martedì 9 febbraio 2021

Giaccardi/Magatti, La scommessa cattolica, Il Mulino, 2019 – scheda di lettura – 3

 

Giaccardi/Magatti, La scommessa cattolica, Il Mulino, 2019 – scheda di lettura – 3

 

  Gli autori partono da premesse che sono comuni nella teologia cattolica: nella nostra società vi sarebbe una pressione delle scienze e della tecnologia per creare un sistema totalizzante che sostituisca l’antico cosmo delle religioni, governato dagli dei. Quindi non si darebbe più importanza all’al di là, quanto al benessere nel presente, affidato alla tecnologia. Gli dei sarebbero come espulsi dal mondo degli umani. Che bisogno ci sarebbe di parlarne ancora? Magatti\Giaccardi citano un’espressione del sociologo Charle Taylor, il quale parlò di “umanesimo esclusivo”, per indicare una mentalità dell’essere umano che ritiene ormai di essersi messo in proprio e di poter vivere senza dover ricorrere al riferimento al divino.

 Ebbene, non mi pare quella la condizione di chi vive nell’Occidente contemporaneo. Si tratta di un modo di pensare che era tipico del positivismo ottocentesco, dell’era nella quale fu costruito il mito della modernità. Ora si è invece nell’epoca che, per distinguerla da quella della modernità, viene detta postmoderna. In essa la fiducia nelle scienze e nella tecnologia non sono assolute, come  vediamo bene in questo tempo di pandemia, è generale il sentimento di insicurezza (come segnalò il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman) e vi è una forte ripresa dell’irrazionale. Ha però meno credito la teologia dogmatica cristiana, costruita sul miti di una razionalità dispotica, per la quale, ragionando, non si potrebbe che concludere per l’idea di un disegno intelligente che muove storia e cosmo, quello di cui parla la rivelazione religiosa. L’uso corretto della ragione non potrebbe condurre ad altro esito. Questo principio fu così  sintetizzato nell’enciclica Fede e ragione diffusa nel 1998 dal papa Giovanni Paolo 2^:

 

34. Questa verità, che Dio ci rivela in Gesù Cristo, non è in contrasto con le verità che si raggiungono filosofando. I due ordini di conoscenza conducono anzi alla verità nella sua pienezza. L'unità della verità è già un postulato fondamentale della ragione umana, espresso nel principio di non-contraddizione. La Rivelazione dà la certezza di questa unità, mostrando che il Dio creatore è anche il Dio della storia della salvezza.

 

  Le scienze contemporanee  e la razionalità di cui si servono e con la quale si esprimono non hanno di quelle pretese.  In effetti, più indagano la realtà, più la scoprono irriducibile ad un sistema generale e sistematizzabile solo in ambiti limitati e fino a nuove scoperte.

  Tuttavia, queste premesse che possono essere criticate, non escludono la validità della proposta degli autori, che è quella di cercare vie nuove, cercando ciò che ancora la nostra fede ha di importante da dire all’umanità contemporanea.

  Nell’organizzare le società contemporanee, osservano, si astrae troppo dalla concreta vita di relazione degli esseri umani. E questa è una critica che senz’altro vale anche nei confronti della teologia,

 L’astrazione dá una sensazione di onnipotenza, di controllo della realtà. Ma la legge della vita, invece, sostengono gli autori, si basa sul paradosso dell’opposizione polare, dei distinti che rimangono tali pur attraendosi, entrando in relazione. Senza questo la vita umana soffre, ciascuno è confinato in sé, nel posto assegnatogli nello schema astratto, In società si è soli insieme. Sarebbe questa l’origine del male che travaglia l’Europa. Certo, riconoscono, l’organizzazione ecclesiale ha avuto difficoltà a gestire la questione della soggettività, pur se il Vangelo, nella predicazione di Gesù, era rivolto alla singola persona, alla sua salvezza. Secondo gli autori, il problema principale sarebbe stato creato dalla modernità, con la sua idea di “Io”ridotto a individuo. Un’idea che dipende molto dalla teologia, con la sua ossessiva diffidenza verso libertà e liberalismo. In realtà la fraternità della cristianitá antica fu storicamente piena di orrori contro la persona e il  liberalismo, di cui la democrazia è uno dei principali frutti, si proporre di liberarne le società moderne.

 L’io moderno si pensa autonomo da tutto ciò che lo circonda, come ritengono gli autori? Non si è autorizzati a pensarlo tenendo conto della storia. Il dono più prezioso della modernità liberale è appunto la democrazia contemporanea avanzata, piena di considerazione della persona e delle formazioni sociali in cui e di cui essa vive.

 Davvero l’io moderno è tutto teso a evitare legami sociali? Quelli oppressivi, certamente, come furono quelli  imposti dall’ecclesiologia del nostro magistero fino agli scorsi anni Sessanta, certamente. Ma non altri.

 Le reti sociali si indeboliscono, si osserva. Siamo sicuri che la soluzione sia tornare all’antico modello tribale? Piuttosto direi che i problemi psicologici che fino a metà Novecento furono di ristrette cerchie di privilegiati, ora si sono generalizzati, con il miglioramento del benessere sociale. In epoche in cui la maggioranza si abbrutiva nel lavoro semplicemente per mantenersi in vita, le emergenze erano altre.

 L’essere umano, in particolare in Occidente, vorrebbe diventare un dio e non riuscendoci sarebbe frustrato. Io non vedo in giro tutti questi aspiranti dei. E nemmeno vedo tanta pretesa di autosufficienza. Vedo invece una teologia che non sa parlare all’umanitá del nostro tempo perché non la comprende. Certo, occorre mantenere una capacità relazionale, in particolare nella dimensione di mondo vitale (ne scrisse mio zio sociologo), quelle che danno senso, ma la religione in questo aiuta poco, quando pretende di incapsularci nei suoi schemi rigidi, uomo o donna, prete o laici, cattolico o non cattolico ecc., pretendendo anche di imporli come razionali.

 L’io isolato cerca la società, sostengono gli autori, e questo è sperimentabile, e l’abbiamo  visto di questi tempi di pandemia.  Ma, liberatosi delle gabbie telogiche si troverebbe incapsulato in un’altra prigione, tecnocratica questa volta. Che può dare benessere, ma non il senso della vita, che non è solo star bene (anche se per molti è un bel progresso). Non riusciremmo più a voler bene. La pietà potrebbe darlo, perché rende consapevoli della pluralità, varietà e inesauribilità dell’essere. Ma dov’è finita la pietà in questo mondo? Il richiamo alla trascendenza potrebbe aiutare a ritrovarla. Ma in questo la ragione sarebbe un ostacolo. Gli autori non tengono conto dell’enorme produzione letteraria della teologia cristiana, fondata su un questionare razionale. Sarebbe però solo la razionalità insofferente della fede a creare il problema: l’altra razionalità no. La ragione dovrebbe servire solo a trovare conferme della fede: capire per credere. Altrimenti si vive male. E quando si argomentano razionalmente le critiche a un certo modo di essere religiosi, come fece Voltaire e molti su suo esempio?

  Nella cultura contemporanea il diabolico, nel senso letterale dell’originario greco antico ciò che divide, avrebbe preso il sopravvento. L’umanesimo moderno, con il suo anelito di liberazione, a quello condurrebbe. L’uomo liberato delle nostre nuove democrazie sarebbe ridotto a numero. Temo di non poter proprio condividere questa prospettazione.

  Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa- Roma, Monte Sacro, Valli