martedì 6 aprile 2021

Il metodo del dialogo

 

Il metodo del dialogo

 

  L’enciclica Fratelli tutti  è dedicata alla politica. Quando lo scrivo alcuni si adombrano, ma è proprio così, in senso letterale. Chi ha letto il documento ne è consapevole. Ma molti non lo hanno fatto e si limitano a generiche espressioni di ossequio e di compiacimento del tipo “E’ una bella enciclica” o anche “E’ una bellissima enciclica”. Ma di che tratta non l’hanno capito. Per capirlo bisogna leggere. L’enciclica è stata scritta per essere letta. Da chi? Da tutti. Tutti fratelli!

 

«8. Desidero tanto che, in questo tempo che ci è dato di vivere, riconoscendo la dignità di ogni persona umana, possiamo far rinascere tra tutti un’aspirazione mondiale alla fraternità. 

[…]

Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!»

 

    Al suo centro ci sono i capitoli quarto e quinto, dedicati rispettivamente a “Un cuore aperto al mondo intero”  e, appunto, alla “migliore politica”.  Il primo è centrato sull’interdipendenza dei sistemi politici  e sull’esigenza di affrontare i problemi sociali come famiglia umana e il secondo  sul concetto di popolo, che storicamente è stato un ostacolo a quel modo di concepire la politica.

  Il capitolo sesto, “Dialogo e amicizia sociale”, tratta del metodo per realizzare una migliore politica, per ragionare come famiglia umana, e lo individua in quello del dialogo. “Dialogo” significa “parlare per comprendersi”.

  Ordinare, minacciare, proclamare, sono altre forme di parlare caratterizzate dal cercare di sottomettere quella che, a quel punto, non è più una persona con la quale si interloquisce, si dialoga appunto, ma che semplicemente si vuole che ascolti e ubbidisca. Spesso sono queste le forme del parlare in religione perché si pensa di dover partire da una qualche verità, vale a dire da un valore sul quale non si accetta che si discuta, quindi sul quale non solo non si accetta di discutere, ma proprio non si accetta che nessun discuta, e il solo fatto che se ne discuta è visto come oltraggio e peccato. Una abitudine che risale alle origini e che quindi ci è connaturata. Perché, però, dovremmo correggerci? Lo si capisce facendo memoria veritiera della nostra storia e capendo quando male è scaturito da quel modo di fare e, come insegna il vangelo, l’albero si riconosce dai frutti e, dunque, se il frutto è malvagio, assassini, stragi, oppressione e altre sofferenze sociali, anche l’albero lo è, ma l’albero non è il vangelo, nel quale tutto quel male non c’è, ma il modo come l’abbiamo inteso praticare (male). Alcuni pensano invece che ragionare così sia il male, perché mette in questione fede e religione: dopo che san Karol Wojtyla ci ha guidato sulla via della purificazione della memoria non è più possibile ragionare così, per tentare di silenziare chi ricorda. Nell’enciclica, il capitolo settimo “Percorsi di un nuovo incontro”, inizia con una sezione dal titolo “Ricominciare dalla verità” e la verità da cui si è invitati a ricominciare  non è quella dogmatica, ma quella storica, chiamata anche memoria penitenziale, quella che facendo luce su ciò che realmente è accaduto è riuscita talvolta a impedire la vendetta sociale (è accaduto in Sud Africa).

 «Solo dalla  verità storica  dei fatti  potranno nascere lo sforzo perseverante per liberare il futuro dalle proprie insoddisfazioni, confusioni e proiezioni. Solo dalla verità storica dei fatti  potranno nascere lo sforzo perseverante e duraturo di comprendersi a vicenda  e di tentare una  nuova sintesi per il bene di tutti.»

 

 Verità è raccontare la storia come realmente è andata, perché «il popolo ha diritto di sapere che cosa è successo».

  L’enciclica va in quella direzione, ma certamente è ancora insufficiente. E’ comunque un inizio significativo. Il male che c’è nella storia è troppo grande per un uomo solo, quale il Papa indubbiamente è. Quello che si intravvede tra le nebbie ideologiche tra le quali è ancora arduo farsi strada è, ad esempio, che l’evangelizzazione delle Americhe fu attuata con un genocidio. Come confrontarsi con questo rimanendo cristiani? Eppure, poiché pretendiamo di rimanerlo, e di rimanerlo facendo memoria penitenziale, ad un certo punto dovremo arrivarci.

 Però, lo ripeto stesso, il passato non può essere cambiato. Il solo modo per impedire che nel presente ci travolga è metterci all’opera per un futuro diverso. E’ il percorso indicato dall’enciclica, la sua via politica, che significa quindi per il cambiamento della società, e anche per la politica, quindi anche la sua proposta di metodo, il dialogo appunto.

  Noi di Ac San Clemente certamente non siamo di quelli che hanno occhieggiato distrattamente l’enciclica. Vi  stiamo dedicando un intero anno associativo e vedremo come mettere anche in pratica, a cominciare dalla realtà parrocchiale, quello che ne abbiamo tratto.

 Al centro del capitolo sulla migliore politica  leggiamo:

 

«176. Per molti la politica oggi è una brutta parola, e non si può ignorare che dietro questo fatto ci sono spesso gli errori, la corruzione, l’inefficienza di alcuni politici. A ciò si aggiungono le strategie che mirano a indebolirla, a sostituirla con l’economia o a dominarla con qualche ideologia. E tuttavia, può funzionare il mondo senza politica? Può trovare una via efficace verso la fraternità universale e la pace sociale senza una buona politica?»

 

 Proporre un insegnamento sotto forma di domanda è espressione tipica del metodo dialogico, come si insegnava alla scuola del filosofo greco Socrate, vissuto ad Atene nel Quinto secolo dell’era antica. Furono gli antichi greci a teorizzare il dialogo come forma di apprendimento relazionale, ma non come pratica di popolo, bensì solo per illuminati. La politica degli antichi greci fu ben poco dialogica ed infatti essi si sfiancarono il continue e tremende guerre che finirono per metterli nelle mani dei barbari  macedoni. Fu l’impero assoluto di questi ultimi a fare unità e pace, diffondendo nel contempo la sofisticata filosofia greca nel mondo mediterraneo: a partire da lì essa divenne poi universale, innervando profondamente anche la teologia cristiana. Questa lezione prettamente politica  fu introiettata dall’ideologia del Papato romano, attraverso quella bizantina. L’idea di un impero cristiano universale  fu a lungo la via della pace idealizzata dal Papato romano, ad esempio anche quando richiede un’autorità mondiale che metta ordine tra gli stati. L’enciclica propone una via alternativa. Del resto quella dell’impero universale  è una ambizione religiosa che è stata demolita dalla storia, dopo essere stata a lungo coltivata. La via dell’impero, infatti, richiede, facendosi sempre più esteso il dominio, sempre maggiore coercizione, e quindi violenza, politica, e la pace ne esce pregiudicata alla fine pregiudicata, e con essa anche la religione dei cristiani.

 I numeri da 219 a 224, all’interno del capitolo sul metodo per una migliore politica, contengono indicazioni pratiche che mi paiono molto importanti perché non riguardano solo la politica civile, ma  anche, ad esempio, la vita comunitaria che si fa in una parrocchia come  quella di San Clemente. Esse sono riassunte nella proposta della  gentilezza  come atteggiamento nell’incontro per dialogare con gli altri, una sorta di prerequisito del dialogo. Non si tratta solo di cortesia e buona educazione, quindi di quelle che vengono anche definite virtù borghesi, ma di uno stile di vita che esprime stima e rispetto per gli interlocutori, e di un modo dialogico di dibattere e confrontare le idee. In parrocchia, tra gruppi, poche volte ne siamo stati capaci.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli