giovedì 25 febbraio 2021

TWENGE Jean Marie, Iperconnessi -Scheda di lettura - 2

 

TWENGE Jean Marie, Iperconnessi. Perché i ragazzi di oggi crescono meno ribelli, più tolleranti, meno felici, e del tutto impreparati a diventare adulti, Einaudi 2018, €19,00 [disponibile in e-book   e Kindle ad €9,99];

 

Scheda di lettura - 2

 

9. Gli I-Gen  statunitensi sono cresciuti sotto stretta supervisione. Questo perché quella statunitense è una società molto violenta, e quindi più pericolosa, anche in contesti di Occidente avanzato.

 Gli stessi teenager  sentono il bisogno di sicurezza, mentre i coetanei delle generazioni precedenti se ne manifestavano insofferenti.

 Gli I-Gen,  ad esempio, guidano con maggiore prudenza e, nella scelta delle automobili, danno importanza alle caratteristiche costruttive legate alla sicurezza.

 Si tratta di tendenza recente, manifestatasi successivamente al 2000.

 Anche nel consumo di alcolici gli I-Gen (statunitensi) preferiscono tenersi sotto la soglia di sicurezza, evitando il binge-drinking, il bere bicchieri a ripetizione fino a stordirsi (questa tendenza non è particolarmente evidente nelle popolazione studentesca statunitense di Roma.

 L’esigenza di sicurezza si estende alla reputazione e alle emozioni, oltre che alla salute fisica. Ad esempio c’è la paura che l’eccedere nel bere danneggi le prospettive di trovare un lavoro.

  Diverso l’atteggiamento verso il consumo della marjuana perché non vi vedono alcun rischio, in particolare non si manifestano della riduzione della capacità intellettuale e del rischio di schizofrenia che l’uso abituale comporta.  Tuttavia, anche in quel campo, mostrano di non essere inclini ad eccedere. Le indagini statistiche hanno dimostrato  che per la prima volta il numero degli adolescenti che consumano marijuana è inferiore a quello di chi tra loro la ritiene innocua.

10. Gli I-Gen, insomma, si dimostrano meno inclini ad osare, nonostante che si trovino in un’età nella quale in genere si ritiene portati ad affrontare rischi.

 Si azzuffano di meno. Ci sono meno adolescenti che vengono a scuola armati.  Anche le aggressioni sessuali sono meno numerose di un tempo.

 Naturalmente, questo spostamento a favore della sicurezza, nota l’autrice, è perlopiù un fatto positivo. Ma esso, riguardando anche la sfera emotiva, quindi le situazioni emotivamente fastidiose, porta ad una certa intolleranza per chi la pensa diversamente.

 In alcune Università sono stati istituiti dei Safe place (pronuncia: sèif plèis), vale a dire dei locali dove gli studenti che si sentono turbati possono riunirsi e consolarsi a vicenda. Pensati per le minoranze oggetto di attacchi discriminatori, ora sono usati, ad esempio, da chi si sente turbato per quello che ha detto un relatore invitato per una conferenza. In certi casi, qualora la presenza di un relatore si preannunci controversa, si preferisce revocare l’invito.

 Si sta procedendo anche a depurare  i testi di studio di ciò che potrebbe provocare turbamento, evitando di affrontare argomenti delicati  o, comunque, facendo precedere un avviso che qualcuno potrebbe turbarsi leggendone.

  Tuttavia l’insegnamento superiore dovrebbe comprendere anche l’addestramento a discutere, argomentando, gli argomenti controversi. Altrimenti non prepara bene. La capacità di discutere con gli altri pari e con i professori e relatori le proprie e le altrui tesi è fondamentale: quindi è importante saper usare le parole.

  Ma gli I-Gen  hanno paura delle parole, come della violenza fisica. L’autrice ipotizza che sia perché sperimentano il male che le parole possono fare nel cyber-bullismo, nel bullismo sulle reti sociali, che fa più male perché è più difficile per le vittime   sottrarvisi. Non c’è modo di proteggersi dalle parole.

 Gli I-Gen  si aspettano di venir trattati come bambini.

 Di fronte alle situazioni che li turbano pretendono che un’autorità superiore vi ponga fine. Gli universitari pretendono dalle autorità accademiche che l’università, dove si trasferiscono a vivere nei campus negli anni in cui la frequentano, sia sicura come casa loro.

 L’autrice osserva tuttavia che gli  I-Gen  sono la generazione meno a rischio della storia statunitense, e questo si deve in parte alle loro scelte. Però, sono più a rischio di depressione o addirittura di suicidio. La prudenza li protegge, ma, nello stesso tempo li rende vulnerabili.

 Appaiono più propensi a dare importanza all’agiatezza finanziaria che alla ricerca del senso della vita. Questo, però, essenzialmente per caratteristiche della società statunitense. L’ipotesi che dipenda dalla connessioni alle reti sociali, fatta dall’autrice e proposta senza dare certezza del fatto. Del resto le reti sociali telematiche riflettono la società statunitense e i suoi valori: sono indotti all’individualismo e al narcisismo, senza propendere per l’impegno sociale. Questo però, osserva la Twenge, non si è osservata al tempo delle primavere arabe, nelle quali i moti sociali, e quindi il forte impegno collettivo, furono sorretti proprio dalle reti sociali.

 Gli I-Gen  pensano all’istruzione più che altro come a una via per procurarsi un buon impiego, anche se non sono del tutto convinti che servirà. La scuola non è più considerata maestra di vita. Del resto in molti settori che contano della società statunitense non è considerata tale. Scuole e università sono considerate dagli I-Gen  solo un mezzo per raggiungere una posizione agiata in società. In particolare vedono nelle università un luogo protetto in cui ci si prepara a fare carriera.  Quindi non tollerano che vi abbiano spazio idee diverse dalle loro e potenzialmente destabilizzanti.  Gli I-Gen  si sentono mancare la terra sotto i piedi al solo pensiero che l’università serva a esplorare concetti inediti e non ortodossi, possibile fonte di turbamento emotivo.

 La solidarietà è manifestata sulle reti sociali perché rende popolari, ma gli IGen esprimono scarsa empatia per chi è diverso da loro. Hanno difficoltà di passare dalle parole ai fatti.

 Gli adolescenti che passano più tempo sui social media sono più propensi a condividere le posizioni individualistiche  e a dare importanza al possesso di beni materiali costosi come fonte di distinzione personale. Tendono a rimanere indifferenti rispetto alle comunità di riferimento.

11. Gli I-Gen statunitensi  preferiscono un lavoro sicuro che non fagociti loro la vita. La prima cosa che si aspettano da un lavoro sono i soldi. Non interessa di poter stringere amicizie e di interagire con molte persone. Vogliono un lavoro sicuro, stabile, stop.

 L’etica del lavoro è cambiata. Gli I-Gen  in potenza potrebbero essere più disponibili a seguire le direttive dei manager a fronte di un lavoro stabile e che dia un buon reddito.

 Negli Stati Uniti l’università è molto cara, le tasse universitarie sono molto aumentate. Per studiare all’università ci si deve indebitare. Il laureando medio nel 2016 aveva accumulato un debito di 37.173 dollari a fronte di 9.727 nel 1993. Per gli I-Gen  un bel ginepraio, osserva la Twenge: hanno bisogno dell’istruzione universitaria per farsi strada in futuro, ma devono chiedere  prestiti pesanti per pagarsela. Non c’è da stupirsi, scrive l’autrice, se sono stressati e vogliono solo trovare un lavoro pur che sia, e che permetta di estinguere i debiti.

 Gli I-Gen  si manifestano anche meno propensi a diventare imprenditori. Questo per il rischio che è connesso all’attività d’impresa. Del resto hanno vissuto i problemi delle loro famiglie che si sono manifestati nella grande Recessione del 2007. Sognano il lavoro fisso, per comprare quello che a loro piace e sentirsi al sicuro. Per questo sono più propensi ad entrare in polizia, un lavoro con dei rischi ma che assicura buste paga regolari e un basso tasso di licenziamenti.  

 Tra i non laureati tra i venti e in trent’anni è aumentato il tasso di chi nell’ultimo anno non ha lavorato nemmeno un giorno nell’ultimo anno, e per tutto il Novecento è stato il gruppo demografico con la maggior sicurezza d’impiego. Il declino è iniziato  prima della recessione, intorno al  Duemila, ed è continuato anche dopo. Secondo l’autrice questo dipende dal fatto che passano più ore settimanali davanti ai videogame. Mi suona un po’ semplicistico. In realtà molti di loro sono inchiodata dal mercato del lavoro statunitense ai cosiddetti lavoretti, a impieghi part-time con uno stipendio minimo e con datori di lavoro che rifiutano di pagare i contributi. Questo poi costringe a continuare a chiedere prestiti. Molti I-Gen  statunitensi , scrive l’autrice, sono demoralizzati sulle loro possibilità di affermazione. Hanno convinzioni del tipo locus di controllo esterno. Chi ha un locus  di controllo interno si crede padrone della vita, che ce l’ha esterno crede che la vita sia controllata da forze al di fuori di lui. Così un numero crescente di teenager  ritiene che il successo sia fuori della loro portata. Gli I-Gen  vedono più ostacoli sulla strada del loro successo, ma sono realisti in questo. In particolare considerano un serio problema il sessismo che ancora pervade la società statunitense: l’uguaglianza tra i sessi è ancora lontana.

 Gli I-Gen, scrive l’autrice, sono consapevoli del bisogno che hanno di riuscire  in un sistema economico plasmato sulle diseguaglianza di reddito, e pertanto il successo finanziario è fondamentale per loro. Ecco il vero problema, mi pare! l’iperconnessione  non ne è in fondo la causa, ma una manifestazione.

 Gli I-Gen   sono anticonformisti materialisti e i soldi li vogliono fare per distinguersi, non per uniformarsi. A loro non interessa adeguarsi alla massa. Vogliono prodotti che li facciano sentire unici, oltre ad offrire comodità e confort. Anche la pubblicità commerciale a loro diretta deve adeguarsi.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli