Riforma e gerarchia
La Chiesa cattolica come ancora la viviamo è stata
organizzata a partire dall’Undicesimo secolo. A quel tempo venne pensato e
deliberato il mito del potere istituzionale del Papato come quello di un Vicario di Cristo e quindi di un luogotenente plenipotenziario
dell’Altissimo. Pertanto il Papato come
impero religioso che rivendicava supremazia su quelli civili, al modo in cui il
Cielo la ha sulla Terra. Questo potere fu basato su due pilastri ideologici: la
teologia razionale praticata a livello universitario dal Tredicesimo secolo e
il diritto canonico che da quella teologia iniziò ad essere conformato,
abbandonando in parte l’antico riferimento al diritto romano. Su quel diritto
canonico venne modellata l’ideologia della gerarchia,
come strumento per risolvere definitivamente il problema delle innovazioni
nella fede originate dalla vita del popolo e dal pensiero libero, quelle che,
riferendosi ai modelli dei vinti e sottomessi, vengono chiamate eresie. Temendole si deliberò di dare
ogni potere ecclesiale al clero, rigidamente costretto nell'ordinamento gerarchico sacrale con al vertice un Vicario dell'Altissimo, riservando al resto del popolo lo statuto di gregge, senza facoltà di pensare e di
esprimersi e, quindi, naturalmente, di innovare. Su queste basi fu anche organizzato un efferato, crudele, sistema
di polizia ideologica denominato Inquisizione al quale sembrano essersi ispirati
tutti i regimi comunisti di orientamento marxista-leninista: essi però durarono
molto, molto meno. Il sistema dell’Inquisizione, organizzato dal Tredicesimo
secolo è infatti ancora vigente nella nostra Chiesa, anche se ora i regimi
democratici gli vietano di uccidere, torturare e imprigionare. Ha avuto costi
umani tremendi, che sono minimizzati dai
cosiddetti tradizionalisti. E’ un
sistema votato a bloccare qualsiasi riforma e ancora oggi funziona. Tuttavia
non è riuscito del tutto a impedire i cambiamenti, perché, come ha ricordato
papa Francesco, la Chiesa è sempre
bisognosa di riforma, ma li ha solo resi estremamente più difficili e
soprattutto dolorosi. Ne fece le spese, ad esempio, una grande anima come il
teologo Hans Kung, che poté continuare ad avere voce solo insegnando teologia in
una università non controllata dalla gerarchia, un tipo di insegnamento che in
Italia è stato purtroppo abolito dopo l’unità nazionale, che dovette farsi
contro il Papato. Ma gli oppressi a quel modo sono stati moltissimi, ad esempio
il nostro Lorenzo Milani. Una fase piuttosto aspra di repressione si visse
durante i regni di Giovanni Paolo 2° e del suo successore, che era stato a lungo un teologo inquisitore.
Nessuna vera riforma sarà possibile nella nostra
Chiesa senza un’attenuazione del principio gerarchico. Mi pare che il programma
di riforme ecclesiale del Papa la preveda, esortando ad un processo sinodale diffuso. Il problema è che il popolo,
assuefatto a pensarsi come gregge e stare a ricasco del clero, non sembra
manifestare le capacità richieste. Ecco quindi l’esigenza di un percorso di
formazione di base che non sia solo studio,
ma anche incontro per uscire dalle gabbie soffocanti del rito, in cui ogni
assemblea popolare è ora rinchiusa. Che cosa fa soffrire nella nostra Chiesa?
Questa è la base della riforma che serve. Si vuole continuare a vivere insieme,
questo è il presupposto di un processo sinodale,
ma nello stesso tempo cambiare ciò che ci fa soffrire, che non deve più essere
considerato l’essenziale della fede, quindi una sua conseguenza
inevitabile, perché come ha proclamato papa Francesco nel documento che può
essere considerato il manifesto del suo regno, la fede è gioia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli