giovedì 7 gennaio 2021

Emersione di una società

 

Emersione di una società

 

  La società è una popolazione umana nella quale si affermano regole per le quali la violenza personale e collettiva è arginata. Quelle regole, nella specie umana,  sono una conquista culturale, vale a dire che ci si ragiona sopra. In natura, in particolare tra i mammiferi più evoluti che hanno comportamenti sociali, se ne osservano di analoghe, ma non appaiono frutto di riflessione. In generale, la violenza  è un problema per ogni vivente sociale. Affrancarsene dà vantaggi competitivi, perché consente la collaborazione tra gli individui per scopi comuni.

 In natura si osservano anche cooperazioni opportunistiche tra individui di specie diverse, ma esse non costituiscono società, benché anch’esse diano vantaggi competitivi agli individui delle specie che le costituiscono.

  Ogni vivente è in potenziale conflitto con gli altri, a partire dai cuccioli di una stessa nidiata. Questi conflitti in natura vengono risorti con la violenza, che è la legge suprema, salvo le condotte sociali. Queste ultime non impediscono i conflitti tra gli individui sociali che le esprimono, ma ne arginano la violenza, che tuttavia ciclicamente riprende. Tra i mammiferi sociali, ad esempio, si osserva la prevalenza di maschi dominanti che difendono la loro preminenza con conflitti violenti con altri maschi del gruppo e la mantengono finché soccombono. Queste modalità di risoluzione delle questioni di potere si manifestano anche all'interno delle  società umane e tra le società umane. Paradossalmente, sono molto più frequenti nei rapporti tra stati che al loro interno e questo perché l’assetto dei rapporti internazionali, nei settori dove non si è riusciti a creare organizzazioni al di sopra degli stati che riescano ad ottenere ottemperanza ad un certo ordine, si basa  su convenzioni e queste durano finché uno o più degli attori internazionali che vi partecipano decidono di violarle e di passare ad azioni violente. Queste dinamiche, fino alla metà del Novecento, venivano considerate naturali  e quindi ci si rassegnava a subirle, ma anche si metteva in conto di poterne beneficiare. Dopo la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) e, con più intensità dopo la Seconda (1939-1945), si è  cercato di arginare la violenza internazionale, con un certo effetto di contenimento a livello mondiale e spettacolari successi in Europa, dove le potenze che si erano a lungo combattute, riconducibili alle attuali Francia, Germania/Austria, Gran Bretagna, Russia, Spagna, non lo hanno più fatto, almeno fra loro.

 L’esperienza della costituzione di una società è molto comune, a partire da quelle di prossimità, espressione di piccoli gruppi. E’ molto importante il tirocinio sociale che si fa in queste piccole aggregazioni, che dovrebbe essere incoraggiato. Non basta infatti studiare la costruzione sociale, occorre praticarla. Nella Chiesa cattolica, nel 1906 l’Azione Cattolica  fu costituita proprio a questo fine, oltre che per essere una sorta di partito del Papa. Quest’ultima connotazione è stata abbandonata solo con la riforma attuata nel 1969 sotto la presidenza di Vittorio Bachelet e a seguito dell’attuazione dei principi di azione sociale deliberati durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965).

  L’organizzazione di un piccolo gruppo come quello nostro che si riunisce periodicamente in Google Meet, in questo tempo di pandemia che ci impedisce di incontrarci in parrocchia, ha fatto emergere una nuova società, che si è data nuove regole. Quelle formali, poche, le ho proposte all’inizio di questa esperienza e sono state approvate con deliberazione unanime nel corso della prima riunione in teleconferenza. Altre si sono venute consolidando nel pratica, a partire da consuetudini sociali. Consentono un dibattito ordinato in cui tutti possono dare il proprio contributo. Questa piccola società è emersa  a seguito di un accordo per raggiungere alcuni scopi, in particolare quello di continuare a dibattere di temi sociali e religiosi anche in un tempo in cui riunirci in parrocchia è pericoloso a causa dell’evoluzione della pandemia di Covid-19. Questo perché non si è partiti da una situazione di violenza sociale: si andava già d’accordo prima, in particolare perché si aderisce a una più vasta esperienza di società che è quella dall’Azione Cattolica.  Essa serve a prevenire il disordine, perché nessuno tra noi impiegherebbe la violenza per prevalere.

  All’origine di società a fini generali come gli stati vi è, invece, in genere l’esigenza di mettere fine a disordini sociali caratterizzati da violenze politiche,  "perché i cittadini non corrano alle armi"  per difendere le proprie pretese, insegnavano gli antichi giuristi romani. In questo caso le regole che fanno emergere la società sono in genere il risultato di assetti di potere determinati da quelle violenze e da transazioni tra le forze predominanti che, benché tali, non  sono (ancora) riuscite ad avere ragione ciascuna delle altre, ma sarebbero pregiudicate dal perdurare del disordine sociale determinati dai conflitti. La legge generale di ogni potere, su qualsiasi scala, è che esso tende ad espandersi finché  trova contrapposta una forza irresistibile, e allora viene a patti. All’interno  di una certa società quella forza è costituita in genere dalle regole che si sono già affermate in quella società, che possono essere formali, vale o deliberate da un centro di potere riconosciuto, o consuetudinarie, vale a dire risultanti dalla spontanea interazione sociale quando si trova più conveniente la collaborazione pacifica rispetto all’impiego della violenza. Come regola sociale consuetudinaria, con rilevante forza nonostante che non sia formalmente deliberata, si ricorda in genere, quando si studia il diritto, la moda. Ad esempio, è la società che decide come devono vestirsi gli uomini e le donne e di solito gli uomini non vanno vestiti da donne e viceversa. Ma chi lo ha deciso? Invece le regole della circolazione stradale in Italia sono state deliberate dal Governo su delega di una legge del Parlamento: sono quindi espressione di un’autorità dello stato. E, tuttavia, se non fossero generalmente osservate, come quelle della moda, ci sarebbero molti problemi, perché certamente difficilmente la repressione delle forze di polizia basterebbe a contenere un disordine generalizzato.

 Di una persona diciamo che è buona  o cattiva  da come si comporta in società, in particolare se ne osserva le regole fondamentali, non usa violenza né frode nei rapporti sociali e osserva certi doveri di solidarietà interpersonale e sociale, ad esempio in famiglia o quando serve soccorso in casi di emergenza.

  La bontà  di una società a fini generali come uno stato dipende da come e in che misura riesce ad arginare la violenza interpersonale e sociale, compresa la propria. Fin dall’antichità se ne è apprezzata anche la capacità di realizzare opere pubbliche di utilità comune.   Dal Settecento, con l’aumentare della complessità delle società in particolare per lo sviluppo tecnologico e l’aumento della popolazione, si sono sempre più venuti affermando compiti sociali di sviluppo del benessere pubblico. Tutti questi compiti sono anche previsti nei trattati della dottrina sociale  cattolica sui compiti delle istituzioni pubbliche.

 Le società con compiti settoriali, come le associazioni private, come anche l’Azione cattolica è, sono ritenute buone se riescono ad organizzare la collettività di riferimento per raggiungere  i propri scopi, ma anche in un altro senso, vale a dire se riescono a farlo senza prevaricare e umiliare i propri membri.  Nel primo senso di può parlare, allora, di buone società, nel secondo di società buone.

  La nostra Chiesa, vista nella prospettiva dello stato, è una società a fini particolari, tutti quelli che rientrano nella religione cattolica, quindi liturgia, formazione, assistenza sociale. Ma, vista nella sua prospettiva,  è una società con fini generali, organizzata come uno stato, con un proprio diritto formale, che si chiama diritto canonico. Ed è proprio come tale che partecipa alle relazioni internazionali con gli stati, ad esempio accreditando ambasciatori, che si chiamano nunzi, i quali, però, a differenza degli altri ambasciatori, non hanno solo il compito di curare le relazioni con gli stati ai quali vengono inviati, ma anche quelli di rappresentare la Santa Sede, vale a dire il Papato, nelle relazioni con gli episcopati nazionali.

  Sulla nostra Chiesa si è sviluppata anche una teologia, per il suo legame con il soprannaturale e, sotto questo aspetto, è certamente una società buona, ma anche dal punto di vista della teologia si ha consapevolezza che, nei suoi aspetti di società umana, quella bontà  è un obiettivo, non sempre una realtà.

  Storicamente la nostra Chiesa, come organizzazione umana,  non è stata sempre né una buona società  né una società buona. Non lo fu, ad esempio, quando fece giustiziare atrocemente, il 16 settembre 1560, a due passi da dove oggi lavoro, il pastore valdese Gian Luigi Pascale, arrestato mentre predicava in Calabria.

  Sta a noi influire sulla nostra Chiesa perché si manifesti buona società e società buona. La nostra Chiesa è una grande società e dunque si fa quel che si può;  il risultato non è certo nelle nostre mani: nemmeno i Papi sono riusciti, da soli, in quell’intento. L’importante  è non darsi per vinti e, soprattutto, fare pratica sociale, a partire dai gruppi minori a cui si partecipa. Ad esempio, risultati possono ottenersi più facilmente in una parrocchia e questa esperienza può servire da esempio per attività sociali su scala maggiore.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli