lunedì 23 novembre 2020

Difficile agàpe

 

Difficile agàpe

 

 L’agàpe, che traduciamo di solito con carità ma che è molto di più di ciò che questa parola intende in italiano, è il tipo di società che corrisponde al senso della vita come la si intende nelle nostra fede. E’ il Fondamento, come è scritto, la cosa più grande  tra quelle che rimangono. Agàpe  è un termine del greco antico, la lingua del Nuovo Testamento, quella con cui ci si narra del Maestro e dei suoi insegnamenti. La saggezza della fede ci viene di lontano, da popoli ed epoche lontani. Anch’essa, agàpe,  traduce ciò che veniva detto in un’altra lingua, parlata nella Palestina di duemila anni fa. Intenderne il significato è molto importante perché si riferisce all’essenziale della fede. Potremmo azzardare a proporre: amicizia fraterna. E’ l’argomento dell’ultima enciclica di papa Francesco, che abbiamo iniziato ad approfondire nel nostro gruppo di Azione Cattolica. Significa stare in società prendendosi cura attivamente degli altri. Un bell’ideale, da dire. Alcuni ne parlano come di un sogno, perché sanno che ancora non lo si vive se non per tempi e in ambienti limitati.

  La nostra mente è capace del concetto, di pensare il reale e di tradurlo in parole. Ma l’immagine non corrisponde mai veramente alla realtà, ne è solo un’interpretazione. Così, sui concetti ci si può dividere all’infinito e non si arriva mai veramente a nulla di stabile. Si produce solo cultura, costumi, modi di pensare appunto, e le culture umane variano con le società di riferimento  e secondo le epoche storiche.

 Per l’agàpe  è diverso perché essa non è concetto, è realtà. E’ un linguaggio universale e veicola il centro e il soprannaturale della nostra fede: così rende eterna la nostra vita, ha insegnato ieri il Papa nell’omelia nella Messa che ha celebrato il San Pietro. Ognuno intende l’agàpe: riconosciamo l’amico, riconosciamo il fratello, proprio da essa.

  L’agàpe  è profondamente umana perché in natura non c’è: anche proprio per questo la viviamo come soprannaturale. In natura i fratelli combattono tra loro fin da quando succhiano il latte dalla madre e l’amicizia è sempre precaria. L’agàpe  rimane, è scritto, ma nulla rimane veramente in natura, nella quale tutto scorre, cambia, lo avevano teorizzato antichi filosofi greci. Così praticare l'agàpe, che è poi l'unico modo di capirla per poi anche pensarla e intenderla nel suo senso infinito, richiede anche uno sforzo e delle scelte, ci eleva sulla natura spietata intorno a noi, ma a prezzo di una certa fatica per essere diversi.

  Se ci si distrae, si ricade nella natura da cui originiamo e di cui ancora siamo fatti.

  Accade anche nella vita parrocchiale, accade anche tra noi.

  Sono incredibili le asprezze di cui si è capaci anche in un ambiente di prossimità come la parrocchia, in cui essere amici sembrerebbe più semplice che in certe corti. Ognuno ha la sua idea di che cosa si dovrebbe fare e pretende che si faccia come vuole lui. Naturalmente il suo contributo in genere rimane questo: un po’ di mormorazioni chiacchierando a tempo perso, nulla di concreto. E, poi, visto che producendo solo aria fritta, come si dice, droplet  più velenoso di quello  inquinato da Covid 19, poi non succede null'altro che quella chiacchiera cattiva, allora gli prende la nostalgia dei tempi passati, dimentico dei problemi che avevano, di quando, ad esempio, il quartiere ci guardava in cagnesco e non ci portavano più i bambini per il primo catechismo.

  Manca un’educazione alla vita democratica che proprio sull’amicizia fraterna si deve basare, nonostante che molti la diffamino pensandola come un’assemblea di condominio, in cui ognuno tenta di fare il proprio interesse a scapito degli altri. Non condomini o soci dovremmo essere, ma amici fraterni, insegna il Papa nell’enciclica ispirata a Francesco d’Assisi. Ma quanti problemi ebbe quel santo, un secondo Cristo  veniva detto, proprio con quelli che dicevano di volerlo seguire, avevano preso a vestirsi e a farsi la tonsura in testa come lui, e anche a parlare come lui! Lasciò scritto che la miglior letizia per lui era arrivare ad un convento con un tempaccio, stanco e infreddolito, e venirne scacciato a bastonate. Evidentemente gli era capitato.

  Da questo bastonare i santi riconosco i tremendi costumi religiosi di sempre. Li riconosco anche fra noi, di questi tempi, dalle chiacchiere cattive contro il parroco che girano.

 Io ricordo bene il passato e ne temo il ritorno.  Ne potete trovare memoria proprio su questo blog, che iniziai nel gennaio 2012, appunto di quei tempi.

 Il Papa ci ha messo in guardia dal fantasticare le soluzioni per le difficoltà d'oggi ricostruendo il passato. Siamo discepoli di una fede che promette di far nuove tutte le cose.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.