mercoledì 6 gennaio 2021

Politica di pace e diritto

 

Politica di pace e diritto

 

 In una concezione ingenua, la pace è frutto dei buoni sentimenti. E’ invece un risultato politico e, in particolare, di un lavoro di tessitura sociale che si esprime in un sistema giuridico.

  Si può essere animati da buoni sentimenti, il che di solito ci accade in modo discontinuo, ad esempio durante la messa quando non siamo infastiditi, annoiati o distratti o nel tempo di ascoltare una bella canzone, ma quando proviamo interesse, o addirittura necessità, di qualcosa o di qualcuno troviamo sempre buone ragioni per superarli. Accade anche tra le nazioni. Parte del loro governo si svolge nel quadro di uno stato di eccezione in cui i buoni sentimenti vengono tacitati. E’ così che si iniziano le guerre ed altri tipi di conflitti.

  La costruzione del diritto  è un forma di tessitura sociale e ai tempi nostri è diventata un’attività molto complessa che regola il mondo intero. Il diritto globale  ci è familiare perché lo si è formulato secondo concezioni che si sono sviluppate tra europei, noi.  Da metà Ottocento fino a qualche decennio fa gli europei, e i popoli frutto della loro colonizzazione, sono stati i padroni del mondo. Ora la situazione sta velocemente cambiando, ma la cultura giuridica, che regola anche le relazioni economiche,  è ancora di derivazione europea.

 Il diritto non è creato solo e prevalentemente dagli stati, altrimenti non ne sarebbe possibile uno globale, ma è  una produzione sociale. Questo risulta molto chiaro in quella parte del diritto che regola i contratti, gli accordi che si prendono per gli scambi e la produzione. Le possibilità della tecnologia e i loro riflessi sull’economia sono molto importanti per la creazione di nuovo diritto. La produzione del diritto  è un fatto collettivo, a cui partecipano tutti quelli che hanno relazioni sociali, che siano persone fisiche o organizzazioni. In un futuro prossimo, che si sta velocemente avvicinando, vi parteciperanno anche sistemi di intelligenza artificiale capaci di autodeterminarsi.

 Di solito il diritto cristallizza e formalizza posizioni di forza al termine di fasi di mutamento sociale, ad esempio di un conflitto. Si sa che, seguendo certe linee di condotta, non si avranno guai con gli altri e si possono conseguire più facilmente certi risultati.  Sullo sfondo c’è sempre il timore di subire ritorsioni violente nel caso che non le si segua.

  Ad esempio: c’è un supermercato con delle merci che servono per la vita quotidiana. Ci si può andare e comprare, vale a dire scambiando moneta con merce secondo il prezzo praticato da chi gestisce l’esercizio o lo si può rapinare. In entrambi i casi si ottiene quello che serve, ma nel secondo bisogna mettere in conto una reazione che non è solo del rapinato, ma sociale. Questo perché il sistema giuridico che regola la nostra società  l’ha organizzata, nel caso di rapine. A volte accade che un campo nomadi venga sgomberato con la forza pubblica e, allora, arrivano le ruspe e distruggono le case di chi ci abita e le macerie vengono portate in discarica. Un’azione così ha alcuni connotati della rapina ma non viene punita come tale. Però la nostra Repubblica, per azioni simili, è stata sanzionata a livello internazionale, dove la Convenzione europea per i diritti umani  ha creato un sistema giuridico per reprimerle.

  Quando pensiamo ad una riforma sociale, se non vogliamo rimanere sul piano dei buoni sentimenti, dobbiamo occuparci di costruire un nuovo diritto e questo comporta, non va dimenticato, anche stabilire nuovi rapporti di forza e quindi rischiare il conflitto. Lo ripeto: di solito il diritto cristallizza e formalizza posizioni di forza al termine di fasi di mutamento sociale, ad esempio di un conflitto. Questo significa che per costruire la pace bisogna anche imparare a gestire i conflitti per risolverli in situazioni di pace, e quindi, necessariamente, anche combatterli. Nel secolo scorso però si è teorizzata e praticata la strategia di combattimento della nonviolenza. Essa non va confusa con i semplici  buoni sentimenti, perché è una forma di lotta. Si basa sul principio di non collaborazione con l’ingiustizia sociale e si presenta come una forma di resistenza.

  Se non si vuole lottare, perché non se ne ha l’animo  o la forza o non si sa come farlo, si soccombe. Lasciarsi travolgere dal male non è considerato etico, sebbene consenta di non subire danni da reazione o ritorsione. Rimanere passivi di fronte alla forza prevaricatrice, quella che vuole prevalere arbitrariamente, schiacciando chi resiste per rapinarlo, significa lasciare campo al male sociale.

  Quale atteggiamento ci insegna la nostra fede? Essa si è storicamente affermata dal Quarto secolo seguendo le guerre di conquista degli europei, quindi con quantità molto intense di violenza, in particolare nel Secondo millennio. Questa perché la nostra Chiesa, in particolare dal Secondo millennio, si è data un’organizzazione  simile a quella delle altre potenze, e ne vediamo un simulacro nella Città del Vaticano, che ha anche un piccolo esercito, oltre ad una polizia, giudici e via dicendo. Ma che ci dice il vangelo? La piccola comunità riunita intorno al Maestro non fu permeata, almeno fino al tradimento dell’apostolo Giuda, da violenza, da veri e propri conflitti e quindi non appare aver prodotto un proprio diritto. E tuttavia qualche contrasto al suo interno già si intravede nelle narrazioni evangeliche. Vi si insegnava però anche a non resistere al male con la violenza e la via della misericordia. Ma nemmeno a non resistere al male.  Il Maestro diede l'esempio. Dopo la morte del Maestro, tuttavia, si seguirono altre strade, e le prime comunità ci appaiono già piuttosto turbolente, come già si narra negli Atti degli apostoli. Le nostre attuali comunità ci appaiono più simili a quelle.

 Di solito si dice che il Maestro insegnò la via dell’amore, ma questa parola in italiano non rende bene il termine del greco antico agàpe  che traduce l’espressione da lui usata, verosimilmente nella lingua semitica che gli era abituale. L’agàpe  è costruzione sociale di una collettività solidale e misericordiosa. La sua caratteristica principale per come è presentata nelle narrazioni evangeliche  è di andare  oltre  il diritto, di non accontentarsi di esso. Questo rende assai dinamiche le comunità che vogliono ispirarsi ai valori evangelici, perché non sono mai soddisfatte dell’agàpe  raggiunta e formalizzata in un certo diritto. Ogni giorno è un nuovo inizio, perché, come scriveva il filosofo Aldo Capitini, ieri eravamo violenti. Dinamiche, sì, quelle comunità, ma, in un certo modo, anche instabili, perché aperte a sempre nuove prospettive di riforma nel senso della misericordia. Del resto il diritto, come la sapienza giuridica ha scoperto già nell’antichità, evolve seguendo le società di riferimento, perché è una produzione sociale, e quindi il problema è che diritto e società evolvano in senso virtuoso, risolvendo i conflitti che quell’evoluzione genera.

  Questi processi governano i moti sociali su scala globale, li osserviamo nelle relazioni internazionali, ma se ne può fare esperienza anche in un piccolo gruppo di prossimità e, in particolare, in una parrocchia, che non proprio una  società piccola, quando come da noi, riguarda la vita di migliaia di persone. Questo significa che, acquisendo consapevolezza dell’importanza della formazione alla politica anche come parte della formazione religiosa, di quelle dinamiche si può fare tirocinio anche in quell’ambito, acquisendo via via l’esperienza che serve per praticare politiche virtuose su scala maggiore. Questo comporta anche far pratica, concordandoli con azione politica,  di scrittura di statuti e regolamenti e poi di approvarli con procedure formali democraticamente ordinate, infine di provare ad attuarli, perché non rimangano, come si dice, lettera morta. Che non ci accada mai che lo diventino i Vangeli!

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.