mercoledì 24 febbraio 2021

TWENGE J.M., Iperconnessi - scheda di lettura dei cap. 3 e 4

 

TWENGE J.M., Iperconnessi -  scheda di lettura dei cap. 3 e 4

 

 Nei capitoli 3 e 4 del libro  si espongono i risultati delle indagini statistiche sugli I-Gen statunitensi  (nati tra il 1995 e il 2012, i più anziani dei quali avevano 15 anni quando, dal 2010, gli smartphone e le reti sociali raggiungibili con essi cominciarono ad affermarsi impetuosamente tra i più giovani) in merito alle condizioni psicologiche.

  Viene attestato un aumento della depressione in quella classe di età. In vario modo sono stati eseguiti dei test per verificare un eventuale nesso di causa-effetto  tra la connessione a reti sociali mediante smartphone e depressione. In effetti, a parte la coesistenza temporale dell’aumento dell’uso delle reti sociali,  quindi del maggior tempo trascorso davanti agli schermi di smartphone  e simili, il fenomeno di un minor tempo dedicato al vedersi  con i coetanei e quello dell’aumento della depressione, non si è riusciti a raggiungere conclusioni definitive. Gli I-Gen statunitensi appaiono meno socievoli delle generazioni precedenti di teen ager. A tramontare son stati tutti i tipi di interazione, salvo quella mediante reti sociali. L’amicizia tramite reti sociali sta prendendo il posto di quella in presenza. Questo ha fatto diminuire la competenza dei teenager  nelle relazioni in presenza, nelle quali quindi appaiono impacciati.

 Nei test dedicati a misurare il livello soggettivo di felicità gli I-Gen  si sono manifestati meno felici  che le generazioni precedenti di coetanei. Tutte le attività a schermo  sono collegate a una minore felicità e tutte le attività extra-schermo  a una maggiore felicità.

 Un test condotto sull’utilizzo di Facebook  ha dimostrato che il gruppo che aveva accettato di non collegarsi alla rete  sociale si era risparmiato tristezza, rabbia e preoccupazione. In particolare, il bullismo, che è endemico tra i giovani statunitensi, trova nelle reti sociali campi più ampi per infliggere sofferenze e umiliazioni, in particolare per la difficoltà che trovano le vittime a sfuggire ai loro persecutori.  Sono più esposte le persone più giovani e le ragazze.

  Gli adolescenti più attivi sulle reti sociali sono anche quelli che corrono il maggior rischio  di entrare in depressione, un disturbo mentale che sconvolge la vita di milioni di ragazzi americani ogni anno.

 L’autrice propone un spiegazione: il nostro cervello, e quindi la nostra mente, si sono evoluti per renderci organismi sociali e quindi desiderosi di interazione fisica. Non si sono ancora adattati a quella virtuale, via reti sociali. Nel contempo la nostra mente, per il medesimo retaggio evolutivo, è molto sensibile all’esclusione sociale, che è legata a sensazioni particolarmente dolorose.Il 99% dell’evoluzione umana si è compiuto comunicando con gli altri fisicamente, di persona. L’emarginazione dalle reti sociali provoca un sentimento dolorosissimo che è indicato come FOMO - Fear of missing out - Paura di essere tagliati fuori.

 Tuttavia l’autrice propone altre cause sociali di quei disturbi psicologici, legate specificamente alla società statunitense, dove è promosso uno spietato individualismo, è considerata fattore di affermazione personale la popolarità  e quest’ultima è strettamente legata ad una propria immagine personale di positività implacabile. In questo contesto gli I-Gen  faticano a conquistare l’autostima, cercano di adeguarsi a modelli irraggiungibili e non di rado crollano nella depressione.

  Il problema allora, non sarebbero i dispositivi elettronici, che sono semplici terminali  dei sistemi di intelligenza artificiale  che governano le  reti sociali, ma queste ultime, che sono costruite anche per  orientare  chi si collega secondo valori che convengono a chi le governa, di solito legati al commercio per il consumo. Mediante le reti sociali quei sistemi di intelligenza artificiale arrivano a conoscerci meglio di noi stessi, per l’enorme quantità di informazioni che forniamo loro rimanendo connessi, informazioni che rivelano profondamente la nostra psicologia e anche informazioni che in genere teniamo nascoste anche alle persone con cui siamo in maggiore intimità. Nelle elezioni politiche svolte in Occidente dal 2013 è stato dimostrato che, attraverso le reti sociali, si può influire sulla gente connessa non solo a fini di pubblicità commerciale, ma anche per indurre opinioni politiche. Chi è connesso di solito non è consapevole di questa influenza e quindi si connette senza prevenzioni. Ogni rete sociale cerca di influire sugli utenti innanzi tutto in due modi: inducendoli a rimanere connessi e a rimanerlo per il maggior tempo possibile. Gli utenti vengono rinchiusi in bolle  informatiche che isolano  ambienti omogenei, nei quali il  conformismo  è condizione del successo, della popolarità. Su quella base, poi, negli Stati Uniti si diffonde il modello dell’individualismo spinto basato sull’acquisizione di beni posti in commercio e su un’immagine scintillante  di sé conseguibile solo acquisendo beni commerciali. Le reti sociali si sono dimostrate strumenti estremamente potenti, specialmente su menti in formazione, per questo tipo di influenza.

 Bisognerebbe verificare che accade in culture nelle quali, benché si sia diffuso l’uso delle reti sociali tra  i giovani, i valori sociali sono diversi. Bisogna però dire che gli Stati Uniti d’America, quanto a modelli di vita, stanno ancora facendo scuola nel mondo, per cui il resto del mondo tende maggiormente ad allinearsi a loro di quanto invece non tenda a discostarsene.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli