sabato 16 gennaio 2021

Noi, il corpo e il male

 

Noi, il corpo e il male

 

   Affronto il tema dell’incontro in Meet di oggi dal punto di vista esperienziale, senza scrupoli dogmatici.

   Trattando di corpo  e di abbracci  il Progetto formativo di AC “A corpo a corpo” in questa tappa ci invita a concentrarci sulla resistenza al male fisico,  proponendo il brano del Vangelo secondo Marco tratto dal capitolo 15, versetti da 21 a 37, sintetizzato come “Gesù sulla croce”. Quindi l’abbraccio  viene proposto essenzialmente come consolazione interpersonale, aggiungendo il motto “Il corpo è dono”.

  “Il corpo è dono” o “Noi siamo (anche) il nostro corpo”? Il sofferente di solito fa esperienza di quest’ultima massima.

  Naturalmente non esiste solo il male fisico, ma anche quello morale e quello sociale. E il male fisico ha due aspetti: quello del sofferente e quello di chi è legato al sofferente da relazioni che implicano l’obbligo sociale di cura. Secondo le narrazioni neotestamentarie, il Maestro subì e sperimentò il male in tutte queste forme, nel corso di una sua azione sociale con motivazioni religiose per promuovere ciò che con termine del greco antico venne definito agàpe.

  Ecco come il teologo biblico Gerhard Lohfink, nella raccolta di scritti pubblicata sotto il titolo Il Padre nostro. Una nuova spiegazione, Queriniana 2009, €9,50, anche in e-book ad €6,00, definisce l’agàpe:

 

   Gesù conduce una vita itinerante instabile attraverso Israele. E’ sempre in cammino per poter proclamare dappertutto l’inizio del regno di Dio, accompagnato dai Dodici e da un più largo gruppo di discepoli. La “sequela”  ha quindi inizialmente  un significato letterale consiste nel muoversi con Gesù attraverso Israele, senza sapere il più delle volte dove si pernotterà la sera.

[…]

 Esistono altri che non si muovono con Gesù attraverso il paese e che pure sono molto importanti per la sua predicazione, esistono cioè i sostenitori di Gesù legati ai posti: persone da lui guarite, amici, promotori, simpatizzanti, nonché tutti coloro che possiamo denominare in un senso buono persone curiose. Il nuovo, cui Gesù ha dato vita in Israele, ha bisogno di simili seguaci sedentari. Ha bisogno di simili amici e cooperatori, perché Gesù e i suoi discepoli girano volontariamente il paese senza mezzi e indifesi.

[…]

  Hanno bisogno di persone che diano loro da mangiare e procurino loro un riparo per la notte.

[…]

  Nell’Israele, che Gesù intende radunare e porre sotto la sovranità di Dio, non ci deve essere alcuna violenza e alcun guerriero di Dio. L’Israele escatologico deve essere un luogo di pace. Perciò i discepoli, quando proclamano il regno di Dio, non devono avere con sé provviste e armi. Gesù vieta espressamente loro anche un bastone, con cui potrebbero difendersi. Essi non devono portare neppure i sandali per poter eventualmente fuggire su un terreno ghiaioso. Pure in questo modo essi dimostrano la loro impossibilità di difendersi.

[…]

 A ciò si aggiunge dell’altro: i discepoli hanno abbandonato tutto - la loro casa, la famiglia, la professione. E con la famiglia, che era un’autentica grande entità, hanno abbandonato anche il padre che pianificava e provvedeva per essa. […] Ma coloro che l’hanno abbandonata non hanno più in questo senso alcun padre, per cui Gesù insegna a essi nel Padre nostro a invocare Dio come loro “Abbà”, come il loro padre amoroso e pieno di premure.

 […]

  La fiducia in dio come nel reale loro nuovo “Abbà” poggia su un terreno reale. I discepoli di Gesù possono contare sul fatto che alla sera, quando hanno bisogno di un tetto sopra il capo, troveranno sempre case pronte ad accoglierli.

  Essi vivono realmente in seno a una “nuova famiglia”.

[…]

“A ciascun giorno basta la sua pena” (Mc 6,34) […] questa orma di noncuranza non ha niente a che fare con un comportamento miope e ingenuamente irrealistico, fatto di fuga dal mondo. E, precisamente, perché non solo esiste il gruppo dei discepoli, bensì perché esistono, sparsi per il paese, simpatizzanti pronti a mettere a disposizione le loro case. I discepoli di Gesù non sono soli. Hanno amici. Possono contare su molti altri nel paese.

[…]

  La richiesta del pane del Padre nostro è pertanto tutt’altro che una domanda inoffensiva. Essa non chiede che sia garantita una sazietà borghese, non domanda neppure “il pane per il mondo”. In essa i seguaci chiedono di avere giornalmente  il minimo necessario, che fornisce loro sufficiente energia  e permette loro di dedicarsi alla predicazione.

  Indirettamente in questa domanda si tratta quindi di una nuova forma di società, di una nuova famiglia, in cui tutti si aiutano a vicenda per rendere possibile la predicazione del regno di Dio. Le comunità postpasquali denominarono questa nuova forma di solidarietà “agàpe”. Il termine “agàpe”  significa che ciascuno pensa a partire dall’altro, che ciascuno cerca di scoprire quello di cui l’altro ha bisogno e di aiutarlo in maniera corrispondente. Il fine di questa convivenza nell’agàpe è quello di rendere possibile il lavoro apostolico: permettere alla comunità di Gesù di predicare il vangelo attraverso i suoi messaggeri”.

[…]

 Neppure la domanda apparentemente così ovvia del pane quotidiano è inoffensiva. Essa presuppone infatti che si voglia la nuova famiglia di Gesù, che si voglia  la convivenza quotidiana di molti fratelli e sorelle e l’impegno reso così possibile per il vangelo.

[…]

  la precisa questione della forma e della situazione storica di un testo biblico non è un lusso, ma aiuta piuttosto a comprendere meglio il testo. Solo dopo possiamo poi trasporlo nella nostra situazione. Solo dopo possiamo domandarci: viviamo questo testo e quanto vuole dirci?

 

  Questa precisazione è molto importante, perché, solo in quella prospettiva la nostra fede è un fattore di resistenza al male, non invece come risorsa per così dire individuale,  centrata sulla psicologia personale. Anzi, di solito nelle esperienze che vengono definite  estreme,   perché profondamente destabilizzanti, sotto quel profilo la fede potrebbe risultare addirittura controproducente. La persona religiosa, di solito, all’inizio cerca di rimanere coerente con l’inquadramento dottrinale che ha ricevuto, ma spesso scopre che le è penoso, e comunque inutile. In quel tipo di situazione è meglio liberarsi di ciò che è controproducente, ad esempio dell’onere di spiegare agli altri il senso  di ciò che ci accade e quindi poi di  giustificare dal punto di vista religioso la propria sofferenza, sotto il profilo esclusivamente personale, individuale.

  L’abbraccio,  nelle sue dimensioni di  cura, amore e amicizia, è il gesto che sana  effettivamente il male in tutte le sue conseguenze, liberando in particolare da quella prospettiva individuale  in cui di solito il male confina chi colpisce, per la quale il sofferente si percepisce prigioniero del male che l'affligge. E’ il miracolo della  consolazione che assolutamente non può prodursi, mai, con le sole proprie risorse personali, ma richiede gesti altrui, anche solo immaginati. Nel consolare, chi consola dà alla persona consolata qualcosa che non potrebbe produrre da solo e a vantaggio proprio. Sembra quindi che si dia più di quello che si possiede.

  Una lettura suggestiva che esemplifica ciò che intendo è questa:

 

dal romanzo "Il seme sotto la neve" di Ignazio Silone (1900-1978)

  Lungo il corso  abitano i proprietari gl'impiegati gli artigiani; nei vicoli laterali i cafoni. A metà del corso c'è un'immensa chiesa, forse del tre o quattrocento, ma visibilmente restaurata ingrandita abbruttita da ogni successiva generazione di credenti ... Faustina prende Pietro per un braccio e l'allontana in fretta infilando il primo vicolo che capita. E' meno un vicolo che un seguito di pozzanghere; a destra e a sinistra sono casupole fetide, mura imputridite, tuguri piccoli neri che sembrano immondezzai, sulla porta donne come oscure larve. S'incontra poca gente, qualche cafone curvo silenzioso, facce ispide ossute, col passo lento dei contadini d'inverno, passo di letargo, gente pallida triste ostile. Sembrano profughi, eppure da migliaia d'anni abitano questa collina, sono essi che hanno edificato la chiesa i palazzi patrizi del corso.

  "E' il ghetto dei cristiani" spiega Pietro per rassicurare Faustina inorridita "però non temere è gente rassegnata".

  Sulla soglia d'una casuccia una madre asciuga le lagrime della figlia e ripete "Non piangere, cara, a che serve piangere?". La madre stessa però piange, e nessuno le asciuga le lagrime, nessuno le dice di non piangere...

 

  Questo rende poi l’idea del senso del volontariato, un’esperienza che in Occidente  è divenuta di massa, da quando le masse hanno conquistato un tempo sufficiente libero dal lavoro, mentre in precedenza era esperienza prevalentemente borghese. E’ dall’Ottocento che si è manifestata. In precedenza in Occidente si viveva come esperienza di solidarietà popolare quella delle  confraternite,  che però erano altra cosa. Il volontariato viene vissuto come seme di una diversa società e la prefigura, la rende effettivamente visibile nel suo principiare. Anche l’esperienza ecclesiale è qualcosa di analogo.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli