mercoledì 11 novembre 2020

KÜNG Hans, “Religioni universali – pace mondiale – etica mondiale” - Sintesi della conferenza tenuta nell'Aula Magna dell'Università degli Studi di Genova il 28 Novembre 2001 e organizzata dal Dipartimento di Filosofia in collaborazione con l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e il Consolato Svizzero.

 

KÜNG Hans, “Religioni universali – pace mondiale – etica mondiale” - Sintesi della conferenza tenuta nell'Aula Magna dell'Università degli Studi di Genova il 28 Novembre 2001 e organizzata dal Dipartimento di Filosofia in collaborazione con l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e il Consolato Svizzero. Il testo integrale della conferenza, a cura del Prof. Giovanni Moretto, è statp  pubblicato all'interno della Serie di Testi e Studi "Ethos e Poiesis" presso l'editore "Il melangolo". La presente stintesi è curata da Alberto Pirni

 

1. L’anno internazionale del Dialogo tra le civiltà

  Tra le realizzazioni più notevoli di questo secolo vanno annoverati l’ammissione della necessità e dell’importanza del dialogo e il rifiuto della forza, la promozione della comprensione in campo culturale, economico e politico, e il consolidamento delle fondamenta della libertà, della giustizia e dei diritti umani. L’instaurazione e il miglioramento della civiltà, sia a livello nazionale che a livello internazionale, dipendono dal dialogo tra società e civiltà rappresentanti vedute, inclinazioni e approcci diversi.

  Gli orribili avvenimenti dell’11 settembre 2001 hanno manifestato in un modo crudele che il pensiero e l’azione politica oggi devono prendere in seria considerazione certi aspetti politici, economici, culturali e religiosi. I terroristi non hanno attaccato luoghi simbolici della cristianità o di un’altra religione, bensì edifici che sono simbolo del potere economico e militare degli Stati Uniti. Per combattere il terrorismo non basta bombardare un paese povero come l’Afghanistan. Si dovrebbe riflettere di più sulle radici del terrorismo: – sulla lunga storia del colonialismo e dell’imperialismo occidentali; – sul problema della Palestina e – sulla presenza delle truppe americane sui luoghi santi dell’Arabia. Ma non abbiamo a questo proposito a che fare con un conflitto di civiltà?

2. Guerra di civiltà?

  Samuel P. Huntington, Direttore dell’Institute of Strategic Studies della Harvard University, ha ragione quando nel suo importante saggio del 1993 "The Clash of Civilizations?" afferma che delle contese territoriali, degli interessi politici e della concorrenza economica le rivalità etnico-religiose costituiscono le strutture sotterranee, continuamente presenti, da cui i conflitti politico-economico-militari possono sempre venire giustificati, ispirati e inaspriti. Concordo nel ritenere che esse costituiscono la dimensione culturale profonda, continuamente presente in tutti gli antagonismi e conflitti dei popoli e perciò non devono in nessun caso venire trascurate.

In breve, Huntington ha ragione su due punti decisivi: a) alle religioni va attribuito un ruolo fondamentale; b) le religioni non tendono verso un’unica religione, ma piuttosto a mantenere il loro potenziale conflittuale.

Ma, una volta riconosciuti i meriti di Huntington, devo ora formulare il mio dissenso di fondo che si articola fondamentalmente in tre punti:

i) la "clash theory" è troppo semplicistica: tematizza solo i conflitti fra civiltà e non tiene conto dei conflitti interni alle singole civiltà;

ii) la "clash theory" favorisce un pensiero in blocchi: delimita le "civiltà" come se fossero dei monoliti e non ci fossero in molte situazioni delle sovrapposizioni, degli intermezzi e persino delle fusioni tra le diverse culture;

iii) la "clash theory", infine, non prende in considerazione gli elementi comuni: ovunque egli sottolinea gli antagonismi tra le culture senza riflettere sugli elementi comuni, come ad esempio gli elementi comuni esistenti nella cristianità, nell’ebraismo e nell’Islam.

3. L’alternativa: dialogo e pace tra le religioni

  Se tali conflitti tra civiltà e religioni fossero realmente inevitabili, l’avvenire dell’umanità non potrebbe che presentarsi estremamente fosco: se in futuro i conflitti dovranno essere primariamente conflitti tra civiltà, allora essi si presenteranno come dati naturali, e perciò anche inevitabili: in questo caso l’avvenire dell’umanità dovrebbe essere costantemente e senza fine la guerra.

  È necessario pensare un’alternativa. I conflitti di civiltà possono e devono essere evitati. È da questo punto di vista necessario sviluppare una più profonda comprensione dei presupposti religiosi e filosofici che stanno alla base delle altre civiltà e delle vie per cui un popolo individua il proprio interesse in tali civiltà. Ho posto le fondamenta teoriche di questa alternativa già nel mio libro del 1984 "Cristianesimo e religioni universali" (trad. it. di G. Moretto, Milano, 1984) con lo slogan "No world peace without religious peace". Per oltre un decennio il mio punto di partenza è stato: "Non c’è pace tra le nazioni senza pace tra le religioni. Non c’è pace tra le religioni senza dialogo tra le religioni". Proprio tre religioni come l’ebraismo, il cristianesimo e l’Islam, che storicamente si sono di continuo confrontate tra loro, hanno nondimeno in comune numerosi aspetti di fede e ancor più di etica.

4. Mancanza di orientamento – un problema mondiale

  In senso generale si lamenta spesso un vuoto di orientamento: nonostante, e in parte anche a causa della globalizzazione, viviamo in un tempo lacerato dal punto di vista politico-religioso, pieno di guerre e conflitti e insieme povero di orientamento; in un tempo in cui molte autorità morali hanno perduto credibilità; in un tempo in cui molte istituzioni sono cadute nel vortice di una profonda crisi di identità; in un tempo in cui molti criteri e norme hanno incominciato a vacillare, così che molti, anche giovani, non sanno più che cosa sia bene e male nei diversi campi della vita.

  Questa è la nostra fondamentale indicazione per questo passaggio epocale: c’è bisogno di un’etica elementare, comune a tutti gli uomini, un’etica dell’umanità che pervada la cultura, un’etica mondiale (Weltethos). Ciò vale sia nel piccolo che nel grande: se vogliamo che abbia successo la convivenza delle nazioni, abbiamo bisogno di una nuova politica della responsabilità: al di là sia dell’immorale Realpolitik che della moraleggiante Idealpolitik. Una politica della responsabilità presuppone una disposizione etica, ma s’interroga sulle possibilità e sulle conseguenze dell’agire politico.

Ma con questo è anche già manifesto che l’espressione "etica mondiale" non denota, in realtà, una nuova ideologia mondiale, una nuova cultura dell’unità mondiale, tanto meno il tentativo di una uniforme religione dell’umanità.

  L’etica mondiale è piuttosto un elementare consenso di fondo su alcuni valori vincolanti, criteri irrevocabili e atteggiamenti di fondo personali, che vengono affermati da tutte le tradizioni religiose ed etiche dell’umanità e devono essere condivisi di comune accordo da credenti e non-credenti, da persone religiose e non-religiose.

  E nessuno può oggi dubitare che proprio nell’epoca della globalizzazione sia assolutamente necessaria un’etica globale. Infatti una globalizzazione dell’economia, della tecnologia e della comunicazione comporta anche una globalizzazione dei problemi che, a livello mondiale, minacciano di travolgerci. Ciò non vale soltanto per i problemi globalizzati dell’ecologia, ma anche per quelli del crimine globalizzato, del commercio globalizzato della droga – per non parlare qui di complessi ambiti problematici come la tecnologia genetica o la tecnologia atomica. In una simile epoca è urgentemente necessario che la globalizzazione di economia, tecnologia e comunicazione venga sostenuta da una globalizzazione dell’etica.

5. Verso un’etica mondiale vincolante

  Ma, in fondo, è possibile elaborare e formulare un’etica globale? Le norme etiche delle diverse nazioni, culture e religioni non sono tra loro incompatibili? Naturalmente esse differiscono tra loro su molti punti concreti. D’altra parte ho scoperto che alla base di tutte le grandi tradizioni etiche e religiose dell’umanità si possono trovare molti elementi comuni.

  Esistono tre documenti molto importanti, che testimoniano una sensibilità e una convergenza internazionali su questo punto: la "Dichiarazione per un’etica mondiale" (Chicago, 1993); la "Dichiarazione universale delle responsabilità umane" (1997); "Appello alle nostre istituzioni direttrici" (Città del Capo, 1999).

6. Un nuovo paradigma di relazioni internazionali

  Ad onta di tutte le difficoltà e guerre che hanno caratterizzato l’ultimo secolo, non possiamo trascurare il lato positivo del XX secolo: non soltanto nell’Unione Europea, ma nell’intera OECD (Organization of Economic Cooperation and Development) non c’è stata per mezzo secolo una sola guerra nella vasta area che va da Berlino e Londra a Tokyo e Sydney. Qui è già visibile quello che chiamiamo un nuovo paradigma di relazioni internazionali.

  Questa nuova globale costellazione politica richiede un cambiamento di mentalità, che ovviamente raggiunge livelli più profondi di quelli della politica del giorno-per-giorno. Non si devono continuare a vedere le differenze nazionali, etniche e religiose come una minaccia, vanno viste piuttosto come possibilità di arricchimento. Mentre il vecchio paradigma pensa in termini di avversari, il nuovo paradigma non ha più bisogno del nemico: esso vede invece nell’altro un partner, un competitore, o nel peggiore dei casi, un oppositore in una comune situazione di gioco, inteso come una pluralità di somme, nel quale tutti sono vincitori.

  Naturalmente tale nuovo paradigma richiede un consenso sociale su valori, diritti e doveri fondamentali. Questo consenso fondamentale deve essere ripartito tra tutti gli elementi della società, tra credenti e non credenti, tra gli aderenti di tutte le religioni, filosofie e ideologie che si trovano nella società. L’etica globale non è però orientata verso una responsabilità collettiva che diminuisca la responsabilità individuale. L’etica globale rivolge la responsabilità individuale di ogni membro della società verso il suo posto concreto in quella società; in particolare, naturalmente, essa dirige la responsabilità personale dei leaders politici.

  Ma non si deve parlare soltanto dei nostri leaders politici; questa è facilmente una scusa per evitare la responsabilità individuale di ciascuno. Ovviamente, il libero riconoscimento personale di una tale etica comune non esclude, bensì include la possibilità di un supporto giuridico nelle applicazioni particolari – di qui la creazione di diritti rivendicabili giuridicamente. L’attuazione dell’etica globale non dipende dalle organizzazioni o dai leaders, dipende invece da ciascuno. Ciascuno può cercare di realizzare la Regola Aurea in famiglia, in una comunità, in un istituto, in un posto di lavoro, in una nazione, tra gruppi etnici.

7. L’etica mondiale all’ONU

  Ciò che conclusivamente mi preme sottolineare è che, ai nostri giorni, le religioni tornano a presentarsi come attori nella politica mondiale. È vero, nel corso della storia le religioni hanno spesso mostrato il loro volto distruttivo. Esse hanno provocato e legittimato l’odio, l’ostilità, la violenza, anzi, le guerre. Ma in molti casi hanno provocato e legittimato l’intesa, la riconciliazione, la collaborazione e la pace. Negli ultimi decenni sono nate di continuo e si sono consolidate nel mondo iniziative di dialogo interreligioso e di collaborazione tra le religioni. In questo dialogo le religioni del mondo hanno riscoperto le loro proprie asserzioni etiche fondamentali: hanno sostenuto e approfondito quei valori etici secolari che sono contenuti nella Dichiarazione universale dei diritti umani.

  Nel Parlamento delle religioni universali di Chicago del 1993 oltre duecento rappresentanti di tutte le religioni del mondo hanno dichiarato per la prima volta nella storia il loro consenso su alcuni valori, modelli e comportamenti comuni come base di un’etica mondiale, che poi vennero raccolti nel rapporto stilato dal gruppo di cui anch’io faccio parte – insieme, fra gli altri, a Richard von Weizsäcker, Jacques Delors, Hanan Ashrawi, Nadine Gordimer, Javad Zarif, Amartya Sen – per il Segretario Generale e per l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

  Quale allora la base per un’etica mondiale, che gli uomini possono condividere alla luce di tutte le grandi religioni e tradizioni etiche? Anzitutto e fondamentalmente il principio dell’umanità: "Ogni uomo – maschio o femmina, bianco o di colore, ricco o povero, giovane o vecchio – deve venire trattato umanamente". Ciò è espresso più chiaramente nella "Regola Aurea" della reciprocità: "Quello che non vuoi che sia fatto a te, non farlo ad altri".

Questi principi vengono sviluppati in quattro ambiti centrali della vita e invitano ogni uomo, ogni istituzione, ogni nazione ad assumere la propria responsabilità,

– per una cultura della non violenza e del rispetto di ogni vita;

– per una cultura della solidarietà e di un giusto ordine economico;

– per una cultura della tolleranza e di una vita nella veracità;

– per una cultura della parità dei diritti e della solidarietà tra uomo e donna.

  Proprio nell’epoca della globalizzazione è assolutamente necessario un tale ethos globale. Infatti la globalizzazione dell’economia, della tecnologia e della comunicazione implica anche una globalizzazione dei problemi del mondo intero, problemi che minacciano di sopraffarci. La globalizzazione ha dunque bisogno di un ethos globale, non come peso supplementare, bensì come fondamento e aiuto per gli uomini e per l’intera società civile.

 Genova, 28 novembre 2001

 Per un approfondimento delle tematiche qui presentate e per un’informazione completa circa le attività del Centro di Ricerca diretto e coordinato dal Prof. Dr. Hans Küng si veda il sito: http://www.weltethos.org.