Dall’Esortazione apostolica Querida Amazzonia, del papa
Francesco, datata 2-2-20 ma diffusa il
12-2-20, par.20-27
20.
La lotta sociale implica una capacità di fraternità, uno spirito di comunione
umana. Ora, senza sminuire l’importanza della libertà personale, va
sottolineato che i popoli originari dell’Amazzonia possiedono un forte senso
comunitario. Essi vivono così «il lavoro, il riposo, le relazioni umane, i riti
e le celebrazioni. Tutto è condiviso, gli spazi privati – tipici della
modernità – sono minimi. La vita è un cammino comunitario dove i compiti e le
responsabilità sono divisi e condivisi in funzione del bene comune. Non c’è
posto per l’idea di un individuo distaccato dalla comunità o dal suo
territorio». Le relazioni umane sono impregnate dalla natura circostante,
perché gli indigeni la sentono e la percepiscono come una realtà che integra la
loro società e la loro cultura, come un prolungamento del loro corpo personale,
familiare e di gruppo sociale:
«Quella
stella si avvicina
aleggiano i colibrì
più che la cascata tuona il mio cuore
con le tue labbra irrigherò la terra
che su di noi giochi il vento».
aleggiano i colibrì
più che la cascata tuona il mio cuore
con le tue labbra irrigherò la terra
che su di noi giochi il vento».
21. Questo moltiplica
l’effetto disintegratore dello sradicamento che vivono gli indigeni che si
vedono obbligati a emigrare in città, cercando di sopravvivere, a volte anche
in maniera non dignitosa, tra le abitudini urbane più individualiste e in un
ambiente ostile. Come sanare un danno così grave? Come ricostruire quelle vite
sradicate? Di fronte a una tale realtà, bisogna apprezzare e accompagnare tutti
gli sforzi che fanno molti di questi gruppi sociali per conservare i loro
valori e stili di vita e integrarsi nei nuovi contesti senza perderli, anzi,
offrendoli come contributo al bene comune.
22. […] i Vescovi
dell’Ecuador hanno sollecitato «un nuovo sistema sociale e culturale che
privilegi le relazioni fraterne, in un quadro di riconoscimento e di stima
delle diverse culture e degli ecosistemi, capace di opporsi ad ogni forma di
discriminazione e di dominazione tra esseri umani».
23. Nella Laudato si’ ricordavamo che «se
tutto è in relazione, anche lo stato di salute delle istituzioni di una società
comporta conseguenze per l’ambiente e per la qualità della vita umana […].
All’interno di ciascun livello sociale e tra di essi, si sviluppano istituzioni
che regolano le relazioni umane. Tutto ciò che le danneggia comporta effetti
nocivi, come la perdita della libertà, l’ingiustizia e la violenza. Diversi
Paesi sono governati da un sistema istituzionale precario, a costo delle
sofferenze della popolazione».
24. Come stanno le
istituzioni della società civile in Amazzonia? L’Instrumentum laboris del Sinodo,
che raccoglie molti contributi di persone e gruppi dell’Amazzonia, si riferisce
a «una cultura che avvelena lo Stato e le sue istituzioni, permeando tutti gli
strati sociali, comprese le comunità indigene. Si tratta di una vera e propria
piaga morale; di conseguenza, si perde la fiducia nelle istituzioni e nei suoi
rappresentanti, il che scredita totalmente la politica e le organizzazioni
sociali. I popoli amazzonici non sono estranei alla corruzione e ne diventano
le principali vittime».
25. Non possiamo
escludere che membri della Chiesa siano stati parte della rete di corruzione, a
volte fino al punto di accettare di mantenere il silenzio in cambio di aiuti
economici per le opere ecclesiali. Proprio per questo sono arrivate proposte al
Sinodo che invitano a «prestare particolare attenzione all’origine delle
donazioni o di altri tipi di benefici, così come agli investimenti fatti dalle
istituzioni ecclesiastiche o dai cristiani».
26. L’Amazzonia dovrebbe
essere anche un luogo di dialogo sociale, specialmente tra i diversi popoli
originari, per trovare forme di comunione e di lotta congiunta. Tutti gli altri
siamo chiamati a partecipare come “invitati” e a cercare con estremo rispetto
vie d’incontro che arricchiscano l’Amazzonia. Ma se vogliamo dialogare,
dovremmo farlo prima di tutto con gli ultimi. Essi non sono interlocutori
qualsiasi, che bisogna convincere, e nemmeno un convitato in più ad una tavola
di pari. Essi sono i principali interlocutori, dai quali anzitutto dobbiamo
imparare, che dobbiamo ascoltare per un dovere di giustizia e ai quali dobbiamo
chiedere permesso per poter presentare le nostre proposte. La loro parola, le
loro speranze, i loro timori dovrebbero essere la voce più potente in qualsiasi
tavolo di dialogo sull’Amazzonia; e la grande questione è: come loro stessi
immaginano il buon vivere per sé stessi e i loro discendenti?
27. Il dialogo non solo
deve privilegiare la scelta preferenziale per la difesa dei poveri, degli
emarginati e degli esclusi, ma li considera come protagonisti. Si tratta di
riconoscere l’altro e di apprezzarlo “come altro”, con la sua sensibilità, le
sue scelte più personali, il suo modo di vivere e di lavorare. Altrimenti il
risultato sarà, come sempre, «un progetto di pochi indirizzato a pochi», quando
non «un consenso a tavolino o un’effimera pace per una minoranza felice». Se
questo accade, «è necessaria una voce profetica» e come cristiani siamo
chiamati a farla sentire.