venerdì 15 gennaio 2021

Abbracciare

 

Abbracciare

 

 Dallo  sfiorare  all’abbracciare: questo sabato proseguiremo il dialogo sull’itinerario formativo  “Da corpo a corpo” dell’Azione cattolica.

  Lo sfiorare  e l’abbracciare  sono gesti  umani. Esprimono sentimenti e partono da emozioni. Rientrano nella sfera dell’intimità, che si ha quando una persona è ammessa da un’altra ad avvicinarsi molto, a meno di circa cm 50, che è l’area nella quale di solito, a parte certe situazioni di calca, gli esseri umani non tollerano intrusioni intenzionali. Ci sono tre situazioni in cui questo si verifica: negli atteggiamenti di cura, nell’amore, nell’amicizia e nelle relazioni parentali nel corso di eventi caratterizzati da forte emotività collettiva. Di solito, negli ambienti religiosi ci si occupa prevalentemente del primo, perché gli altri due imbarazzano. Questo si deve all’influsso che l’esperienza monacale ha avuto sulla nostra teologia. Dal punto di vista sociale è sicuramente la terza situazione quella più interessante, perché ha a che fare con la costruzione delle società: non vi è vera società senza un certo coinvolgimento emotivo. Riti e miti servono a produrlo.

  Dal punto di vista personale è però la situazione dell’amore quella più entusiasmante. Non si tratta solo di romanticherie. Ma l’amore nella nostra religione, fortemente dogmatizzata, è visto con sospetto, perché volubile, salvo che non si irrobustisca nell’amicizia, come avviene nelle relazioni coniugali di lunga durata. L’amore idealizzato dalla nostra teologia morale ha poco a che fare con la realtà, come chi l'amore  pratica sa bene.

  Per il marcato orientamento cristologico dato alla nostra formazione religiosa di primo e secondo livello del tempo del rinnovamento della catechesi, negli anni ’70, si cerca sempre di far riferimento alle narrazioni sulla vita del Maestro per costruire gli insegnamenti. In esse però, sul tema di cui ci occupiamo, troviamo raccontante più che altro numerose situazioni di cura. Egli infatti volle accreditare e spiegare il senso del suo ministero anche con gesti taumaturgici. Però volle che il gruppo che più strettamente lo seguiva si considerasse di tipo amicale:

   Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.  Voi siete miei amici se fate quel che io vi comando. Non  vi chiamo più schiavi, perché lo schiavo non sa che cosa fa il suo padrone. Vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto sapere tutto quel che ho udito dal Padre mio [Giovanni 15, 13-15]

  Le narrazioni evangeliche non mi sembrano molto dettagliate per quanto riguarda gli atteggiamenti propriamente amicali, come l’abbraccio. C’è l’episodio del bacio di Giuda e mi viene da pensare che potesse essere un costume di quella cerchia:

Intanto Giuda si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Maestro!». Poi lo baciò. [Giovanni 26,49].

  Nelle riprese televisive delle liturgie in cui i cardinali si avvicinano al Papa e tra loro, si vede che a volte mimano  lo scambiarsi di due baci sulle guance: scrivo mimano, perché non se li danno davvero. Nella formazione etica di clero e religiosi si sconsiglia l’intimità, perché è considerata pericolosa. Nella liturgia della Penitenza  e nella direzione spirituale ci si intromette abbastanza in quella sfera, ma in genere con poca efficacia, per scarsa esperienza.

  Così quando si parla di queste cose, si finisce di solito a trattare di atteggiamenti di cura, ad esempio parlando di volontariato in favore di bisognosi e sofferenti.

 In realtà sarebbe molto importante mettere a fuoco anche l’emotività di tipo amicale. Non è facile come sembra e questo perché essa, tra gli esseri umani, è veramente possibile solo in piccoli gruppi, e la Chiesa vorrebbe invece rigenerare moltitudini. Va detto che nei piccoli gruppi a volte può essere anche controproducente, generando poteri carismatici e aspettative destinate a rimanere deluse, con conseguente frustrazione. Ma soprattutto gruppi  chiusi.

 In realtà, il miracolo che talvolta scaturisce dalla nostra fede è di farci sentire  prossimi  anche degli sconosciuti: ma in realtà questo effetto è in genere frutto di una determinata formazione, che comprende una specifica spiritualità. Allora gli aspetti della cura e dell’emotività amicale si fondono in quello che con parola del greco antico nel Nuovo Testamento viene definito agàpe, che è quando in una collettività di tipo amicale ci si preoccupa di capire i bisogni degli altri e di aiutarli, in particolare dividendo ciò che si ha, come accadde nei miracoli  evangelici delle moltiplicazioni del cibo. Ciò costruisce comunità, vale a dire collettività in cui si divide e si mette in comune ciò che si ha. E comunità particolarmente coese, ma non chiuse, quindi adatte all’evangelizzazione.

Mario  Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli.