martedì 1 settembre 2020

Capire la democrazia - 1 -

 Capire la democrazia

1

          La democrazia è  un sistema di convivenza che consente di superare i conflitti senza che l’impiego della forza distrugga la società  o generi infelicità. Serve a regolare l’esercizio di poteri in conflitto limitandoli nel tempo e nella loro estensione. Una volta che si è radicata in un corpo sociale, ne consente anche l’evoluzione senza che esso venga disperso nel corso di conflitti violenti. Per questo la democrazia viene mantenuta sempre in una fisiologica instabilità, in modo da consentire le dinamiche sociali di potere, ma in una instabilità controllata, come accade nei reattori nucleari per la produzione di energia elettrica, nei quali le reazioni di fissione nucleare, capaci di produrre potenze distruttive, vengono moderate e contenute, ma comunque attivate.

  Gli esseri umani, in particolare nelle società contemporanee estremamente complesse in particolare per essere composte da vastissime moltitudini di individui, dipendono dalle loro società per la sopravvivenza. Un gruppo di esseri umani diventa società quando manifesta la capacità di azione collettiva. Le azioni individuali devono quindi essere coordinate, per produrre un’azione collettiva. Questo coordinamento è dato da dinamiche di potere che coinvolgono individui e gruppi di individui. Ad un certo punto un individuo o, più spesso, un gruppo di individui riesce ad imporsi e a dettare le linea collettiva: questa è una situazione di potere. Essa tende sempre a prolungarsi nel tempo e ad estendersi, finché non incontra una resistenza. In questo momento si produce una situazione di conflitto sociale che arcaicamente veniva risolta prevalentemente mediante la violenza collettiva e, progressivamente, producendosi delle culture dalle società umane, quindi evolvendo le società umane, anche con altre modalità che preservassero la società dall’essere sfasciata nel conflitto. In particolare questo avvenne, e ancora avviene, mediante la produzione del diritto. Il diritto è uno dei modi in cui si possono  limitare i poteri collettivi e privati in modo che non giungano a confitti distruttivi. E’ integralmente una produzione sociale, che si basa essenzialmente sull’esperienza storica e sociale delle conflittualità sociali. Oggi siamo abituati a pensare il diritto come un sistema di ordini di autorità pubbliche, quindi di leggi, ma esso non si genera solo in quel modo, anzi, per millenni, la legge non ne fu la fonte prevalente. Una volta accettata l’idea che alla società convenga limitare i conflitti sociali per preservare la sua integrità e quindi la sua efficacia per la sopravvivenza collettiva, essa costituisce un valore, e un valore molto importante, che è anche tra quelli fondamentali nelle concezioni democratiche. Come risolvere senza violenza i conflitti sociali? Mediante la pratica dell’equità, che implica una certa proporzionalità negli scambi e una certa ragionevolezza nella pretesa dell’esercizio di poteri pubblici, sugli altri. L’equità  e la ragionevolezza  sono altri valori tipici del diritto, ma anche molto rilevanti nelle concezioni democratiche. Sono espressione dell’idea di dignità  della persona che si trova inserita in una società, persona della quale i poteri sociali, privati o collettivi, non possono, appunto per ragione di equità, fare ciò che vogliono, a loro arbitrio. Le democrazie contemporanee si distinguono da quelle antiche, medievali e moderne (che si sono sviluppate dalla fine del Settecento alla metà del Novecento) per aver molto sviluppato l’idea di dignità  della persona umana, fino a fare un valore  fondamentale, attorno al quale ruotano tutti gli altri. Precisamente le concezioni contemporanee della democrazia  riconoscono  ad ogni persona umana una dignità  che non può essere lesa da alcun potere pubblico o privato, che quindi viene limitato. Questa concezione di dignità è uno sviluppo del pensiero sociale cristiano, dall’epoca in cui le masse europee iniziarono ad affermarsi politicamente. Essa è anche insegnata dalla dottrina sociale cattolica, sebbene la Chiesa cattolica sia stata storicamente uno dei più accaniti avversari della democrazia contemporanea, fino addirittura a scomunicarla nel 1901, con l’enciclica Le gravi controversie sulle relazioni economiche del papa Vincenzo Gioacchino Pecci, regnante come Leone 13°. Solo a partire dal 1939, dopo aver preso consapevolezza dei disastri che la compromissione con i fascismi mondiali aveva provocato, la posizione iniziò a cambiare, fino a giungere nel 1991, con l’enciclica Il Centenario  del papa Karol Wojtyla, ad un riconoscimento dell’utilità dei processi democratici nel governo delle società civili, per indurne la pacifica evoluzione nel senso di sviluppare la dignità delle persone. La democrazia è in genere ancora negata nell’organizzazione ecclesiastica, da cui lo sciocco e superficiale detto “La Chiesa non è una democrazia”: chi ne fa uso mostra di non avere consapevolezza della realtà sociale della Chiesa e delle sue dinamiche di potere, a cui certamente converrebbero processi democratici. Può accadere che ne abbia consapevolezza, ma tema che con la democrazia venga mutato un sistema di potere che lo avvantaggia o, molto spesso, teme, una volta scelta la strada della democrazia, si perda il controllo del corpo sociale dei fedeli.  In effetti la democrazia consente l’evoluzione delle società. Del resto solo una concezione mitica della nostra Chiesa, e in particolare della sua gerarchia, può condurre a negare che essa sia mutata anche su aspetti essenziali. Ma l’evoluzione è stata storicamente molto travagliata e a prodotto atroci sofferenze e violenze. Le guerre di religione  sono cessate, nelle loro manifestazioni più eclatanti, con l’affermarsi dei processi democratici. Essi hanno portato a riconoscere la dignità delle persone anche nei confronti delle autorità religiose e, in particolare, a negare validità pubblica alla loro pretesa di incondizionata sottomissione. Questa pretesa non è però ancora sopita ed è legata al valore dell’obbedienza incondizionata all’autorità religiosa, che senz’altro non è evangelico e umilia la dignità delle persone. In quest’ottica, la vera libertà starebbe nella rinuncia alla propria libertà, quindi alla propria dignità. Si crede, in questo modo, di prevenire i conflitti sociali e di preservare l’unità del gregge, risolvendo i confitti sociali mediante la pretesa, appunto, di  sottomissione. La sottomissione non è certamente un valore democratico. La democrazia conosce, nelle dinamiche di potere, il valore dell’adesione, a seguito di dibattito pubblico secondo procedure democratiche, e quello della  resistenza, quando pace, equità, ragionevolezza e dignità sono minacciate da poteri che si manifestano dispotici, in quanto pretendano sottomissione arbitraria, e ciò anche se si tratti di poteri maggioritari. La resistenza è un dovere democratico anche contro la tirannia della maggioranza, come venne definita dai primi teorici dei processi democratici. La democrazia non tollera alcun potere arbitrario, che si pretenda illimitato e voglia sottomissione, perché contrario alla dignità delle persone. Non tutto in democrazia è nell’arbitrio delle maggioranze: non lo sono la pace, l’equità, la ragionevolezza, la dignità delle persone.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.