martedì 24 novembre 2020

Problemi di costruzione ecclesiale 8

 

Problemi di costruzione ecclesiale 8

 

  La pratica della democrazia è faticosa. Si tende ad essere ben disposti verso gli altri finché non li si ha troppo vicino. Anche nella nostra mente, da dove ci viene lo spirito e ciò che ne consegue, siamo viventi naturali e, in natura la democrazia certamente non c’è, c’è solo la violenza del più forte che detta legge e si impone, e questo anche se siamo viventi sociali. Si formano gerarchie che durano fino a che un certo assetto di potere basato sulla forza riesce ad essere imposto.  Dunque, la forza esercita una certa fascinazione anche sullo spirito, che però può prendere ad affrancarsene, e allora, staccandosi dalla spietata legge di natura, si progredisce in umanità.

  Accade così, ad esempio, nei giochi dei fanciulli.

  La democrazia è un sistema organizzativo molto più sofisticato: in tutti i sensi un prodotto spirituale, non per nulla ne furono maestri gli antichi ateniesi, ai tempi della loro più grande filosofia. Però accade che non venga sempre compresa dal popolo, che tende in genere ad interpretarla come la legge della maggioranza.

  Se così fosse, non ci sarebbe in fondo nessuna differenza  rispetto alla legge di natura, dove il gruppo tende a prevalere sui singoli e i gruppi più numerosi sui gruppi minoritari. E’ questo il presupposto di chi, in religione, vorrebbe mantenere negli spazi pubblici  certi segni religiosi per il fatto che la nostra  è ancora la religione dichiarata dalla maggioranza delle persone.

  In realtà, la caratteristica fondamentale della democrazia, come ai tempi nostri la si intende,  è quella di limitare il dispotismo dei pochi, certi, ma anche quello delle maggioranza, consentendo il perdurare di manifestazioni di dissenso e anche una certa libertà di stili di vita, e questo anche dopo che una procedura basata sul principio maggioritario  abbia prodotto una deliberazione collettiva.  Quest’ultima non può arrivare  a impedire un certo livello di libertà di azione e di espressione e deve, comunque, mantenersi revisionabile, rivedibile. L’attributo dell’infallibilità, che comporta che una decisione non si possa più discutere, è incompatibile con i principi democratici.

  E’ il sistema delle garanzie personali e per le minoranze che caratterizza la democrazie come oggi viene interpretata in Occidente. E questo anche se in Europa e altrove si stanno manifestando tendenze politiche verso forme di democrazia totalitaria, dove gli spazi di dissenso per chi è in minoranza vengono molto ridotti e, soprattutto, si va verso l’arbitrio delle maggioranza, nel senso che nessuna decisione è loro preclusa.

  Naturalmente c’è da chiedersi  a che punto quel tipo di democrazia cessi di essere tale, per trasformarsi in autocrazie, vale a dire in un regime che non richiede né ammette una qualche legittimazione dalla base, per quanto vasta essa sia.

   Per come vanno le cose nella nostra epoca, la democrazia totalitaria si basa più che altro su plebisciti, vale a dire su procedure di decisione collettiva in cui si legittima un certo gruppo di potere, o addirittura un singolo personaggio che ne è la figura più rappresentativa, con un  o con un no, senza prendere in esame una qualche decisione su temi pubblici.  In questo modo viene meno un elemento molto importante della democrazia, che è costituito dalla  possibilità di un dibattito sociale  tra parti che sostengono diversi orientamenti su un certo tema, su una certa decisione sulle cose da fare, non solo per decidere chi debba farle. Il suo esercizio era fondamentale nell’antica democrazia degli ateniesi, ma a quell’epoca era riservato alla stretta cerchia dei cittadini liberi da lavori cosiddetti servili, quindi di coloro, tutti uomini adulti, che avevano nelle loro mani altri che costituivano la mano d’opera occorrente per quei lavori, pur sempre necessari per vivere ma che sottraevano tempo al discutere sui temi pubblici.

  Le democrazie moderne vollero estendere molto questa possibilità di partecipare alle decisioni pubbliche, e, a seguito dei moti di ispirazione socialista, si volle addirittura elevare tutta la popolazione a quella funzione pubblica.  Questo però richiede una formazione, che comprende un tirocinio pratico, come si faceva per il figli di re, per prepararli alla futura sovranità.

  Certo, il plebiscito è più semplice: produce una divisione tra chi appoggia un gruppo di potere e chi no e tra le due fazioni non c’è dialogo, perché i capi fidelizzano gli altri e la vietano. Ma fatalmente questo modo di procedere, che formalmente consente ancora alla gente di compiere un atto, con il voto al plebiscito, che esprime una qualche partecipazione alla vita pubblica, produce alla lunga una emarginazione dei più e il consolidamento del potere intorno ad oligarchie di pochi, vale a dire a cerchie ristrette.

