giovedì 12 novembre 2020

Problemi di costruzione sociale 6

 

Problemi di costruzione sociale 6

 

  Negli ambienti ecclesiale ho notato che il concetto di sinodalità, come criterio di organizzazione e di relazione sociale adatto a comunità di fede, viene prevalentemente inteso come una modalità per decidere collettivamente, anzi collegialmente, alternativo a quello democratico, e caratterizzato dal venir meno delle contrapposizioni dure.

 Questo, però, non è realistico, a meno di confidare che, alle lunghe, si finisca, per amore di pace, con il sottomettersi ad autorità autocratiche, come tali indiscutibili, secondo il costume delle corti del passato.

  Un’autorità è autocratica quando non è previsto che abbia una qualche legittimazione da parte della collettività decidente,  ma solo da un’autorità superiore, dal Cielo, o addirittura da nessun altro che se stessa.  Ne secondo caso si tratta di un centro di potere sacralizzato.

 In ogni società, anche in quelle in cui la libertà di pensiero e di parola non è considerata un valore per tutti, è assolutamente fisiologico  che ci si divida sul da farsi, e questo non è nemmeno un male. Nelle corti di autorità autocratiche il conflitto è dissimulato, con ipocrisia più o meno marcata, a seconda delle consuetudini di sottomissione correnti. In quel tipo di organizzazione si è nelle mani dell’autorità e, per accattivarsene i favori e  tirarla dalla propria parte, si va per vie traverse, dissimulando. E’ questo, a sentire chi vi è coinvolto, è spesso anche l’umiliante costume clericale.

  Mantenere una certa tensione dialettica tra gruppi portatori di divergenti, o semplicemente diversi, progetti d’azione, senza che nessuno possa sovrastare gli altri, potendo invece la decisione collettiva sulle questioni fondamentali solo essere condivisa, o altrimenti non essere, impedisce che il corpo sociale cada nelle mani di autorità dispotiche, come tipicamente sono quelle autocratiche.

 Una autorità è dispotica quando non ha necessità di motivare le sue decisioni e, anche quando accondiscende a farlo, non è obbligata a ciò e le sue argomentazioni non possono essere messe in discussione. La democrazia è appunto l’opposto di questa organizzazione di potere.

  In una società democratica, benché la pace sociale interna sia considerata un valore, non solo i gruppi che la compongono, ma anche ogni centro di potere, vengono tenuti in una costante tensione dialettica, organizzando procedure e garanzie formali. La risoluzione dei conflitti, in modo che non si arrivi alla disgregazione sociale, viene raggiunta nel dialogo ragionevole  e proceduralizzato, quindi ripudiando il metodo della violenza di sopraffazione, anche solo morale. Sulle questioni fondamentali si preferisce lo stallo, che è quando non si raggiunge un accordo e non si va avanti, in attesa del perfezionamento successivo di un equilibrio soddisfacente per tutti. Sulle altre si conviene che prevalga, ma non definitivamente, il principio di maggioranza, senza tuttavia che la minoranza sia tacitata.

  Comunque, anche in condizione di stallo, una società democratica, essendo pluralista, continua sempre a funzionare, non necessitando di essere regolata in tutto da un’autorità. Essa produce, nelle sue dinamiche, un diritto, un’organizzazione che viene da intese particolari, le quali, estendendosi e affermandosi come vantaggiose, aumentano il loro credito.

  Una società democratica si regge, come anche avviene nelle organizzazioni ispirate alla sinodalità, sulla condivisione molto ampia che la disgregazione della collettività, quindi l’abbandono delle procedure e dei principi che prevengono e ostacolano la sopraffazione, non convenga ai consociati, aprendo inevitabilmente alla sopraffazione violenta della lotta di tutti contro tutti. La differenza è che le divergenze in un’organizzazione democratica vengono portate alla luce e se ne discute liberamente.

  Non si tratta solo di adesione a certe formalità, ma anzitutto ad un sistema di valori, quindi di orientamenti forti sull’azione sociale, secondo i quali la pace sociale e il benessere diffuso sono preferibili alla legge della violenza del più forte. Potrebbe sembrare naturale che questa tendenza si inserisca bene in vite ispirate ai principi cristiani, ma non è detto che sia così, e, anzi, storicamente in prevalenza non è stato così. Fortunatamente non ci è dato di tornare indietro nella storia: quella dei cristiani è stata terribile fin dalle origini e, in prevalenza, è stata preda della sopraffazione. Ma non c’è da avvilirsi, perché così è stata l’umanità in genere e oggi la brutalità dei tempi passati è di solito  ripudiata nell'Occidente in cui viviamo (non dovunque, non da tutti).

  Nonostante il gran discorrere che in religione si fa di agàpe, quindi di un forma idealizzata di convivenza pacifica e solidale, caratterizzata da reciproca sollecitudine, nella quale si ritiene consistere addirittura il fondamento della nostra fede, tanto che è scritto che esso è agàpe, storicamente le prassi sociali nelle nostre Chiese, per quasi duemila anni, e ciò fin dalle origini, si sono piuttosto discostate da quel principio, e problemi di questo tipo si manifestarono  anche nella prima ristrettissima cerchia degli apostoli peregrinanti al seguito del Maestro, nella quale maturò un tradimento omicida, che è tutto dire.

  Se a quell’epoca e in quel gruppo, sotto la luce della predicazione del Maestro non si riuscì ad essere veramente sinodali, nel senso di come oggi si vorrebbe esserlo, si capisce chiaramente che quell’obiettivo è fuori anche della nostra portata, tanto più che ai nostri tempi abbiamo costruito culturalmente  anche su quella storia tragica a cui ho accennato e fatichiamo ad affrancarcene, nel faticoso lavoro chiamato  purificazione della memoria.

  E’ diverso se, invece, si vuol essere sinodali nel senso di non rinunciare, per nessun motivo ed anche nelle divergenze e nei contrasti accesi su varie questioni particolari, ad un atteggiamento sociale amicale di fondo, che comprende la sollecitudine benevola verso gli altri e l'arrestarsi prima di far loro veramente male o di atterrarli moralmente , nonostante l’eventuale diversità di opinioni.

  Ma in religione, ancor oggi, i contrasti spesso si radicalizzano, quando gli uni  ritengono di essere i veri portavoce del Cielo, e gli altri pure: si tratta di ciò che viene chiamato sacralizzazione e che rende irriducibili i conflitti e tenta al tutto per tutto. In quest’ordine di idee, infatti, l’altro che diverge diventa un fattore sociale inquinante letale, da tagliare come ai tempi nostri si fa con i tumori maligni. Questa violenza viene concepita come una sorta di medicamento  sociale o, come fu nell’ideologia nazista, come una disinfestazione.

 In democrazia, si evita quella degenerazione desacralizzando,  o altrimenti detto  secolarizzando, le divergenze, riportandole alla loro realtà profana, considerandone l’effettiva incidenza sociale, senza inutilmente drammatizzare, e in tal modo, in genere, trovando anche modi di convivenza nella diversità. La secolarizzazione  è connaturata alla democrazia e significa rifiutare di strumentalizzare la religione.

 Spesso, invece, nell’idea di sinodalità  è compreso un rifiuto di una società che esprima diversità e autonomie, per cui finisce per essere un modo attenuato di imporre l’ubbidienza, che è l'osservanza  per sottomissione. In democrazia, l’ubbidienza, come sostenne Lorenzo Milani, non è più  un virtù, ma la più subdola delle tentazioni.

  La tragica storia della nostra Chiesa, che dovrebbe rientrare anche nella formazione di base, in genere per quel poco ce si fa inquinata dall’apologetica, dall'agiografia (soprattutto dei Papi negli ultimi due secoli,  e addirittura dalla franca propaganda autoritaria, dimostra chiaramente che molte delle posizioni che vennero contrastate aspramente e sanguinosamente, con inflizione di reciprochi anatemi (formule di maledizione) e di tanta sofferenza, una consuetudine che risale ai primi agitati e intolleranti secoli della nostra fede, sono  poi risultate assolutamente conciliabili in una convivenza rispettosa dell’altrui dignità e pretesa di sopravvivere nella diversità, e, nel dialogo più intenso e costante consentito da questo modo di relazionarsi che ha consentito di intendersi meglio, perfino apprezzabili.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli