lunedì 19 aprile 2021

Incontrarsi

 

Incontrarsi

 

 L’incontrarsi è alla base di ciò che intendiamo per comunità. Essa si manifesta veramente solo  nei piccoli gruppi. Aumentando le dimensioni di questi ultimi ci serviamo del mito per comprenderli e organizzarli: non ci possiamo fare nulla, dipende da nostri limiti cognitivi di specie.

  Nella nostra religione quei miti hanno raggiunto una notevolissima complessità e nessuno li può veramente utilizzare senza problemi. E’ vano ormai dar loro coerenza. Vivono di contraddizioni insanabili. Dovrebbero servire ad unire, ma raffinate teologie li hanno rimodellati per dividere, raggiungendo soglie di efferatezza incredibili. A partire da essi non è più possibile alcuna riforma e nessun processo sinodale. La riforma è attuabile solo a partire dall’incontrarsi lasciandoli un po’ sullo sfondo. Il piccolo gruppo di incontro è la fucina di ogni vera riforma. La teologia interverrà dopo.

  Nel documento approvato domenica scorsa nella 14° Assemblea Nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale  si legge:

 

«La motivazione di una riforma della Chiesa va ricercata nella constatazione che, purtroppo, in qualche modo si è offuscata la vocazione profetica in cui deve esprimersi la fedeltà all’insegnamento della Parola di Dio.

 Tre almeno le emergenze che s’impongono alla nostra attenzione: la sinodalità nella chiesa, il ruolo dei laici, la questione femminile come “questione ecclesiale”.

  La riforma della Chiesa deve toccare tre piani: l'autocoscienza collettiva, la forma delle relazioni, le strutture. La riforma della Chiesa in senso sinodale non può essere relegata ad un aggiustamento strategico, ma deve permeare la vita della Chiesa dal basso. Per arrivare a questa trasformazione occorre investire in formazione dei laici e dei presbiteri: non si tratta di addestrare, ma di formare coscienze.

La Gaudium et Spes, al n.43, nel richiamare che “spetta alla coscienza (dei laici), già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena”, sottolinea che la loro responsabilità riguarda “non solo l'animazione del mondo con lo spirito cristiano, ma anche [l’]essere testimoni di Cristo in mezzo a tutti”, insistendo perciò sul loro ruolo per l'evangelizzazione.

Nel documento della Commissione Teologica Internazionale, pubblicato il 2 marzo del 2018, dal titolo La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa si legge che «un pertinente esercizio della sinodalità deve contribuire a meglio articolare il ministero dell'esercizio personale e collegiale della autorità apostolica con l'esercizio sinodale del discernimento da parte della comunità» (n. 69)

 Per una attuazione della sinodalità, decisivo appare il tema della "co-essenzialità tra doni gerarchici e doni carismatici" ossia l’esercizio dell’autorità da parte di vescovi e presbiteri deve trovare una sintesi armonica con l’esercizio del discernimento da parte dell’intera comunità, in uno stile sinodale. Una loro contrapposizione come anche una loro giustapposizione, sarebbe sintomo di una erronea e insufficiente comprensione dell'azione dello Spirito Santo nella vita e nella missione della Chiesa.»

 

  Nelle culture ecclesiali sembra che non si abbia consapevolezza di altro che non sia  gerarchia  o  carisma. E, sinceramente, non mi  è particolarmente evidente il carattere di dono  dell’ordinamento gerarchico, che, nella mia vita tra i cristiani, mi si è presentato in genere come un problema. Così come, per temperamento, piuttosto freddo, non sono granché sensibile al carisma. I momenti più belli e ricchi della mia vita di fede sono stati invece quelli in cui ho partecipato a veri  incontri. Essi richiedono di volersi avvicinare da amici abbandonando pregiudizi e precomprensioni, pretese di dominio e vane dialettiche  mitologiche. Se su un incontro si fa calare uno schema formale, che ne ingabbia i  partecipanti, si ottiene una liturgia, che ha i suoi ambiti di applicazione, ma che non serve quando si cerca di vivere un’esperienza di riforma. Dove si possono realmente incontrare le altre persone, nascono legami, innanzi tutto dal puro e semplice vivere insieme. Ma su questo bisogna poi costruire e, in particolare, ragionare.

  Un processo sinodale di prossimità potrebbe valersi di vere occasioni di incontro. Oggi  in genere sono poche e riempite di riti. Non di rado peccano di intolleranza. E i contenuti sono poveri. Qualcosa di diverso si vive in Azione Cattolica e in associazione con essa federate come FUCI  e MEIC.  Senza questo metodo la vita in società si separa da quella religiosa  e diventano impossibili la riforma civile e quella religiosa.

  Ma senza i paraocchi del mito e del rito e il dominio gerarchico che cosa uscirebbe dalla religiosità della gente? In religione c’è sicuramente una  buona dose di eccentricità, in particolare nella cosiddetta religiosità popolare, quella centrata sui prodigi e i santuari. Essa, presentata come frutto della cultura popolare, in realtà è stata spesso storicamente strumentalizzata per dominare la povera gente. Non sempre, poi,  un incontro va a finire bene: è un rischio che però va accettato. Si cerca di evitarlo, ritualizzando: allora, quando ci si incontra, ognuno recita ciò che ha sul foglietto  che gli viene messo in mano e un vero incontro non c’è.

  In questi mesi di incontri in Google Meet, noi di AC San Clemente abbiamo sperimentato una forma di incontro nuova, che potrebbe essere utilmente mantenuta, in un processo sinodale diocesano. Non si è trattato di un sostituto precario delle riunioni in presenza: è stata un’esperienza veramente nuova, molto ricca e più partecipata.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli