sabato 12 settembre 2020

Capire la democrazia - 10

 

Capire la democrazia - 10

 

Radicare la democrazia nelle istituzioni a partire da tirocini  democratici nelle realtà di base.

  Quando si cerca di spiegare di democrazia si parte in genere dalle regole, perché la si vede essenzialmente come uno dei metodi per fare ordine  nella società e, per questo, come molto legata alle sue istituzioni. La democrazia, quindi,  come adesione ad un sistema di regole vissute come norme di buona creanza  sociale, ma alla cui creazione non si   è collaborato. Un po’ come le convenzioni della lingua parlata e scritta e quelle sul modo di vestire. E le istituzioni come presidio di quelle regole, in una sorta di polizia  sociale.

  Certo, anche la democrazia esprime istituzioni e quindi ha le sue regole, ma esse non ne sono la caratteristica principale e la sua ragion d’essere. Anche altri regimi politici non democratici hanno istituzioni e regole e, con esse,  si propongono di mantenere un ordine sociale, quindi, fondamentalmente,  di stabilizzare  un ceto assetto di potere sociale, secondo il quale c’è chi domina e chi è dominato e chi domina vive meglio. In democrazia, invece, ci si propone di assecondare i moti sociali che pongono in conflitto i gruppi che compongono le società, consentendo il cambiamento sociale, e quindi anche quello di regole e istituzioni, senza che le dinamiche di conflitto distruggano le società o generino infelicità sociale nei processi di dissoluzione o di repressione. Il suo metodo politico è quello della limitazione di ogni potere mediante la pressione della partecipazione popolare attiva attraverso il  dialogo sociale e la persuasione personale. Il principio fondante della democrazia è che nessuno potere sociale sia illimitato: questo fa spazio per la partecipazione. Proprio perché ci si propone di assecondare il movimento sociale che deriva dal mutare fisiologico delle società, la democrazia è tenuta programmaticamente in una condizione di instabilità controllata. Proprio quella che i regimi non democratici temono.

  La nostra dottrina sociale  è ancora piuttosto affascinata dall’idea che, a livello mondiale, ci debba essere, e vada quindi istituita, un’autorità superiore che  metta ordine nel mondo e lo mantenga, mettendo in tal modo fine ai confitti sociali. E’ il modo in cui si ripropone il modello medievale dell’impero religioso. In questa concezione il governo della società è essenzialmente affare di istituzioni,  che si vorrebbero coordinate tra loro in modo che ce ne sia una  al vertice alla quale sia riconosciuto il massimo potere e che quindi spenga i conflitti. Fino al magistero di papa Francesco, i Papi nella loro dottrina sociale in genere si rivolsero, infatti, ai governanti,  vale a dire alle persone che esercitavano autorità politica nelle istituzioni di governo, dando loro dei precetti d’azione, che, al di là della loro formulazione come regole solamente morali, avevano la natura di direttive politiche, come quella, che ricorre spesso dagli anni ’40 del secolo scorso, di porre fine alle guerre. Questo accade perché la teologia della dottrina sociale in materia di democrazia è veramente poco sviluppata, anche nel magistero di papa Francesco, e questo sebbene, in esso, abbia un posto molto rilevante l’idea di popolo. In realtà la democrazia è essenzialmente cosa che riguarda coloro che, nella concezione politica che distingue governanti  e governati,  sono indicati come i  governati. È infatti un metodo che li vuole elevare  alla partecipazione al governo della società senza mai farne dei governanti, vale a dire dei monopolisti del potere politico mediante il controllo delle istituzioni. Quindi vuole abolire la distinzione tra governanti  e  governati. La partecipazione democratica al governo, in quanto pluralistica e programmaticamente nonviolenta,  può avvenire solo nel dialogo,  nel quale  ai partecipanti sia riconosciuta la medesimo dignità  politica e sociale: questa  è la politica  secondo la concezione democratica. E’ molto chiaro che la nostra Chiesa è ancora strutturata, invece, secondo il modello governanti / governati e quindi quando superficialmente, alle proposte dei cristiani persuasi della democrazia, si sbotta “Ma la Chiesa non è una democrazia”, si dice una cosa vera. Ma se poi si vuole anche intendere che la Chiesa non potrà essere mai una democrazia, perché le è connaturata l’autocrazia secondo la quale  è stata organizzata fin dall’alto Medioevo, e la religione svanirebbe con una diversa organizzazione, si dice una cosa senza fondamento, perché, non solo, dal punto di vista concettuale,  la Chiesa potrebbe senz’altro assimilare i processi democratici senza alcun danno per l’essenziale della fede, anzi con molti vantaggi per essa, ma dall’esperienza storica di altre Chiese cristiane emerge che la democrazia può effettivamente essere realizzata anche in religione. La profonda diffidenza delle istituzioni religiose cattoliche, quindi dei nostri governanti  religiosi, vale a dire della gerarchia  religiosa cattolica, verso i processi democratici, comporta che la formazione religiosa non comprende ancora, se non per il ceto intellettuale, una formazione ai processi democratici e, anche dove si fa, con la prescrizione di agire democraticamente solo fuori  della Chiesa, pena il disconoscimento e l’emarginazione. Questo è stato finora il destino di chi ha cercato di agire e pensare diversamente.  La nostra Chiesa è fondamentalmente ancora organizzata come un’autocrazia sacrale che umilia i governati. E questa umiliazione, vista come manifestazione di obbedienza filiale, di docilità, viene addirittura presentata come una virtù. Questo effettivamente ostacola i processi democratici che richiedono, invece,  una elevazione  in dignità e la consapevolezza  della propria dignità sociale.

  Ecco che cosa la filosofa Hanna Arendt scrisse su questi temi [da uno dei saggi raccolti nel libro Che cosa è la politica, edito da Einaudi anche in e-book]:

 

«[…] Dietro i pregiudizi  nei confronti della politica si celano la paura che l’umanità possa autoeliminarsi  mediante la politica e gli strumenti di violenza di cui dispone , e, in stretta connessione con tale paura, la speranza che l’umanità si ravveda e, anziché se stessa, tolga di mezzo la politica, ricorrendo a un governo universale che dissolva  lo stato in una macchina amministrativa, risolva i conflitti politici per via burocratica e sostituisca gli eserciti con schiere di poliziotti. Certo tale speranza è del tutto utopica se per politica si intende, come normalmente avviene una relazione tra governanti e governati. In questa ottica, invece di una abolizione del politico otterremmo una forma dispotica di governo di dimensioni mostruose, in cui lo iato tra governanti e governati assumerebbe proporzioni così  gigantesche da impedire qualunque ribellione,  e tanto più qualunque forma di controllo dei governanti da parte dei governati. Tale carattere dispotico non cambierebbe neppure qualora in quel regime mondiale non si potesse più individuare una persona, un despota; infatti il dominio burocratico, il dominio mediante l’anonimità degli uffici, non è meno dispotico perché “nessuno” lo esercita; al contrario: è ancora più terribile, perché nessuno può parare o presentare reclamo a quel Nessuno. Se però per politico si intende una sfera del mondo dove gli uomini  si presentano primariamente come soggetti attivi, e dove conferiscono alle umane faccende una stabilità che altrimenti non le riguarderebbe, la speranza appare tutt’altro che utopica. L’eliminazione degil uomini in quanto soggetti attivi è riuscita spesso nella storia, sebbene non a livello mondiale: sia sotto forma di quella tirannide  che oggi ci sembra antiquata, dove la volontà di un uomo pretendeva totale libertà di azione, sia sotto forma del moderno totalitarismo, dove si vorrebbe liberare la presunta superiorità  dei processi e delle “energie storiche” impersonali e sottomettervi gli uomini.»

 

  Data l’importanza politica che la nostra Chiesa ha sempre avuto nelle questioni italiane, tutto ciò ha inciso molto negativamente nell’acculturazione democratica della nostra gente, in particolare a partire dal durissimo contrasto del Papato, nell’Ottocento, contro l’irredentismo italiano durante il nostro Risorgimento. Tra pochi giorni ricorre il centocinquantesimo anniversario della soppressione, mediante conquista militare cruenta, con decine di morti da ambo le parti,  dello Stato Pontificio da parte del Regno d’Italia, il 20 Settembre 1870.  Una istituzione ormai obsoleta, quel regno del Papato nel Centro Italia, rifiutava ostinatamente di evolvere, e, anche in quel caso, come sempre quando si affrontano temi simili, fu questione di potere politico e di proprietà, non di religione (tra i precetti evangelici, quello di costituire un regno  territoriale religioso  in Italia - o altrove - non c’è). Ma la tragedia più grande non fu quella, quanto invece la susseguente decisione del Papa all’epoca regnante, Giovanni Battista Mastai Ferretti - Pio 9°, nel 2000 proclamato beato, di ordinare ai cattolici, sotto pena di scomunica, di non partecipare alla democrazia nazionale nel Regno d’Italia, e questo per sostenere le rivendicazioni territoriali del Papato su Roma. E, in effetti, il governo nazionale del Regno d’Italia, quello che aveva deciso la conquista del regno pontificio, era espresso da una democrazia liberale, anche se escludeva ancora le donne, gli incolti, i meno abbienti. La democrazia e il liberalismo,  che della democrazia aveva posto i fondamenti culturali, erano temuti dal Papato come fonte di insubordinazione,  di usurpazione di poteri sacralizzati  e di predazione dei patrimoni delle istituzioni religiose. Contro di essi si cercò di far insorgere il popolo  italiano nel presupposto che fosse rimasto nonostante tutto  nella condizione di gregge  sottomesso all’autocrazia sacrale del Papato. Questo sostanzialmente l’ordine di idee sotteso anche alla prima dottrina sociale, in dura polemica politica con il liberalismo e il socialismo (il movimento che intendeva promuovere l’elevazione sociale del proletariato - proprio così definito nell’enciclica Le novità,  del 1891, del papa Leone 13°- Vincenzo Gioacchino Pecci). In realtà i processi democratici che da fine Ottocento coinvolsero anche il laicato cattolico portarono poi, in un lungo e travagliato processo nel quale l’Azione Cattolica fu protagonista, a ridefinirne il senso, appunto in direzione dei principi democratici. Questo consentì poi ai cattolici democratici italiani di avere un ruolo assolutamente di primo piano nella costruzione della nuova Repubblica democratica, dopo la vittoria sul fascismo mussoliniano,  e poi nel governo nazionale fino al 1994. Ciò però fu possibile solo quando, dal 1939, il Papato richiese  il superamento del fascismo mediante processi democratici, con una serie di radiomessaggi che costituirono la nuova base ideologica in particolare per i gruppi intellettuali in Azione Cattolica. Quindi, in fondo,  l’emancipazione politica  dall’autocrazia religiosa è ancora da conquistare. Finché non ci sarà dal Papato un via libera per costruire, all’interno del pensiero sociale cattolica, una sezione sulla democrazia che trovi base anche in una teologia sulla democrazia (la dottrina sociale è considerata una branca della teologia), è poco probabile che accada qualcosa di nuovo e che quindi si inneschino processi di reale riforma.

  Questo non toglie che si possa cominciare dalla base, nelle realtà di prossimità come le parrocchie,  da un tirocinio pratico  di democrazia, negli spazi (pochi), lasciati liberi, per acquisirne dimestichezza e imparare come fare, e anche per convincersi che funziona. Questo tirocinio potrebbe poi essere progressivamente esteso, tenendo conto che, come in genere si scrive, la democrazia è in crisi un po’ in tutti i settori della società, anche in quelli che la praticavano, e, in questa condizione, assumono un rilievo preponderante le istituzioni, però sempre meno collegate a una vita democratica diffusa e quindi sentite sempre più distanti e indifferenti, e quindi avviate verso una sorta di tirannia istituzionale,  in quella che recentemente si è denominata, con una certa ironia, democratura, vale a dire un sistema sostanzialmente di dittatura  ma formalmente ancora democratico.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro - Valli