mercoledì 7 aprile 2021

L’incontro sociale

                                                             L’incontro sociale

 

 Nei brani dell’enciclica Fratelli tutti distinti dai numeri da 219 a 224 si tratta dell’incontro sociale.

 Si consiglia la chrestòtes, richiamando il  versetto 22 del capito 5°  della lettera di Paolo ai Galati:

 

lI frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezzadominio di sé [CEI 2008]

 

chrestòtes è una parola del greco antico [scritta in quell’alfabeto χρηστότης, che si pronuncia crestòtes] che nel lessico di Paolo viene usata per intendere: moralmente buono,  bontà, generosità, benevolenza, mitezza, clemenza, magnanimità. Definisce, insomma, un atteggiamento nelle relazioni con gli altri.

 Il passo in cui è  inserito il versetto citato nell’enciclica esorta alla libertà altruistica, considerando l’egoismo, “vivere secondo la carne” una forma di schiavitù alle proprie passioni, un istinto.

 [Gal 13,26 - versione TILC] Fratelli, Dio vi ha chiamati alla libertà! Ma non servitevi della libertà per i vostri comodi. Anzi, lasciatevi guidare dall’amore di Dio e fatevi servi gli uni degli altri.  Perché chi ubbidisce a quest’unico comandamento: Ama il prossimo tuo come te stesso, mette in pratica tutta la Legge.  Se invece vi comportate come bestie feroci, mordendovi e divorandovi tra voi, fate attenzione: finirete per distruggervi gli uni gli altri. Ascoltatemi: lasciatevi guidare dallo *Spirito e così non seguirete i vostri desideri egoisti.  L’istinto egoista ha desideri contrari a quelli dello Spirito, e lo Spirito ha desideri contrari a quelli dell’egoismo. Queste due forze sono in contrasto tra loro, e così voi non potete fare quel che volete. Se lo Spirito di Dio vi guida, non siete più schiavi della Legge. Tutti possiamo vedere quali sono i risultati di una vita egoista: immoralità, corruzione e vizio, idolatria, magia, odio, litigi, gelosie, ire, intrighi, divisioni, invidie, ubriachezze, orge e altre cose di questo genere. Io ve l’ho già detto prima e ve lo dico di nuovo: quelli che si comportano in questo modo non avranno posto nel regno di Dio. Lo Spirito invece produce: amore, gioia, pace, comprensione, cordialità[tradotto da CEI 1974 e 2008 come benevolenza], bontà, fedeltà, mansuetudine, dominio di sé. La Legge, certo, non condanna quelli che si comportano così. E quelli che appartengono a Gesù Cristo hanno fatto morire con lui, inchiodato alla croce, il loro egoismo con le passioni e i desideri che esso produce. Perciò, se è lo Spirito che ci dà la vita, lasciamoci guidare dallo Spirito.  Non dobbiamo quindi più essere gonfi di orgoglio e provocarci a vicenda invidiandoci gli uni gli altri.

 

 

 

  Paolo, in quella lettera, era in forte polemica con i Galati (abitanti di origine celtica che abitavano l’Anatolia centrale) per questioni religiose: «O stolti Gàlati, chi vi ha incantati?» li apostrofa all’inizio del capitolo 3. La questione era se continuare a osservare le prescrizioni rituali dell’antico giudaismo. In questo contesto, Paolo esortò i Galati alla libertà.

  Nella lettera capiamo che a quell’epoca le cose nelle prime comunità cristiane andavano molto diversamente da come le si idealizza: ci si comportava come bestie feroci, mordendosi e divorandosi, scrive Paolo, tanto da fare temere la distruzione reciproca.

  Paolo cercando di correggere quei costumi dà indicazioni di carattere generale sulla vita in società. Lasciarsi travolgere dalla passioni, dalla carne, porta a immoralità, corruzione e vizio, idolatria, magia, odio, litigi, gelosie, ire, intrighi, divisioni, invidie, ubriachezze, orge e altre cose di questo genere. Segue poi l’elenco dei frutti dello Spirito: amore, gioia, pace, comprensione, cordialità [CEI 1974 e CEI 2008 traducono con benevolenza], bontà, fedeltà, mansuetudine, dominio di sé.

 Nell’enciclica, quelle esortazioni sono riferite all’incontro sociale. Come lo definiamo?

  Innanzi tutto, nel contesto dell’enciclica, non si tratta di attività di evangelizzazione, o, comunque religiose. Ci sono gruppi con diverse impostazioni culturali che vengono a contatto. Di solito queste cose finirono male e ancora è così. Lo vediamo, su piccola scala, anche nella nostra parrocchia.

  Bisogna distinguere tra grandi e piccoli gruppi. Le dinamiche sociali sono molto diverse quando è possibile un incontro personale effettivo che è quando ci si riesce a chiamare per nome. Un libro degli anni ’30 che fu riscoperto negli anni 60, del teologo statunitense Reinhold Niebuhr, Uomo morale e società immorale, ne trattò in modo molto convincente.  Il comportamento morale, che  è quello capace di compassione per gli altri, viene spontaneo negli individui ma è più difficile, se non impossibile a livello di società e di altri grandi gruppi sociali. Paradossalmente la carne, nel senso inteso da Paolo, quindi l’egoismo (cosa diversa dall’individualismo con il quale invece viene spesso confuso) si riesce più facilmente a dominare nelle singole persone, nella cui interiorità sorge, che nei gruppi. In questo contesto, scrisse Niebuhr, l’ingiustizia sociale, la principale fonte delle contrapposizioni tra gruppi, non può essere eliminata solo con la persuasione morale e razionale e il conflitto diviene inevitabile. Naturalmente nei sistemi democratici avanzati il conflitto viene ritualizzato in modo che non degeneri in violenza distruttiva, ma questa è stata una conquista culturale molto recente, almeno nell’estensione che oggi ha. Risale agli scorsi anni Cinquanta. Prima le società, anche quelle democratiche, erano molto più violente di oggi. La violenza venne praticata su larga scala anche per motivi religiosi e anche dai cristiani e specificamente dai cattolici, in particolare nella cosiddetta evangelizzazione dell’America Latina, che si risolse in una serie di genocidi.

 In un contesto di democrazia avanzata, quale quello che c’è in Italia, e anche in una parrocchia come la nostra, l’esortazione ad atteggiamento di considerazione degli altri, amore, gioia, pace, comprensione, cordialità, bontà, fedeltà, mansuetudine, dominio di sé, è realistica perché ogni incontro sociale parte sulla base dell’accordo di non arrivare mai a distruggersi reciprocamente. Di fatto, di fronte alla diversità di orientamento si preferisce non frequentarsi: è ciò che accade nella nostra parrocchia.

  Bisogna considerare che la prova sperimentale del funzionamento di quel metodo, di quell’atteggiamento benevolo, va fatta in un vero incontro sociale, che è quando ci si eleva dall’essere semplicemente folla, per riconoscersi come parte di un’assemblea deliberante, in cui si cerca un risultato collettivo mediante il dialogo. Noi fedeli in genere non ci troviamo in quella condizione: siamo semplice folla. Ci si avvicina, ma non si manifesta interesse gli uni per gli altri. Magari si frequenta da anni la stessa messa, negli stessi posti nei banchi, e non ci si conosce se non  di vista, come si dice. E’ vero, per altro, che conoscendosi cominciano subito i problemi, perché emergono le diversità, ad esempio tra giovani e anziani, tra colti e meno colti, tra persone legate ad una religiosità tradizionale e, come si può dire, conciliari, nel senso di fedeli che hanno raccolto l’invito all’aggiornamento  dell’ormai lontano ultimo Concilio Ecumenico, svoltosi negli anni ’60.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 

Testo integrale dei numeri da 219 a 224 dell’enciclica Fratelli tutti

 

219. Quando una parte della società pretende di godere di tutto ciò che il mondo offre, come se i poveri non esistessero, questo a un certo punto ha le sue conseguenze. Ignorare l’esistenza e i diritti degli altri, prima o poi provoca qualche forma di violenza, molte volte inaspettata. I sogni della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità possono restare al livello delle mere formalità, perché non sono effettivamente per tutti. Pertanto, non si tratta solamente di cercare un incontro tra coloro che detengono varie forme di potere economico, politico o accademico. Un incontro sociale reale pone in un vero dialogo le grandi forme culturali che rappresentano la maggioranza della popolazione. Spesso le buone proposte non sono fatte proprie dai settori più impoveriti perché si presentano con una veste culturale che non è la loro e con la quale non possono sentirsi identificati. Di conseguenza, un patto sociale realistico e inclusivo dev’essere anche un “patto culturale”, che rispetti e assuma le diverse visioni del mondo, le culture e gli stili di vita che coesistono nella società.

220. Per esempio, i popoli originari non sono contro il progresso, anche se hanno un’idea di progresso diversa, molte volte più umanistica di quella della cultura moderna dei popoli sviluppati. Non è una cultura orientata al vantaggio di quanti hanno potere, di quanti hanno bisogno di creare una specie di paradiso sulla terra. L’intolleranza e il disprezzo nei confronti delle culture popolari indigene è una vera forma di violenza, propria degli “eticisti” senza bontà che vivono giudicando gli altri. Ma nessun cambiamento autentico, profondo e stabile è possibile se non si realizza a partire dalle diverse culture, principalmente dei poveri. Un patto culturale presuppone che si rinunci a intendere l’identità di un luogo in modo monolitico, ed esige che si rispetti la diversità offrendole vie di promozione e di integrazione sociale.

221. Questo patto richiede anche di accettare la possibilità di cedere qualcosa per il bene comune. Nessuno potrà possedere tutta la verità, né soddisfare la totalità dei propri desideri, perché questa pretesa porterebbe a voler distruggere l’altro negando i suoi diritti. La ricerca di una falsa tolleranza deve cedere il passo al realismo dialogante, di chi crede di dover essere fedele ai propri principi, riconoscendo tuttavia che anche l’altro ha il diritto di provare ad essere fedele ai suoi. È il vero riconoscimento dell’altro, che solo l’amore rende possibile e che significa mettersi al posto dell’altro per scoprire che cosa c’è di autentico, o almeno di comprensibile, tra le sue motivazioni e i suoi interessi.

Recuperare la gentilezza

222. L’individualismo consumista provoca molti soprusi. Gli altri diventano meri ostacoli alla propria piacevole tranquillità. Dunque si finisce per trattarli come fastidi e l’aggressività aumenta. Ciò si accentua e arriva a livelli esasperanti nei periodi di crisi, in situazioni catastrofiche, in momenti difficili, quando emerge lo spirito del “si salvi chi può”. Tuttavia, è ancora possibile scegliere di esercitare la gentilezza. Ci sono persone che lo fanno e diventano stelle in mezzo all’oscurità.

223. San Paolo menzionava un frutto dello Spirito Santo con la parola greca chrestòtes (Gal 5,22), che esprime uno stato d’animo non aspro, rude, duro, ma benigno, soave, che sostiene e conforta. La persona che possiede questa qualità aiuta gli altri affinché la loro esistenza sia più sopportabile, soprattutto quando portano il peso dei loro problemi, delle urgenze e delle angosce. È un modo di trattare gli altri che si manifesta in diverse forme: come gentilezza nel tratto, come attenzione a non ferire con le parole o i gesti, come tentativo di alleviare il peso degli altri. Comprende il «dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano», invece di «parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano».

224. La gentilezza è una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici. Oggi raramente si trovano tempo ed energie disponibili per soffermarsi a trattare bene gli altri, a dire “permesso”, “scusa”, “grazie”. Eppure ogni tanto si presenta il miracolo di una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza. Questo sforzo, vissuto ogni giorno, è capace di creare quella convivenza sana che vince le incomprensioni e previene i conflitti. La pratica della gentilezza non è un particolare secondario né un atteggiamento superficiale o borghese. Dal momento che presuppone stima e rispetto, quando si fa cultura in una società trasforma profondamente lo stile di vita, i rapporti sociali, il modo di dibattere e di confrontare le idee. Facilita la ricerca di consensi e apre strade là dove l’esasperazione distrugge tutti i ponti.