  Uno dei rimedi più efficaci per ovviarvi  è stabilire la temporaneità degli incarichi pubblici, l’obbligo di presentare per l’approvazione un qualche rendiconto dell’attività svolta e il divieto di insediare il proprio successore, dando luogo ad un principio di dinastia.

  Nell’evoluzione totalitaria della democrazia, questi limiti sono spesso elusi, ad esempio facendo solo formalmente un passo indietro allo scadere del tempo assegnato per ricoprire una certa carica, lasciando propri fedeli al vertice, in attesa di ricollocarsi dopo un certo tempo al posto di prima, o costituendo i collegi di verifica dei propri rendiconti mettendovi persone compiacenti.

  Tutte questa dinamiche, che si osservano nell’evolvere degli assetti degli organi costituzionali degli stati, si producono anche nel governo di società molto più piccole, fino ad arrivare a quelle di prossimità, ad esempio un’associazione di quartiere, un condominio, un circolo sportivo, un gruppo di fan  di un qualche artista, o, per arrivare a noi, una parrocchia. Procedendo verso dimensioni più piccole, cambia il livello di istituzionalizzazione delle relazioni e delle procedure, ma spesso possiamo vedere l’emergere di posizioni di potere che tendono a dimensioni plebiscitarie e totalitarie e, per altro verso, assistiamo ad una resistenza della base che reclame più partecipazione e decisioni più condivise.  Chi comanda, allora, ribatte che procedure più partecipate prendono tempo, e spesso non riescono a procedere a causa di contrapposizioni insanabili, che spesso degenerano in rancori  personali.

 In effetti non se non si fa sufficiente  pratica di democrazia divenendone abili, non tanto nel solo votare, ma nell’argomentare per convincere non limitandosi a tentare di sovrastare, è proprio quello che accade.

  Nei gruppi più piccoli, poi, come può accadere in uno dei nostri “gruppi giovani”, la capacità personale di influenzare gli altri, il carisma, che può dipendere  da tanti fatti individuali, forza, bellezza, eloquenza, spigliatezza, stili diretti, una certa capacità di iniziativa, un carattere estroverso, precedenti relazioni sociali, può portare al consolidamento di un centro di potere personale che dà la linea ed è insofferente del ricambio.

  E nelle società umane una qualche organizzazione è sempre preferita a nessuna organizzazione o alla pura anarchia. Quest’ultima si ha quando in una collettività la pressione dei gruppi sui singoli è minima e viene mantenuta tale, ma tuttavia ci riesce ad organizzare lo stesso in una rete di relazioni libere. Il problema è però l’imprevedibilità del futuro in quei rapporti: proprio per ovviarvi nelle società umane si produce l’istituzionalizzazione, vale a dire la loro formalizzazione, la loro ritualizzazione, stabilendo chi può e deve fare cosa, e i metodi, i tempi, le forme in cui si deve agire.

 Certo, un capo autocratico è più veloce nelle decisioni, ma ha una visione limitata, e questo anche se fa riferimento a dei consiglieri. Infatti si tratta pur sempre di gente sua, che è stata messa a far da consigliera da lui e ce sa che lui può revocarla a suo arbitrio, propri perché è un autocrate.  Per valutare realisticamente i pro  e i contro  di una decisione è necessario esaminare la  situazione e le sue prospettive in un dialogo libero e franco, in cui non si cerchino solo conferme, altrimenti le controindicazioni vengono sottovalutate o addirittura nascoste per non contrariare chi comanda.

  La grande storia è, in questo, veramente maestra di vita. L’insegnamento della storia è tra i più importanti dei corsi di studi di formazione primaria e secondarie, quelli nei quali si punta ancora a dare una consapevolezza generale del corso degli eventi. Mai si dovrebbe buttare o vendere  i libri di storia che si studiano a quell’età. Sono molto importanti anche nella formazione religiosa, nella quale, sul finire del Millennio scorso e in vista del Grande Giubileo dell’anno 2000 fummo guidati da san Karol Wojtyla – papa Giovanni Paolo 2°, in quel lavoro che egli definì purificazione della memoria e che consiste nello staccarsi, acquisendone realistica consapevolezza, da ciò che la storia ha prodotto di male, da ciò che ci è divenuto inaccettabile in termini di sofferenza umana e non deve essere ripetuto. Non è solo un giudizio di natura etica ma, sempre, anche di natura politica, perché si vuole imparare dalla storia, un grande laboratorio sociale, per capire come governare le nostre società.  Non riguarda il passato se non nella memoria, perché il passato non può essere modificato né veramente riprodotto, ma il futuro delle nostre società.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli