venerdì 11 settembre 2020

 

Capire la democrazia  - 9

 

9. Istituzioni e comunità

9.1. Un’istituzione sociale è un’organizzazione che si vuole rendere stabile dandole regole che possano essere cambiate solo con precise procedure e ottenendole il riconoscimento da parte delle altre  istituzioni, in un sistema di relazioni ordinato secondo altre regole, per il quale alcune istituzioni sono tra  loro pari ordinate, alcune subordinate ed altre sovraordinate ad altre.

  L’istituzione è stata una conquista culturale molto antica dell’umanità: essa, ci dicono gli antropologi, risale addirittura a tempi preistorici, quindi a quando ancora non ci si tramandava il ricordo del succedersi degli eventi sociali. Essa è strettamente collegata all’esercizio di poteri sociali, dalle cui relazioni emergono le regole di convivenza  pubblica, che è quella non limitata agli ambienti familiari e amicali.

  Attraverso le istituzioni i poteri sociali diventano stabili e si perpetuano, addirittura di generazione in generazione.

 Il potere politico, vale a dire quello che riguarda il governo delle società, e la proprietà, quel complesso di poteri che le persone esercitano sulle cose, ma che storicamente è stato imposto anche sugli esseri umani, sono i principali moventi per la creazione di istituzioni sociali.

  Nelle narrazioni evangeliche ci si accorge presto che, nella vita delle prime comunità di seguaci del Maestro, l’istituzione non è presente, e questo anche se, per ragioni essenzialmente ideologiche, di legittimazione dell’esercizio di poteri religiosi si cerca in quella prima esperienza di vita di fede un accredito per istituzioni che furono di molto successive.

  Una delle ragioni della mancata istituzionalizzazione religiosa nei primi tempi può essere vista nella mancanza di esigenze propriamente politiche e di problemi relativi alla proprietà. Verso la politica dell’epoca, si praticava un blando anarchismo e si cercava più che altro di marcare i confini tra la sfera pubblica, che è il campo della politica, e quello interpersonale, che fu lo spazio privilegiato per la prima diffusione della buona novella.

  Hannah Arendt, in uno dei saggi raccolti nel libro Che cosa è la politica, pubblicato postumo nel 1993 e attualmente disponibile in commercio (anche in e-book) edito da Einaudi [si tratta di un testo di difficile lettura che richiede come minimo il livello di conoscenze che si raggiunge nell’ultimo anno delle scuole superiori], cita una frase dello scrittore  cristiano Tertulliano, vissuto nel 2° secolo, il quale esercitò una grande influenza nella formazione della prima teologia cristiana: «Niente è più estraneo a noi cristiani della cosa pubblica»  [dal trattato Apologetium, 38].  Arendt sostiene che le prime tendenze antipolitiche del cristianesimo si devono al fatto che all’origine fu centrato  su ciò che è essenziale per la convivenza umana nelle relazioni interpersonali.

9.2. Sappiamo però che, già alla fine del 1° secolo della nostra era, le nostre comunità di fede presero a istituzionalizzarsi, a organizzarsi in istituzioni sociali, come emerge ad esempio nel pensiero di Clemente Roma, al quale è intitolata la nostra parrocchia, vescovo di Roma vissuto nel 1° secolo, da quello di Eusebio di Cesarea, vescovo di Cesarea in Palestina vissuto nel Quarto secolo, molto ascoltato dall’imperatore Costantino,  e da quello di Gelasio, vescovo di Roma vissuto nel Quinto secolo, e, soprattutto, da Agostino vescovo di Ippona, nell’attuale Algeria, uno dei maggiori teologi della cristianità  di tutti i tempi, vissuto tra il Quarto e il Quinto secolo.

  Quella istituzionalizzazione delle Chiese cristiane fu una delle più importanti delle loro molte metamorfosi rispetto alle comunità delle origini. Una volta istituzionalizzate, in particolare intorno ad episcopati monarchici, esse presso ad entrate in relazione con le istituzioni politiche del loro tempo, divenendo anch’esse tali.

  L’istituzionalizzazione specificamente politica delle nostre Chiese fu un fatto decisivo nella conquista dei popoli al cristianesimo, nella sua nuova versione istituzionalizzata, quando la pressione per la conversione venne sorretta anche dalla coercizione politica, e quindi anche dalla violenza politica. In questo contesto di istituzionalizzazione della religione, acquistò sempre più rilevanza il clero, costruito come classe sacerdotale, secondo una teologia che prendeva liberamente spunto dai modelli sacerdotali israelitici presenti nelle Scritture. Ma la acquistarono anche gli ordini religiosi monastici, e successivamente altri tipi di ordini religiosi, nei cui ambiti si rivivevano, ma in spazi ben delimitati dalle loro istituzioni, interni  ad esse,  le esperienze di libertà evangelica delle origini, quindi anche di separazione dalla politica. Clero e religiosi, istituzionalizzandosi, presero ad esercitare  poteri propriamente politici sul resto della società, ma anche ad accumulare proprietà. La Chiesa cattolica è accreditata oggi per essere uno dei maggiori proprietari di immobili in Italia e vi possiede, addirittura, una istituzione organizzata come uno stato, la Città del Vaticano a Roma.

  Sia la politica che le proprietà vennero considerate strumenti essenziali per sostenere l’evangelizzazione dei popoli. Questa è la situazione nella quale ai tempi nostri ancora ci troviamo, anche se, negli anni ’60 del Novecento, prese corpo quel movimento di riforma religiosa volto a recuperare l’esperienza di comunità amicale delle origine, secondo una nuova teologia del “Popolo di Dio”, che assimila anche elementi dei principi democratici contemporanei. La riforma venne deliberata, infine, durante il Concilio Vaticano 2°, svoltosi a Roma tra il 1962 e il 1965, ma in gran parte attende ancora di essere attuata, in particolare per quanto la posizione dei laici cattolici, tuttora piuttosto marginale e umiliante. 

  Tra quella teologia comunitaria e la teologia e la dottrina delle istituzioni religiose si  è conseguentemente creata una certa tensione, che si manifesta anche in una realtà sociale di base come la parrocchia. Infatti, una volta che si  riusciti a radunare una comunità viva, le regole delle istituzioni, tramandate addirittura da secoli, sono sentite come troppo coercitive e, soprattutto, poco rispettose della dignità delle persone che si sono incontrate comunitariamente, in quanto pretendono sottomissione a poteri autocratici e fondamentalmente insindacabili. D’altra parte, istituzioni religiose che tengano conto solo delle loro regole di organizzazione, con il principale obiettivo di perpetuarsi mantenendo certi poteri politici e sociale e la disponibilità delle loro proprietà, senza avere in sé comunità vive, e cioè attive e creative, perdono rapidamente attrattiva sociale, e, dove non possano più valersi della coercizione politica e della pressione ambientale al conformismo perbenistico per mantenere la loro presa sociale, perdono senso, rimanendo solo vuote burocrazie.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli