martedì 17 novembre 2020

Sintesi, dell’articolo di Maurizio Bettini dal titolo "Contro le radici - Tradizione,identità, memoria" apparso su Il Mulino,n.393, 2001, p.6 -

 Sintesi,  dell’articolo di Maurizio Bettini dal titolo "Contro le radici - Tradizione,identità, memoria"   apparso su Il Mulino,n.393, 2001, p.6 - Il testo tra parentesi quadre è mio.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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  Quando si vuole indicare la tradizione culturale di un gruppo o di un paese, infatti, l'immagine più ricorrente è quella delle radici. [L]e immagini non sono oggetti neutri, anzi molto spesso hanno la capacità di condizionare fortemente la nostra percezione della realtà...Questa immagine ha infatti la capacità di suggestionare fortemente qualsiasi discorso su identità e tradizione, permette di sostituire il ragionamento direttamente con una visione. Nessuno ha mai visto la propria tradizione, ma tutti nella loro vita hanno visto delle radici.

[A]nche il più accanito dei tradizionalisti avrebbe difficoltà a dirci quale tradizione effettivamente intenda come la "vera" tradizione del gruppo, e da che cosa  sia concretamente rappresentata per lui questa astratta tradizione. Ecco il motivo per cui è molto meglio spostare tutto sul piano della
metafora. [Rimangono] difficoltà quando si vuol dare una definizione esplicita della propria tradizione (e di conseguenza, della propria identità).

 [Raccontano Cicerone e Senofonte che] una volta che gli ateniesi [mandarono] a Delfi un'ambasceria. Chiesero infatti ad Apollo quali riti sacri dovessero conservare e quali no. L'oracolo  rispose così: “quelli conformi al costume degli antenati”. Gli ateniesi, dopo aver riflettuto
sulla risposta che aveva ricevuto, decisero di tornare a consultare il dio. [C]hiesero a quale costume dovessero specificamente attenersi fra i molti e diversi. L'oracolo rispose: “al migliore”. La vera tradizione, il vero costume degli antenati non può essere indicato da nessuno per il semplice motivo che, come gli ateniesi sapevano bene, il costume degli antenati era cambiato molte volte nel corso del tempo. L'oracolo non può che fare appello alla capacità di discernimento dell'interrogante. Se l'oracolo fosse stato meno saggio e più retoricamente astuto,  avrebbe risposto agli ateniesi in questo modo: "tenetevi alle vostre radici!".

 [Fra i diversi tipi di metafore] un posto di rilievo spetta a quello che procede dagli esseri animati a quelli inanimati, attribuendo con ciò caratteristiche "vitali" a oggetti e concetti che di vivo non avrebbero proprio nulla. [Q]uando si designano con il termine di radici concetti
astratti come la tradizione si fa per l'appunto questo: si procede dall' "animato all'inanimato", introducendo la vita là dove di per sé non ci sarebbe.

La retorica classica sapeva bene quanto sia importante la "enàrgeia", la "evidentia",  ovvero quello splendore della visione immediata, suscitata davanti alla mente dell'ascoltatore. L'immagine delle "radici" contiene in sé la pretesa di essere gli unici veri figli di una certa terra, superiori a coloro che vi sono semplicemente sopraggiunti. [U]na visione del mondo  in cui tradizione e identità divengono caratteristiche che si respirano con l'aria dei luoghi natii.

  Difendere la tradizione e l'identità di un certo gruppo, significa proteggerne il suolo da possibili contaminazioni. [S]imili costellazioni simboliche possono direttamente trasformarsi in strumenti di
morte. Un'immagine orizzontale e parallela della tradizione potrebbe educarci all'idea che essa non costituisce un viluppo verticale di "radici" quanto un insieme relativo e alternativo di modi di vita. La tradizione infatti è prima di tutto qualcosa che si apprende. Senza un continuo lavoro di apprendimento qualsiasi tradizione si spegne nel tempo. Quest'anno, durante una lezione universitaria di latino all'Università di Siena, abbiamo chiesto agli studenti di spiegare che cosa significasse in italiano la parola "tabernacolo". Su 43 presenti, solo 3 avevano un'idea, peraltro abbastanza vaga, del fatto che essa indicava quella piccola edicola, contenente l'Eucarestia, che nelle chiese cattoliche si trova normalmente al centro dell'altare. Di questa lacuna ce ne siamo accorti per un motivo curioso. Si trattava di tradurre in italiano la frase "Achilles cithara in  tabernaculo se exercebat" - "Achille suonava la cetra nella sua tenda" e molti di loro avevano tradotto "Achille suonava la cetra nel tabernacolo". Naturalmente avevamo lanciato qualche battuta sulla singolare condizione di Achille, costretto a suonare la cetra dentro un tabernacolo. Solo che   nessuno aveva riso. Al tempo in cui io studiavo all'università tutti o quasi  tutti avremmo riso di fronte ad Achille nel tabernacolo. La differenza sta nel fatto che la mia generazione aveva studiato almeno il catechismo  nell'infanzia, ed era andata a messa la domenica con i genitori. per cui sapevamo cos'era il tabernacolo. Al contrario i ragazzi nati negli anni Settanta e Ottanta hanno smesso di essere educati alla cultura cattolica e cristiana, per cui non ne conoscono più gli elementi.

 La tradizione è qualcosa che deriva in primo  luogo da precise scelte di acculturazione e di apprendimento, come qualsiasi altro tipo di conoscenza. La tradizione si studia e si apprende. Vari secoli  dopo la morte di Gesù, i vari episodi narrati nei Vangeli -la nascita, la trasfigurazione, la cattura, la flagellazione e così via- furono fatti corrispondere a una serie di "luoghi" specifici e visitabili. Si venne così a creare una topografia della vita di Gesù la quale altro non era se non una mappa di dogmi e di credenze, prodotto non di memorie locali ma di bisogni proiettati in Palestina dalle esigenze della ormai vastissima comunità cristiana. Si ricorda perché si vuole ricordare, e si ricorda quello che -per vari motivi – si decide di ricordare.

 Dopo l'attacco sferrato da Tito il 29 agosto del 70 d.C., durante il quale Gerusalemme fu conquistata dai Romani e il Tempio distrutto, la Giudea venne dichiarata provincia imperiale. Sessant'anni dopo Adriano decise di ricostruire la città ma nella forma di colonia romana, denominata Aelia Capitolina, e decise anche di ricostruire il Tempio: ma stavolta in onore di quelle divinità che gli ebrei consideravano "pagane". In seguito a questa decisione a Gerusalemme sorse un tempio dedicato ad Afrodite (sull'area della zona oggi occupata dal Santo Sepolcro), mentre nella spianata del distrutto Tempio ne sorse un altro dedicato alla Triade  capitolina, Giove, Giunone e Minerva. Di conseguenza  la contesa fra area  del Tempio e area delle Moschee potrebbe essere ulteriormente aggravata [da pretese pagane], ma non esiste a tutt'oggi nessun gruppo che intenda fondare la propria la propria identità sulle "radici"  della cultura ellenistico-romana - in pratica, si potrebbe dire che non ci sono rivendicazioni "pagane" su queste aree di Gerusalemme, semplicemente perché i classicisti costituiscono una comunità scientifica e accademica, non un  gruppo etnico o religioso.

  Il caso limite di Gerusalemme potrebbe  costituire addirittura il paradigma di come le tradizioni  procedano "ricostruendo" la propria memoria a seconda dei bisogni e degli impulsi dei vari gruppi...soprattutto quando pretendono di rendere assoluto il loro parziale angolo di mondo, contrapponendo la "verità" e la "autenticità" della proprie radici alla falsità usurpatoria di quelle degli altri. Dovrebbe però essere facile rendersi conto di quanto sia delicata l'operazione di scegliere un certo modello di tradizione a dispetto di altri possibili: [determinare] in questo modo i processi collettivi della memoria costituisce un atto destinato a incidere direttamente sulla memoria culturale delle generazioni future. Decidere che cosa si deve
sapere del passato significa prendere delle decisioni relativamente alla memoria collettiva delle generazioni future. E questo  costituisce un atto di estrema gravità, che richiede una grande saggezza-non trovo una parola migliore- da parte di chi è chiamato di prendere simili decisioni. E necessario infatti che, per le generazioni di domani, noi scegliamo come minimo delle tradizioni sostenibili. Tradizioni di tipo "umano", se così posso dire, tolleranti, aperte, altrimenti rischiamo non tanto di produrre nel futuro cittadini ignoranti - di ignoranti se ne sono prodotti tanti anche nel passato- ma dei cittadini cattivi, cittadini che si faranno del male fra loro e faranno del male ad altri.

 Quando scoppiarono i primi conflitti fra Hutu e Tutsi, in Ruanda, scoprimmo con orrore che non si trattava in realtà di un conflitto di carattere etnico - o meglio "tribale", come i media si ostinano a dire quando si tratta di guerre africane. Parlano la stessa lingua, sono difficilmente distinguibili sul piano somatico e per secoli hanno condiviso le medesime istituzioni politiche. All'interno di uno stesso regno, se i tutsi  svolgevano una funzione di aristocrazia, agli hutu erano però assegnati  privilegi rituali dai quali dipendeva il benessere di tutti.  Furono i missionari e i colonizzatori europei che interpretarono questi due gruppi sociali come due popolazioni differenti. Utilizzando i criteri in uso nell'antropologia ottocentesca -genetica e gerarchica nello stesso tempo- ai tutsi, pastori "nobili" [fu così attribuito] un retaggio biologico e culturale ricollegabile in qualche modo all'occidente, attraverso la comune discendenza da Noè; mentre degli hutu si fecero dei rozzi contadini autoctoni. Nel 1930 [in occasione di un censimento indetto dagli occupanti belgi D]ato che, come abbiamo visto, distinguere somaticamente un hutu da un tutsi era impossibile, fu deciso di adottare come criterio etnico discriminante il numero dei bovini posseduti da  ciascuno. [U]na "tradizione" partorita da altri, ma che la memoria collettiva di tutsi e huti aveva disgraziatamente fatto propria.