giovedì 11 marzo 2021

Popolazione, comunità, popolo

 

Popolazione, comunità, popolo

 

  La popolazione è fatta delle persone che abitano in un certo territorio. E’ quindi una variabile dipendente dal territorio, nel senso che a seconda dell’area geografica che di volta in volta si considera, variano anche le caratteristiche della popolazione su di essa stanziata.

  La nostra parrocchia è stata istituita come territoriale e quindi ha una sua popolazione: le persone che abitano nel suo territorio. L’istituzione ecclesiastica è stata creata fondamentalmente per loro, e anche in un certo senso sopra  di loro. Tiene i registri di battezzati, cresimati, sposati, morti; celebra i sacramenti, e in primo luogo l’Eucaristia, nella messa; cura la formazione religiosa dei laici a vari livelli; amministra i beni parrocchiali, che sono gli immobili del complesso parrocchiale, il loro mobilio e gli altri loro arredi, gli strumenti didattici e liturgici, le risorse finanziarie; e infine orienta e promuove l'associazionismo laicale e interloquisce con la società intorno, comprese le altre parrocchie dei dintorni, e con le autorità ecclesiastiche. Tutte queste attività possono essere considerate servizi, ma rientrano anche in quella di governo, perché implicano l’esercizio di poteri, e questi ultimi sono prerogativa esclusiva del clero, in particolare del parroco e dei preti e diacono che con lui collaborano. Dall’esercizio di questa autorità i laici sono esclusi e possono al più collaborarvi come consulenti, ma la loro consulenza è obbligatoria solo per l’amministrazione dei beni.

 Un aspetto molto importante del governo  di un parrocchia è la predicazione, che per altro verso rientra nell’attività formativa, però è molto di più. Se ne parla come della pastorale e questo rende l’idea di un gregge  che è condotto  da un pastore che predicando lo orienta.

 La formazione del clero è molto accurata e lunga per abilitarlo a questo lavoro. Non è centrata solo sulla teologia, che però vi ha la parte più importante, ma comprende anche altre discipline, alcune strettamente connesse, come quelle che studiano i testi sacri, altre meno, come la psicologia, l’antropologia e la sociologia, o comunque affini come  la filosofia.

  Fin dall’antichità la predicazione è stata considerata un elemento particolarmente critico e tuttora lo è, tanto che clero e religiosi sono sottoposti a una sorta di penetrante polizia ideologica da parte di una struttura centrale istituita presso la Santa Sede, la Congregazione per la dottrina della fede. Per secoli la repressione ideologica è stata particolarmente violenta e anche sanguinosa. I laici ora ne sono stati emancipati per lo sviluppo di processi democratici, dall’Ottocento, ma l’abolizione degli insegnamenti di teologia nelle università statali, dopo la costituzione dello stato unitario italiano, nella seconda metà dell’Ottocento, non consentì più in Italia, nella nostra Chiesa, se non marginalmente, una formazione teologica di alto livello libera rispetto al governo ecclesiale, e quindi lo sviluppo di scuole di pensiero teologico con una certa autonomia rispetto ad esso.

 Da un lato c’è, quindi, questo potere ecclesiastico e dall’altra c’è la popolazione della parrocchia che vi è soggetta, quella in cui vorrebbe indursi un sentimento di essere parte del popolo di Dio, perché sia non solo soggetta  ad un potere, ma soggetto  attivo dell'evangelizzazione e della riforma sociale, che la dottrina sociale considera parte della prima.

   Ogni popolazione è connotata da processi comunitari, alcuni dei quali con aspetti istituzionali come la nostra Azione Cattolica, che è un’associazione ecclesiale con un proprio statuto e un proprio ordinamento, improntato a principi democratici. Questo le consente di durare nel tempo, al di là dell’evoluzione spontanea delle comunità che la compongono e animano, che hanno una vita collettiva simile a quella delle singole persone. Le comunità nascono e muoiono: però, se sono istituzionalizzate,  non muoiono veramente, ma vivono diverse stagioni  o cicli, e, dopo periodi di tendenziale dispersione, rivivono per l’afflusso di forze nuove.

  Una comunità è una piccola società caratterizzata da relazioni personali più intense, da una certa intimità amicale, e in tal modo appaga l’emotività delle persone.  Questo elemento è molto importante perché la nostra è una mente emotiva e noi capiamo emotivamente. Vivendo in comunità, realtà che vengono definite di mondo vitale, costruiamo nella nostra interiorità un sentimento di senso della vita: esso è necessariamente  un frutto di relazioni comunitarie, altrimenti non c’è.

  In condizioni di isolamento sentiamo che la nostra vita perde di senso. Ciò si manifesta particolarmente nell’età più anziana, ma, ad esempio, anche di questi tempi, in cui, a causa  delle limitazioni della socialità conseguenti  alle disposizioni sanitarie per la prevenzione della pandemia, abbiamo abbandonato alcune nostre abitudini sociali (ormai da oltre un anno).

  Una comunità di solito si sviluppa essenzialmente agendo verso l’interno e al proprio interno e si occupa di chi è all’esterno  più che altro per aggregare nuovi membri, per difendersi  o per acquisire nuovi spazi. Questo perché, aprendosi troppo, tende a dissolvere quei legami intensi che costituiscono la sua ragione d’essere e la sua attrattiva.

 I contatti tra diverse comunità generano pertanto attriti e allora vengono vissuti in modo conflittuale. Per ogni comunità le altre comunità sono un pericolo. Questo può accadere anche nelle dinamiche comunitarie di un gruppo grosso quando venga suddiviso in gruppi più piccoli, ad esempio per fasce d’età, altre condizioni personali (ad esempio uomini e donne, spostati e non), interessi, attività prevalentemente svolte, competenze gerarchiche, dove c’è una struttura organizzativa con gruppi sovraordinati ad altri.

  Ogni persona è poi come confinata nella sua fascia d’età, nelle dinamiche comunitarie, perché raramente una comunità è in grado di generare senso tra persone di età diverse, per la mancanza della possibilità di una vera intimità. Un certo attrito si sviluppa anche tra gruppi di età diverse.

 In quanto ha un territorio, una parrocchia ha una popolazione e, in quanto esercita un’autorità, la parrocchia ha un popolo, che è la popolazione soggetta a quell’autorità. Storicamente infatti il concetto di popolo è strettamente connesso a quello di governo. Quando, dal Seicento, in Europa cominciarono a consolidarsi stati nazionali, ambendo le dinastie allora regnanti  ad esercitare la propria autorità su aree geografiche caratterizzate da popolazioni che esprimevano culture omogenee, ad esempio lingue dello stesso ceppo, si sviluppò un processo culturale che condusse nell’Ottocento a immaginare i popoli come parti attive nella storia dell’umanità non solo come sudditi. Da qui poi l’idea di una sovranità popolare, contrapposta a quella esercitata sui loro popoli dalle monarchie dinastiche. L’idea di popolo di Dio che è stata costruita durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) risente di quell’evoluzione. La relativa teologia fu teorizzata partendo alla riflessione sulle narrazioni relative alla liberazione dall’Egitto degli antichi israeliti, in particolare dalle narrazioni raccolte nel libro biblico dell’Esodo. Il popolo  preso in considerazione del saggi del Concilio è un popolo attivo e, in più, un popolo che ama ed è amato. La sua conversione religiosa è presentata anche come un ritornare al suo amore. Questo popolo, che in quanto amante  ha caratteristiche comunitarie, con questa sua capacità di amare anima la storia. Il suo amore è espresso nel vangelo cristiano e viene presentato come ampiamente diffusivo, spinto dalla sua forza fino agli estremi confini del mondo e verso tutti i popoli della Terra. E’ una teologia con forti caratteri mitici, vale a dire connotata da importanti elementi emotivi. Pensa a tutti i popoli della Terra come ad un’unica famiglia e alla Terra intera come una casa comune.  

  Dagli anni Sessanta coesistono nella nostra Chiesa l’antica  concezione del popolo gregge, caratterizzato dal potere di un Padre-pastore  sulla popolazione di un certo territorio, e quella nuova, conciliare, del popolo comunità, caratterizzato quest’ultimo dalla cultura evangelica e dal proprio conseguente mito di popolo-amante. In questo quadro si vorrebbe indurre nelle istituzioni dimensioni comunitarie, farne delle comunità. Si pensa che, in questo modo, il vangelo dovrebbe finire per prodursi nelle culture di queste comunità attive e vitali, come i frutti da un albero, ed esserne sorretto, senza dover essere come imposto dall’alto, d’autorità, dall’istituzione.

   Questa dinamica però è stata bloccata riguardo alle parrocchie, per le quali tutto, dagli anni ’80, è rimasto come sospeso, dopo l’effervescenza del decennio precedente. Quindi abbiamo comunità che abitano la parrocchia, la quale però è rimasta fondamentalmente istituzione  animata dal governo ecclesiale, che è manifestazione della gerarchia del clero. Ma non c’è ancora una vera e propria comunità parrocchiale, manifestazione del popolo di Dio: c’è una popolazione che abita un territorio parrocchiale è che è popolo della parrocchia in quanto soggetto alla sua autorità  e fruitore di suoi servizi.

 Il problema è che non abbiamo ancora sviluppato, con riferimento a realtà di prossimità come le parrocchie, in cui si sviluppa un certo pluralismo comunitario, quindi con compresenza di varie comunità di orientamenti e strutture diversi, un mito adeguato, capace di fare unità, e il mito del popolo di Dio, ideato tenendo presente un contesto per così dire universale, finora non è stato funzionale alla coesione parrocchiale, non funziona su questa scala più piccola.

 In Italia, in particolare, vi sono ragioni specifiche per l’inutilizzabilità del mito del popolo di Dio  come fattore unificate su scala locale. Quel mito è collegato a quello di popolo-nazione-stirpe  che fu al centro dell’ideologia del nazionalismo irredentista italiano nell’Ottocento, in particolare nel mazzinianesimo. Contro di esso il Papato si scagliò duramente formando il popolo a diffidarne. Questo fu solo parzialmente superato nell’assimilazione al fascismo mussoliniano, che al fondo era una forma di populismo. Nell’ideologia anti-unitaria del Papato il buon popolo era quello che gli era rimasto fedele, caratterizzato dalla comune fede cristiana secondo il cattolicesimo romana, non da una comunanza di stirpe e cultura.

  Ma poi il mito del popolo funziona se le origini della comunanza di stirpe, e quindi della parentela etnica, si perdono nel tempo: la parrocchia è un’istituzione troppo recente per fondare quel legame. “Siamo parenti per via di Adamo”, “Siamo tutti figli di Abramo”, funzionano su grande scala, ma in parrocchia sappiamo quando e come siamo capitati e ci rendiamo conto di esserci venuti partendo da storie molto diverse, che tali sono rimaste.

 Inoltre i cristiani, ma in particolare i cattolici, sono stati formati più o meno tutti considerando un valore l’intolleranza ideologica e teologica, avendo tra i santi tanti persecutori dei cosiddetti eretici, e su questo la revisione iniziata dal Secondo dopo guerra è molto lontana dall’aver dato risultati veramente significativi. Appunto la teologia del popolo di Dio vorrebbe rimediarvi, ma inconsapevolmente, sulla base delle ideologia nazionaliste legate all’idea di popolo, che sicuramente non furono fattore di pace, anzi, pensa al proprio gruppo come il vero  popolo.

 Infine l’idea di un popolo-famiglia, insita in ogni populismo e dunque anche in quello dei popolo di Dio, comporta, come ogni concezione di carattere organico, che assimila i corpi sociali e quelli fisici delle persone, un certo carattere gerarchico, per cui, una volta che si tenti di concepirsi come popolo-famiglia, ciascuno cerca di ritagliarsi un ruolo, che ha anche un significato gerarchico, quindi ci si impersona, in padri, al vertice, madri, vice-padri, figli, e tra questi fratelli e sorelle, adulti, ragazzi e bimbi, maschi e femmine e difficilmente ci si mette d’accordo e, soprattutto, se ne ricava quel sentimento di senso della vita  che è al fondo dei fenomeni comunitari. La gerarchia ammazza l’amore, e quindi il sentimento di senso della vita, che può essere recuperato solo se, in famiglia, si accantona o supera la gerarchia, come viene dimostrato nella parabola del Padre misericordioso.

  Anche dal punto biblico l’idea di popolo  è legata a quella di un  popolo e non è stata ancora ben adattata all’intera umanità che, nelle concezione bibliche, potrebbe essere definita come i popoli, in un contesto in cui c’è un popolo che agisce, cammina, ama, lotta, si trasforma, si perde e si converte, e via dicendo, e le genti, vale a dire tutti gli altri. In un popolo - mondo  gli altri non ci sono più. Quindi per la gente, in genere, il  popolo è il proprio  popolo e quest’ultimo non coincide con l’intera umanità. E’ per questo che nelle guerre i cristiani hanno pregato  ciascuno per la vittoria del proprio  popolo contro  i popoli nemici, non riuscendo proprio, nel confitto, applicare la teologia che ci vuole tutti  figli  di un medesimo Padre celeste e quindi, da quel punto di vista, una  sola famiglia, la famiglia umana.

  La dottrina sociale storicamente ha cercato di superare quei problemi cercando di costruire un’ideologia amicale come fondamento virtuoso  della società, quella dell’amicizia sociale  che viene riproposta anche nel magistero di papa Francesco, molto centrato anche sull’idea di popolo fraterno, capace di comporre le diversità come in un poliedro, per cercare di indurre un processo unificante anche a livello di prossimità esortando a superare le differenze in un processo  animato dalla misericordia. Quello amicale e quello fraterno sono però due ideologie unificanti diverse, perché fratelli si nasce e amici si diventa e non è detto che i fratelli sappiano convivere, il mito di Caino e Abele lo dimostra, mentre gli amici sanno farlo perché altrimenti non sarebbero tali. Il fattore unificante fraterno è però più saldo, perché non è nella disponibilità dei fratelli, è originario, mentre quello amicale va continuamente ricostruito. Il primo però, nelle situazioni di conflitto, è un ideale che spesso non si riesce a rendere effettivo, il secondo presuppone il superamento delle crisi conflittuali.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.