domenica 13 settembre 2020

Capire la democrazia - 11 - Costruire spazi democratici

 

Capire la democrazia - 11

 

11.1. Costruire uno spazio democratico.

 Uno spazio democratico è un ambiente sociale in cui ogni potere,  che origina dal suo interno o dall’esterno, è accettato solo come limitato, innanzi tutto dalla facoltà di critica delle persone che interagiscono in quella società, e poi dalla dignità  di quelle stesse persone, che fonda quella facoltà di critica che  viene riconosciuta a ciascuna dalle altre. In uno spazio democratico è abolita la distinzione tra governanti  e governati, perché ogni persona è ammessa ad interagire nell’azione di governo e ne ha quindi la responsabilità. In uno spazio democratico viene ripudiata l’imposizione e la tentazione della sottomissione, vale a dire il potere arbitrario sulle altre persone e il cedimento ad esso per quieto vivere o nell’interesse proprio particolare. Questi sono principi fondamentali dell’agire democratico, della convivenza democratica. Nella nostra Costituzione sono sintetizzati nella proposizione: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione» [art.1 della Costituzione]. Sovranità  significa potere che non riconosce poteri superiori. Quest’idea di sovranità è stata ripudiata dalla nostra Costituzione repubblicana, perché prevede dei limiti ad essa. Una sovranità limitata significa che il principio supremo della nostra democrazia repubblicana, l’unico veramente sovrano, è l’abolizione della sovranità stessa. In una democrazia il popolo non è sovrano  al modo  e nel senso dei despoti del passato, ma nel senso che si ripudia ogni arbitrio nell’esercizio del potere e anche del proprio potere. Una regola  che ingloba un principio fondamentale della convivenza democratica e che però non fonda  la nostra democrazia, ma ne deriva: storicamente, infatti, la democrazia precedette  l’approvazione della Costituzione repubblicana. Infatti quest’ultima fu deliberata democraticamente da un’Assemblea Costituente, tra il 1946 e il 1947: viveva già nel popolo, in esso si era già creato uno spazio democratico, una convivenza democratica. L’agire democratico  precede sempre la fase deliberativa, della decisione. Ed essa non si risolve solo in una votazione  in cui prevale la maggioranza, perché non c’è democrazia senza decisione partecipata mediante il dialogo e il confronto dialettico e certe cose in democrazia non sono soggette alle maggioranze, ad esempio il principio che non sono ammessi poteri illimitati e la dignità delle persone.

  La democrazia non è un comando,  e anzi se venisse intesa in questo modo non sarebbe mai possibile realizzarla effettivamente perché quel  comando sarebbe manifestazione di un potere illimitato, ma un modo di convivere in società e dunque, per le persone, è una conquista culturale e necessita di una adesione  personale e collettiva. Il nostro istinto sociale ci porterebbe infatti fatalmente a costruire società non democratiche basate su rapporti di dominio mediante la violenza e la frode, e l’ineguaglianza in dignità tra le persone. Le società dei primati, gli animali che biologicamente ci sono più simili, ci appaiono organizzate secondo quel principio, e così gran parte delle società del passato prima dell’avvento delle democrazie contemporanee in Europa, che si manifestò a fine Settecento su presupposti ideologici costruiti dal secolo precedente dal liberalismo e su quelli sociali determinati dallo sviluppo di un ceto borghese. Il movimento democratico contemporaneo si distingue dalle democrazie precedenti perché tende ad allargare universalmente i principi democratici, mentre prima erano legati a spazi più limitati, di ceto innanzi tutto e poi di etnia e poi di cittadinanza e nazionalità. Questo ha portato a cercare di applicarli anche alla politica estera, che in genere veniva ritenuta come l’ambiente delle situazioni di dominio mediante la forza. In un contesto di entità le quali tutte rivendicavano una loro sovranità, quindi rifiutavano ogni potere superiore, di istituzioni come di principi, al dunque i conflitti, quando si facevano insanabili, si risolvevano con la violenza. E’ stata proprio la nostra dottrina sociale la corrente culturale che maggiormente ha influito in questo processo, anche se non ha ancora maturato una teologia della democrazia. I suoi sviluppi sono stati integrati con principi democratici mediante il lavoro dei cattolici democratici. Una delle più eclatanti sue manifestazioni è stata addirittura la costruzione dell’Unione Europea, il cui vessillo, come mi piace sempre di ricordare, è, nelle intenzioni dell’artista che lo creò, dichiaratamente mariano, la corona di dodici stelle della narrazione del libro dell’Apocalisse, in campo blu. Nella costruzione dell’Unione Europea ebbero un ruolo cruciale partiti democristiani europei in tutte le sue fasi, fino alla spettacolare rapidissima inclusione di molte delle nazioni europee che negli anni ’90 uscirono dai regimi socialisti di stampo sovietico. E tuttora il personaggio politico riconosciuto come centrale nelle politiche europee è la democristiana Angela Merkel.

  Con tutto ciò la conquista culturale della democrazia va ripetuta di generazione in generazione, perché democratici non si nasce, si diventa. Ecco quindi la necessità di una formazione permanente alla democrazia, che non è innanzi tutto un apprendere nozioni,  ma un agire  nel concreto, a partire dal proprio ambiente sociale quotidiano. Le regole  della democrazia a quel livello non sono fissate, ma derivano  dall’esperienza di democrazia che si fa con le altre persone, in uno spazio democratico. Nell’agire si decide se aderire. L’adesione implica l’impegno a diffondere e sviluppare, perché senza di esso ha poco senso la democrazia, non riesce a raggiungere i suoi fini, che sono quelli di creare una società sempre più liberata dalla violenza e dall’infelicità che ne consegue, nei processi rivoluzionari come nella repressione, e in cui ogni persona possa vedere riconosciuta la propria dignità. La democrazia è sempre liberazione  dall’umiliante sottomissione. Nessuna sottomissione si ottiene senza violenza e la violenza che sottomette, umilia. Il primo movente di un processo democratico è quando si diffonde l’anelito a liberarsi dalle umiliazioni sociali che generano infelicità. Chi accetta di sottomettersi  non può essere per il momento coinvolto in processi democratici, ma non è detto: la democrazia, come la nostra fede, si diffonde per contagio, da ambiente sociale ad ambiente sociale, da persona a persona, perché la felicità, come anche il male purtroppo,  è contagiosa.

11.2. Nel piccolo gruppo.   Sopra ho tratteggiato grandiosi processi storici che hanno visto l’affermarsi di processi democratici in Europa prima, e poi nel mondo, ma, in un tirocinio democratico, bisogna cominciare dal piccolo e dalle realtà di prossimità.  Può sembrare più facile, ma non lo è. Questo perché nel piccolo gruppo, in circoli di non più di una quarantina di persone, ad esempio nel nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica, si ha un’interazione dell’incontro diretto, le altre persone non sono solo tipi (i romani, i trasteverini, gli anziani, i giovani), ma ci si impongono con la loro soggettività. Scrivono Peter L. Berger e Thomas Luckmann, in La realtà come costruzione sociale, in Italia edito da Il Mulino:

 

«[…] le relazioni con gli altri nell’incontro diretto sono ampiamente flessibili. In termini negativi, è relativamente difficile  imporre rigidi modelli all’interazione dell’incontro diretto. Qualunque modello venga introdotto sarà continuamente modificato dall’interscambio di significati soggettivi, estremamente variegato e sottile, che si verifica. Per esempio, io  posso vedere l’altro  come uno intrinsecamente ostile e agire nei suoi confronti secondo un modello di “relazioni ostili”, così come io le intendo. Nell’incontro diretto però l’altro può porsi di fronte a me con atteggiamenti e atti diretti che contraddicono  questo modello, magari fino al punto  da indurmi ad abbandonare  il modello come inapplicabile e a non considerare più l’altro come nemico. In altre parole lo schema non può reggere il confronto  con la massiccia testimonianza  della soggettività dell’altro che è accessibile per me  nell’incontro diretto. All’opposto, è molto più facile per me non tener conto di questi segni fintanto che  non incontro l’altro faccia a faccia. Perfino in una relazione così relativamente “stretta” come si può intrattenere per corrispondenza, io posso con più efficacia respingere  le espressioni di amicizia dell’altro come non corrispondenti di fatto  al suo atteggiamento soggettivo  nei miei confronti, semplicemente perché nella corrispondenza mi manca l’immediata, continua e massiccia presenza reale della sua espressività.»

 

 La democrazia nel piccolo gruppo  è una sfida non facile per i principianti, come, in fondo, tutti noi in genere siamo negli ambienti cattolici nei quali la democrazia è veramente poco praticata e si vive un po’ in una condizione permanente di gregge.  Sentir parlare  di democrazia, spesso distrattamente come si fa ascoltando le omelie nelle messe abituali, è poco impegnativo, ma lascia anche poco; parlare  o scrivere  di democrazia lo è di più, ma e nel fare, nell’agire democratico, con persone che sono molto più significative delle molte altre che ci passano accanto nella vita quotidiana senza lasciare traccia in noi, di quelle che spesso  si incontreranno solo una volta nella vita, può riservare molte soprese, belle e brutte, innanzi tutto nella nostra capacità personale di dialogo, pazienza e persuasione.

 Un piccolo gruppo nel quale si voglia sperimentare un tirocinio democratico richiederà un’attività preliminare per vagliare moventi e aspettative di chi vi partecipa. Alcune aspettative della sfera emotiva o religiosa non possono essere soddisfatte nella prima fase, caratterizzata da una condizione di stato nascente.  E’ come quando, da ragazzo, negli scout mi insegnarono ad accendere un fuoco da campo: bisogna partire scegliendo i rametti piccoli e secchi con cui innescarlo, poi, una volta che le fiamme hanno preso ci si possono buttare dentro anche pezzi più grossi e addirittura rami non completamente secchi. Non tutti sono pronti, e capaci emotivamente, a rinunciare alla sottomissione  e ad assumersi l’impegno critico verso ogni potere che pretenda di sottrarsi alla contestazione e alla verifica. Ma non tutti sono pronti ad accettare di ripudiare il tentativo di imporre  per sottomettere. Lo stato nascente  di un gruppo piccolo di tirocinio democratico deve vedersi in persone che scelgano un’amicizia non soffocante, non avida, e, nello stesso tempo, generosa e aperta, ma anche costante, pervicace. La democrazia infine è sempre spazio di delibera, si discute per decidere che fare. Un piccolo gruppo di tirocinio democratico deve proporsi uno scopo  che non sia semplicemente quello del discutere: questo significa che ad esso deve essere riconosciuta un certo spazio di azione collettiva in cui le decisioni democraticamente prese possano essere attuate. All’inizio esso, ad esempio, riguarderà la programmazione degli incontri.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli