vangeli riportano diverse situazioni in cui Gesù rimprovera fortemente coloro che appaiono giusti all’esterno, ma dentro sono pieni di falsità e d’iniquità (cfr Mt 23,13-29). Se avete un po’ di tempo oggi prendete il capitolo 23 del Vangelo di San Matteo e vedete quante volte Gesù dice: “ipocriti, ipocriti, ipocriti”, e svela cosa sia l’ipocrisia.

  L’ipocrita è una persona che finge, lusinga e trae in inganno perché vive con una maschera sul volto, e non ha il coraggio di confrontarsi con la verità. Per questo, non è capace di amare veramente – un ipocrita non sa amare – si limita a vivere di egoismo e non ha la forza di mostrare con trasparenza il suo cuore. Ci sono molte situazioni in cui si può verificare l’ipocrisia. Spesso si nasconde nel luogo di lavoro, dove si cerca di apparire amici con i colleghi mentre la competizione porta a colpirli alle spalle. Nella politica non è inusuale trovare ipocriti che vivono uno sdoppiamento tra il pubblico e il privato. È particolarmente detestabile l’ipocrisia nella Chiesa, e purtroppo esiste l’ipocrisia nella Chiesa, e ci sono tanti cristiani e tanti ministri ipocriti. Non dovremmo mai dimenticare le parole del Signore: “Sia il vostro parlare sì sì, no no, il di più viene dal maligno” (Mt 5,37). Fratelli e sorelle, pensiamo oggi a ciò che Paolo condanna e che Gesù condanna: l’ipocrisia. E non abbiamo paura di essere veritieri, di dire la verità, di sentire la verità, di conformarci alla verità. Così potremo amare. Un ipocrita non sa amare. Agire altrimenti dalla verità significa mettere a repentaglio l’unità nella Chiesa, quella per la quale il Signore stesso ha pregato.