venerdì 4 settembre 2020

Capire la democrazia - 4

 

Capire la democrazia

4

 Richiamo la definizione di democrazia che ho proposto all’inizio:

«La democrazia è  un sistema di convivenza che consente di superare i conflitti senza che l’impiego della forza distrugga la società  o generi infelicità. Serve a regolare l’esercizio di poteri in conflitto limitandoli nel tempo e nella loro estensione».

  Se la democrazia, prima che un sistema di regole formali, è una forma di convivenza, c’è molto spazio per l’ingegno e la creatività personali. Essa è stata anche interpretata in istituzioni, in organismi sociali costruiti per durare e quindi più rigidi, ma le istituzioni democratiche non coprono l’intero campo della democrazia come convivenza. E, per quanto molto dettagliate, le regole delle istituzioni democratiche non riescono mai a disciplinare ogni aspetta della convivenza democratica nelle istituzioni. Infine c’è la grande area sociale non ancora democratizzata  o non completamente democratizzata. Come si disse per la  nonviolenza,  anche per la democrazia ogni giorno può portare progressi per l’azione dei democratici, per cui si può concludere che «ieri eravamo meno democratici». Se scopo della democrazia come oggi la si intende è anche quella di aumentare la felicità e il benessere sociali, questo significa che la democrazia è una forza sociale di progresso. La mentalità democratica, come anche la nostra mentalità religiosa, comporta un certo grado di insoddisfazione nei confronti di ciò che è stato realizzato: una società democratica è necessariamente dinamica.

   L’anno scorso ho scritto:

 

«"Chi è il più grande tra voi diventi come il più giovane e chi governa come colui che serve. Infatti chi è il più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto tra voi come colui che serve" (dal Vangelo secondo Luca, capitolo,22, versetti 26 e 27 - traduzione in italiano CEI 2008. CEI 1974, dove CEI 2008 ha "il più giovane" traduce con "il più piccolo" - il testo in greco antico ha "neòteros": letteralmente "il più nuovo").

   Credo che storicamente nessuna autorità, civile o religiosa, anche se ispirata ai principi di fede, sia mai riuscita a mettere pienamente in pratica il comando evangelico che ho sopra citato. E questo anche nel caso di vere rivoluzioni, vale a dire di un completo rovesciamento di un ordinamento politico, con instaurazione di un nuovo ordine politico retto da regole opposte rispetto alle precedenti.

  Rivoluzione è un termine che il pensiero politico ha tratto dall'astronomia, dove significa il moto di un corpo intorno ad un altro corpo, che si considera come centro. Una rivoluzione è compiuta, dal punto di vista politico, quando viene istituito un nuovo ordinamento, e quindi un nuovo potere. Richiedere ai potenti di stare come colui che serve, vale a dire di agire di conseguenza, significa introdurre un principio di insoddisfazione permanente davanti a qualsiasi potere, quindi anche a quello che si presenti come rivoluzionario. Questa appunto l'origine dei gravi problemi politici che le nostre prime comunità di fede ebbero nei primi quattro secoli dell'era corrente e, in seguito, degli analoghi problemi che travagliarono i nostri riformatori che intesero promuovere un ritorno alla fedeltà a quel comando evangelico.»

 

  Il sistema democratico è anche, quindi, una convivenza sociale in cui è ammessa la libera critica di ogni potere, pubblico o privato, rispetto al quale si conviene che ciascuno abbia libertà di coscienza, e dunque di pensiero, e di manifestazione del pensiero, nella parola, negli scritti, nelle arti e in ogni altro modo in cui questa libertà possa essere esercitata. Questo significa che è aliena alla convivenza democratica la pretesa e la pratica della sottomissione. Una persone che vive democraticamente non si sottomette mai. La sua osservanza alle regole stabilite democraticamente, all’esito di una procedura regolare che abbia consentito anche la presa di coscienza e il dialogo su di esse, non è sottomissione, ma adesione ad un metodo e accettazione delle decisioni pubbliche che produce. Rimane però sempre spazio per la resistenza, che in democrazia è un diritto e un dovere, quando un potere collettivo, anche con metodi corretti dal punto di vista delle procedure, leda una posizione umana che si ritenga incoercibile e non vulnerabile, un diritto umano inviolabile in quanto connesso con la dignità della persona umana. Certamente questo pone sempre la convivenza sociale democratica in una situazione di fisiologica instabilità, nella quale ogni potere deve sapersi conquistare e saper mantenere innanzi tutto con la persuasione la propria legittimazione sociale e politica, a prescindere da quella giuridica, e in cui il corpo sociale organizzato per convivere democraticamente mantiene un permanente stato di tensione dialettica verso qualsiasi potere. In particolare la delega per la rappresentanza politica non consiste, in democrazia, in una investitura, come le incoronazioni  dei monarchi, data la quale quel potere non potrebbe più essere messo in questione per tutta la sua durata istituzionale.  E’ proprio quella fisiologica instabilità che consenta al sistema di convivenza democratica di adattarsi  ai mutamenti sociali e di resistere  ad ogni potere che tenda ad espandersi arbitrariamente. E, va detto, la legge sociale del potere pubblico è che esso tende ad espandersi fino a che incontri una resistenza valida.

  La gran parte delle relazioni sociali più significative della nostra vita si svolgono in spazi non o poco istituzionalizzati. La famiglia, un’associazione ricreativa o sportiva, hanno quel carattere. Vi sono però spazi sociali quotidiani piuttosto istituzionalizzati nei quali tuttavia vi è molto spazio per configurare liberamente una convivenza sociale, ad esempio nella scuola e nella parrocchia. Gli ambienti di lavoro sono spesso poco o per nulla democratizzati, specialmente quando l’organizzazione del lavoro è fatta da un datore di lavoro proprietario. Sui luoghi di lavoro la democratizzazione è rappresentata dall’azione sindacale che è in tensione dialettica con i potere del soggetto proprietario dell’impresa. La democratizzazione delle organizzazioni del lavoro  è una grande sfida e ha un significato altamente politico dove mette in questione la concezione della proprietà. I processi politici di democratizzazione delle società europee, dal Settecento, ebbero nella proprietà quale frutto del lavoro e quindi espressione della dignità sociale personali un punto di forza, e questo in particolare verso quei poteri politici connessi alla proprietà terriera tramandata di generazione in generazione in dinastie di nobili, accreditate da un potere supremo anch’esso dinastico e sacralizzato. Ma nel progresso delle concezioni democratiche sta venendo meno l’assolutizzazione della proprietà, espressione, proprio in quell’assolutizzazione, di un potere con caratteri di arbitrarietà sociale, a favore di una diversa concezione, che troviamo scritta nella nostra Costituzione repubblicana, che ne richiede una funzione sociale, vale a dire una finalizzazione anche al benessere e alla felicità collettivi.

   Ciò detto, il primo passo per un tirocinio democratico non è studiare un complesso di regole, come viene in genere proposto agli studenti nell’insegnamento di educazione civica e allora si prende in mano la Costituzione, di creare  forme di convivenza democratica nella propria quotidianità o di modificare  in senso democratico quelle alle quali si partecipa nella propria quotidianità. Il primo campo di applicazione è il piccolo gruppo  di prossimità, ad esempio la classe scolastica, o un gruppo parrocchiale, come è il nostro dell’AC parrocchiale.

  Si riscontrerà che elevare un gruppo alla democrazia richiede uno sforzo, una fatica, per la necessità di vincere resistenze determinate da abitudini consolidate, in particolare da stati di sottomissione nei quali alcuni si trovano rispetto ad altri. Ho notato che non di rado nei gruppi religiosi i capi tendono a debordare nel loro potere, che assume carattere autocratico e addirittura sacralizzato. Data questa condizione, i capi così impostisi hanno poi in genere la scomunica facile, come i bellicosi primi vescovi delle nostre comunità religiose, anche se  si tratta di un potere arbitrario, perché nella nostra Chiesa l’allontanamento del fedele è disciplinato rigidamente da una normativa penale, analoga a quella degli stati, è riservato a casi gravissimi,  e nessuno può arrogarselo. Una delle prime manifestazione democratiche è dunque quella  chi resiste a quella pretesa di allontanamento arbitrario, ad opera di colui che, avendo conseguito una qualche posizione di potere ed avendola estesa di fatto a danno altrui, indica sbrigativamente la porta al dissenziente. Se in passato si avesse avuto più coraggio in questa azione di resistenza attiva, ci saremmo potuti risparmiare molti problemi e, innanzi tutto, una certa disaffezione da parte delle persone più giovani alla vita religiosa. La democrazia non è fatta certamente per persone remissive verso le posizioni di potere, per persone con la tendenza ad essere docili,  richiede coraggio, e innanzi tutto quello di rimanere ad occupare gli spazi sociali contro ogni potere pubblico o privato che pretenda di escludere e, lì, di prendere la parola.  

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli