mercoledì 2 settembre 2020

Capire la democrazia – 2 –

 Capire la democrazia – 2 –


  Spesso ho sentito presentare la democrazia come un insieme di regole di buona creanza civile imposte dall’alto. Lo stesso per la religione. Entrambe sono molto di più, ma anche di diverso.

  Viviamo in società che sono altamente istituzionalizzate. Questo significa che ci si muove, nelle relazioni sociali quotidiane, secondo rigide regole formali che, se violate, comportano vari tipi di sanzioni. Ci si trova inseriti in organizzazioni disegnate da quelle regole. Accade sul lavoro, nell’utilizzare servizi pubblici, ma anche, ad esempio, nella pratica della  nostra religione.

  La parrocchia, ad esempio,  è stata istituita anche come un ufficio burocratico dipendente gerarchicamente dal vescovo. E’ retta da un funzionario ecclesiastico che è il parroco, che la rappresenta giuridicamente e accentra ogni potere. In questo contesto, i fedeli sono utenti di un servizio ecclesiastico, gli altri preti e i diaconi, come anche i catechisti  e chiunque altro abbia affidate mansioni ecclesiastiche anche a titolo di volontari,  sono sostanzialmente degli  impiegati. In parrocchia  i fedeli ricevono un’istruzione religiosa e vari servizi liturgici. Sono anche organizzati spazi conviviali, specialmente per i più anziani, che si ritengono ormai usciti dal sistema della formazione. Non vi è possibilità di esercizio di una certa autonomia da parte dei fedeli, che, al più, sono chiamati a collaborare come impiegati o consulenti. Questa la realtà istituzionale  della parrocchia. Se però ne vogliamo parlare con i concetti della teologia, allora essa ci viene presentata come comunità, nella quale ognuno ha pari dignità e vi partecipa come in una famiglia allargata. Il parroco e i preti e diaconi che con lui collaborano sono pastori  che conducono il gregge  per il giusto cammino, in un contesto di relazioni di benevolenza e rispetto. Il gregge  ama  il buon pastore ed è da lui riamato. Questa realtà, di carattere spirituale, non corrisponde però a quella istituzionale, formale, giuridica. Entrambe non sono democratiche. La parrocchia, in entrambi quegli aspetti, non è un ambiente democratico, la democrazia non vi viene praticata, non vi viene insegnata, la si riserva per i rapporti civili, dove però dovrebbe essere lo strumento con il quale i laici  di fede dovrebbero influire sulla società per renderla aperta a ricevere la buona novella della fede. Dove si impara la democrazia? A scuola, viene da rispondere. In realtà, però, a scuola la si insegna sommariamente, come dicevo prima, come un sistema di regole di buona creanza imposte dall’alto. Ma ben presto si fa esperienza di una cosa fondamentale: in società le regole vivono diversamente da come sono scritte o anche solo tramandate per consuetudine. Questo perché le società, come gli esseri viventi cambiano. Quindi ognuno, nel concreto delle relazioni sociali quotidiane, è costantemente impegnato ad impersonare  quelle regole che trova in società e, innanzi tutto, a decidere se, e in che misura, valgono per lui e nei rapporti sociali in cui è coinvolto. In questo, ciascuno di noi esercita un potere sociale, anche se spesso non ne ha consapevolezza o ne sottovaluta l’importanza.

 Questo che ho osservato serve a rendere l’idea che ogni fatto sociale, come lo sono la democrazia e la religione, come anche qualsiasi altra forma di potere sociale, ad esempio quello in cui si dovrebbe essere solo sudditi di un’autocrazia, un potere che non vuole rendere conto che a se stesso, o quello rigidamente diviso per caste  o ceti corporativi, nel quale le regole cambiano a seconda del gruppo sociale in cui ci si trova inseriti o si è ammessi, vive  e quindi viene impersonato, e, in questo, viene anche cambiato, perché, per quanto ci si sforzi di ottenere uniformità, rimane il fatto che gli esseri umani sono viventi l’uno diverso dall’altro, è ciò anche nella coscienza e nella volontà.

  Il sistema politico e la religione non sono solo un sistema di regole, ma innanzi tutto sistemi di convivenza sociale sempre soggetti a mutamenti più o meno rapidi secondo le dinamiche sociali, quindi alle relazioni di potere in cui ciascuno, solo che viva in società, è coinvolto come attore e, insieme, oggetto.

  La Chiesa assume teologicamente di essere sempre la stessa dalle origini, e questo, secondo una concezione mitologica che non significa erronea ma non necessariamente corrispondente alle dinamiche sociali, perché comprende anche aspetti emotivi che sono connaturati negli umani, può anche essere accettato, tenendo conto degli elementi di continuità che indubbiamente emergono nella sua storia bimillenaria, innanzi tutto la riflessione sulle Scritture. Ma, da un punto di vista sociale, e anche giuridico, la nostra Chiesa è molto diversa da quella delle origini, perché è espressa da una società molto diversa, anzi, studiando la sua storia, ci si può convincere che nel tempo, sotto l'aspetto sociale, ci sono state molte Chiese, quindi molti modi in cui si è vissuta e impersonata la Chiesa, e certamente quelli dei bellicosi e irruenti vescovi dei primi secoli della storia della  nostra fede, che avevano l’anatema (oggi diremmo scomunica) facile,  non corrispondono al nostro  attuale modo di essere Chiesa. E, tuttavia, noi cattolici veneriamo i nostri santi, ma anche nella tradizione delle altre confessioni religiose c’è una analoga alta considerazione per certi personaggi del passato molto significativi nelle questioni di fede, perché vorremmo stabilire una continuità  ideale con le vite di chi ci ha preceduto e ci ha trasmesso  quello che definiamo deposito di fede, che non è fatto solo di scritti, concetti, pensieri, regole, ma soprattutto di modi di vivere la fede. E’  per questo che troviamo annoverati tra i nostri santi anche persone di fede del passato piuttosto criticabili sotto vari aspetti, ma delle quali apprezziamo ancora l’impegno fortissimo a vivere  la propria fede come il valore  fondamentale della loro vita. Quindi non le lasciamo seppellire dal passato, ma recuperiamo il loro messaggio di vita per trarne ispirazione oggi. Ed è anche per questo che ciclicamente rivediamo  il catalogo dei santi, che una volta proclamati tali sicuramente non possono essere come dire declassificati dal punto di vista delle procedure istituite nella nostra Chiesa, nel senso che di epoca in epoca ne risaltano di più alcuni e meno altri. Ad esempio, dell’elenco dei papi “Pii” dall’Ottocento al Novecento, le scelte politiche antirisorgimentali di un papa Pio 9°, il Papa del Sillabo (1964; l’elenco di proposizioni erronee contro il liberalismo che contribuì a rendere difficilissima l’assimilazione della democrazia tra i cattolici), o quelle religiose di un papa Pio 10°, che ordinò una durissima e spietata persecuzione antimodernista causando gravissime sofferenze e lacerazioni nella Chiesa e la perdita di grandi anime (lo stesso don Romolo Murri, che aveva teorizzato tra i primi l’ida di una democrazia cristiana  ne cadde vittima), che, con il senno del poi si  sono rivelate del tutto inutili, o l’apprezzamento positivo verso il corporativismo del fascismo mussoliniano e l’elogio della repressione antisocialista di un papa Pio 11°, ci creano ora qualche difficoltà e, di fatto, non seguiamo quei loro insegnamenti. Noi, oggi, non impersoneremmo più la fede in quel modo. La nostra religione, intensa nel suo aspetto di convivenza sociale, è molto diversa.

  E, tuttavia, parlando di democrazia, che è il sistema politico in cui i più sono nati e che solo i più anziani hanno contribuito a costruire con il loro voto per l’Assemblea Costituente nel 1946, e di religione, e uno della mia età ne ha vissuto ormai almeno cinque versioni, a partire da quella degli anni Sessanta del secolo scorso, nel trapasso dalla rigidità gerarchica della Chiesa del papa Pio 12° alla Chiesa del Concilio, a che punto siamo in termini di convivenza sociale?

  Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.