mercoledì 9 settembre 2020

Capire la democrazia 8

 

Capire la democrazia 8

 

   «L’uomo è un vivente che costruisce e governa società»: questo è uno degli insegnamenti più noti del  filosofo greco Aristotele, vissuto nel Quarto secolo dell’era antica, quella che contiamo a ritroso partendo dall’anno in cui convenzionalmente poniamo la nascita di Gesù il Cristo. Una filosofa vissuta nel secolo scorso, Hannah Arendt, osservò che esso non dice tutto delle persone umane nelle loro società. Questo perché la società è un modo di vivere in relazione e, dunque, è propria degli umani nelle loro relazioni, non dell’uomo  in sé. E costruire e governare società è appunto un modo degli umani di vivere in relazione tra loro, un modo di convivere.  E’ ciò che definiamo  politica.

 Eppure è anche vero che la società dice molto di noi, ci determina. Siamo ciò che la società riconosce che siamo.  In società riceviamo un nome, ci vengono riconosciuti dei parenti, quindi linee di discendenza biologica che si ramificano e creano legami molto forti, ci viene data una lingua, quella che chiamiamo  madre perché non la impariamo a scuola ma da una delle relazioni umane più forti della  nostra vita, ma anche molto altro, ad esempio i ritmi della vita, il modo di vestire, il modo di atteggiarci quando siamo con gli altri, crescendo anche un ruolo sociale, che comprende l’esercizio di poteri e la soggezione a poteri altrui, la nostra posizione nelle dinamiche sociali di potere. Tanto che ci riesce difficile isolare una persona umana dalla sua società e che, quando muovendoci passiamo da una società ad un’altra, anche noi cambiamo: questa è una delle esperienze fondamentali del viaggio. Il monaco eremita si isola dalla sua società appunto per cambiare, lì dove cerca una relazione privilegiata con Colui che incessantemente cerca e che nessuno ha mai visto, è scritto, ma comunque gli è stato rivelato, e dunque attende di essere cambiato in e da  quella relazione.

  Nel romanzo Robinson Crusoe, scritto dall’inglese Daniel Defoe all’inizio del Settecento, ci viene presentata l’esperienza di un naufrago su un’isola disabitata. Egli, raccogliendo cose scampate dal naufragio e costruendosi abitudini quotidiane di vita cerca di mantenersi nella civiltà di origine, ma recupera veramente la sua umanità solo quando gli giunge un indigeno, che libera da chi lo aveva fatto prigioniero per ucciderlo e mangiarlo (nella sua società di origine si praticava il cannibalismo), ed entra in relazione con lui assegnandogli anche un nuovo nome, Venerdì. Ecco il nucleo fondamentale dalla società, che manifesta immediatamente la politica perché richiede di essere governata. La governa Robinson, l’Europeo. Il contatto con il diverso ha stabilito delle relazioni di potere. Uscendo dalla società dei nativi e stabilendo una nuova relazione sociale con l’Europeo, e attraverso di lui con la società degli Europei che Robinson sta cercando di mantenere sull’isola, Venerdì  ne  ricava un nuovo nome, ma anche una nuova identità sociale. Ma anche Robinson, in fondo, ne esce cambiato. E’ un’esperienza comune nei grandi racconti di viaggio, reali o immaginari: la ritroviamo, ad esempio, nel racconto di Marco Polo, il veneziano che nel Duecento raggiunse la Cina e vi visse a lungo, divenendo anche un dignitario della corte dell’imperatore che all’epoca dominava quella società.

   In sostanza: dalla società in cui viviamo immersi e dalla sua politica,  vale a dire da com’è costruita e governata, ci viene riconosciuta la nostra dignità sociale, che quindi ne dipende. Ecco perché non è la stessa cosa esservi solo sottomessi ad una politica, ma anche parteciparvi.

  Ma, mi si può obiettare, dal punto di vista religioso riteniamo che  la nostra dignità di esseri umani preesista alla società e non dipenda veramente da essa, secondo quanto fu scritto a fine Settecento dai rivoluzionari nordamericani che proclamarono la loro Dichiarazione di indipendenza dalla monarchia inglese:

«Noi teniamo per certo che queste verità siano di per se stesse evidenti, che tutti gli uomini sono creati eguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi Diritti inalienabili, che tra questi vi siano la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità. Che per assicurare questi diritti sono istituiti tra gli uomini i Governi, che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Che quando una qualsiasi Forma di Governo diventa distruttiva di questi fini, è Diritto del popolo di alterarla o di abolirla, e di istituire un nuovo Governo, ponendo il suo fondamento su questi principi e organizzando i suoi poteri in una forma tale che sembri ad esso la più adeguata per garantire la sua sicurezza e la sua felicità.»

  Eppure, se quella nostra dignità non ci viene riconosciuta  socialmente ci sentiamo infelici. Per questo fu fatta quella rivoluzione: « è Diritto del popolo di alterarla o di abolirla, e di istituire un nuovo Governo» Ecco perché nella nostra Costituzione repubblicana, all’art.2,  si fa obbligo a tutti, questa è legge fondamentale della nostra società politica, appunto, di riconoscere  quella dignità.

 

Art. 2 della Costituzione.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

 

 Di solito questa norma viene presentata come diretta ai pubblici poteri, in primo luogo allo Stato, ma, in realtà, è diretta a tutti  coloro che esercitano una forma di potere, pubblico o privato, e anche religioso. Perché è in questione la Repubblica, quindi la convivenza sociale e politica di tutti noi, che si vuole anche democratica, è scritto nell’art.1 della Costituzione.

 

Dall’art.1 della Costituzione.

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

 

 Nessun potere, nemmeno quello che esercitiamo in famiglia e nelle altre realtà sociali di prossimità, e neanche quello di una Chiesa, neppure quello di una Chiesa come la nostra che abbia avuta riconosciuta una sovranità nelle cose sue, può ledere la dignità della persona umana, che è caratterizzata da quel complesso di diritti fondamentali che nella nostra Costituzione vengono definiti inviolabili. Questa dignità è colpita tutte le volte che in società una persona viene costretta solo a subire  il potere altrui, senza poter in alcun modo interagire, quindi  quando si è totalmente  in mani altrui.

  Quest’idea, alla quale spesso non prestiamo abbastanza attenzione, è piuttosto ostica nei nostri ambienti religiosi, e in particolare nella nostra teologia e nella nostra pratica religiosa. Abbiamo, in particolare, diverse preghiere usate nelle pratiche di pietà dei laici che evocano una totale sottomissione non solo al Creatore, ma anche alla Chiesa intesa come realtà sociale, e quindi anche come sistema di potere costituito nella società religiosa in cui siamo stati accettati. Sono specchio di una condizione laicale che, con i principi che iniziarono ad essere accettati nelle leggi ecclesiastiche al tempo del Concilio Vaticano 2°, ormai oltre cinquant’anni fa, si voleva cambiare, perché non solo umiliante, ma anche controproducente per ciò che dal laico si pretende in religione quanto ad azione   sociale in un contesto democratico.

  Di fatto, ad esempio, vediamo, che nella vita parrocchiale i laici contano ancora poco. Sono apprezzati se fanno quello che gli si dice, ma non li si ritiene, in genere, capaci di collaborare anche con la propria volontà,  in processi democratici in cui possano realmente influire sulle decisioni collettive. Ecco perché, in fondo, si ritiene inutile insegnare  la democrazia negli ambienti religiosi, come una volta si riteneva inutile istruire le donne.

  Questa mancanza di istruzione democratica, fa sì che poi la convivenza sociale ne risenta, nelle relazioni interpersonali, nelle quali non ci si manifesta capaci di risolvere i contrasti, venendo subito alle mani, metaforicamente e non,  ma anche in altri aspetti della vita religiosa, nella quale ci si sente poco considerati, posti nella condizione, diciamo, di gregge, e alla quale quindi ci si disaffeziona, non solo perché umiliante, ma anche perché inutile per interagire collettivamente in società. Se possibile, infatti, si cerca di evitare le situazioni umilianti, e una di quelle più umilianti è l’essere costretti a fare cose inutili. In religione, invece, spesso l’umiliarsi è presentato come una virtù, ma una cosa è farlo verso il Creatore, altra è farla verso qualsiasi autorità umana, anche sacralizzata.

  Da dove cominciare a provare se ci si può organizzare in modo diverso? Direi di farlo passo dopo passo, senza fretta od ambizioni eccessive, a cominciare dai piccoli gruppi e dalle piccole cose, per prendere confidenza con un metodo, quello democratico, con questa forma di convivenza sociale, verso le quali  ancora il clero, e il potere religioso è formalmente quasi tutto nelle sue mani, è piuttosto diffidente. Poi si può provare ad estendere questa esperienza fin dove possibile, fin dove si arriva allo scheletro autocratico del diritto canonico, e lì il processo sarà molto più lungo e complicato ma in definitiva riguarda meno la nostra vita quotidiana, fino ad esempio a tentare ciò che si è fatto altrove, vale a dire un Sinodo  parrocchiale nel quale non ci si limiti a stare a rimorchio del clero, ma si sia creativi.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli